Soldati russi durante un’esercitazione a Kaliningrad
Soldati russi a Kaliningrad (Ansa)

L’Ue del 2026 ha finalmente risolto il tormentato dilemma della responsabilità del fallimento: le cancellerie occidentali hanno appaltato ogni incidente, disservizio strutturale o errore amministrativo a un unico fornitore universale di risposte, la Russia. Non servono più indagini: basta una cartina del Baltico, una fotografia di Putin e la parola magica, «guerra ibrida».

La Russia come risposta a ogni incidente

Non esiste bullone che ceda, software che vada in crash, fluttuazione di pressione o peschereccio che getti l’ancora nel posto sbagliato senza che l’apparato istituzionale e mediatico vi scorga l’ombra di un agente del Cremlino.

La rassegna stampa dell’ultimo quadriennio si presenta come un monumento al surrealismo giornalistico. Cavi tagliati durante le Olimpiadi di Parigi? I talk show evocano i corpi speciali di Mosca; soltanto dopo, le indagini della gendarmeria riconducono l’azione ad attivisti dell’estrema sinistra anarco-ambientalista locale. Il medesimo spartito è stato suonato quando un incendio ha distrutto lo stabilimento chimico Diehl a Berlino, legato alla produzione bellica.

L’incidente è stato immediatamente classificato come un attentato del Gru (l’intelligence putiniana), salvo poi scoprire, dopo le perizie dei vigili del fuoco, che si è trattato di un banale guasto idraulico. Quando l’aereo di Ursula von der Leyen subisce un ritardo di nove minuti per un segnale Gps degradato nel Mar Nero, i telegiornali serali aprono annunciando un attacco mirato.

Dai droni ai blackout, la lunga lista degli allarmi

L’elenco degli abbagli legati alla sorveglianza dei cieli è altrettanto emblematico. A Varsavia, l’allarme per droni-spia sopra il palazzo del Parlamento si è dissolto solo quando la polizia ha identificato un gruppo di registi locali intenti a girare uno spot. In Italia, presso la base Nato di Amendola, i misteriosi velivoli del Cremlino si sono rivelati droni commerciali di bracconieri a caccia di cinghiali.

Anche lo stato di massima allerta perimetrale alla base Awacs di Geilenkirchen, in Germania, è rientrato quando i radar hanno confermato che l’anomalia era prodotta da stormi di uccelli migratori e interferenze meteo.

Lo stesso schema aveva precedentemente scosso la Svezia, dove i droni militari segnalati sopra le centrali nucleari di Forsmark, Oskarshamn e Ringhals sono stati derubricati dall’intelligence (Sapo) a falsi positivi causati da velivoli amatoriali e riflessi di luce invernali. Quando il traffico aereo del Nord Europa ha subito un improvviso blackout radar, il panico da cyber-guerra è rientrato solo dopo l’ammissione di un bug nel software di Eurocontrol.

Errori tecnici e il precedente del laptop Biden

Allo stesso modo, il blocco del sistema di navigazione nel porto di Rotterdam è stato causato dall’incompatibilità di un gestionale privato asiatico.

Anche il crash dei bancomat in Romania è derivato dall’errore umano di un fornitore di cloud. E quando la rete ferroviaria tedesca Deutsche Bahn si è paralizzata per la recisione di cavi strategici, le indagini alla fine hanno condotto all’estremismo di sinistra nazionale, non a cellule dormienti russe, così come le evacuazioni simultanee in oltre dieci aeroporti francesi si sono rivelate opera di studenti.

Lo spauracchio viene da lontano: lo scandalo scoppiato nel 2020 intorno al laptop del figlio del presidente americano Joe Biden, Hunter, era autentico, ma l’intelligence aveva inizialmente decretato che fosse propaganda del Cremlino.

Ci sarebbe lo spazio per il sarcasmo se questa non avesse le sembianze di una manipolazione psicologica di massa. Le interferenze russe esistono, ovviamente, ma i costanti falsi allarmi stanno facendo diventare la verità storica quasi superflua: la precisione storica, alla fine, è diventata sacrificabile sull’altare dell’urgenza politica.

Quando l’ingerenza russa diventa una spiegazione automatica

L’abitudine all’attribuzione automatica di ogni incidente ai russi ha consentito inoltre di tracciare una linea netta tra le azioni legittime e quelle illegittime: è ormai normale catalogare come «difesa dello Stato di diritto» le forti pressioni e le ingerenze politiche che le istituzioni europee esercitano nei propri confini, dalle minacce della Commissione di Ursula von der Leyen all’elettorato italiano alla vigilia del voto del 2022 («Abbiamo gli strumenti») al congelamento sistematico dei fondi all’Ungheria per piegare il governo di Viktor Orbán.

Il caso della Romania rappresenta il nadir di questa condotta: l’annullamento del voto presidenziale è stato giustificato con il fantasma degli algoritmi russi su TikTok, prima che un rapporto del Congresso americano svelasse che la reale interferenza era stata orchestrata dalla burocrazia europea per censurare preventivamente il dibattito politico sgradito tramite i poteri del Digital Services Act (Dsa).

Anche in Germania, il recente terremoto elettorale con lo storico trionfo dell’Afd è stato derubricato a effetto dei deepfake e dei bot di Mosca, anziché alla crisi industriale senza precedenti che ha esasperato l’elettorato.

L’adozione di questo impianto concettuale sta peraltro sdoganando le provocazioni messe in atto da alcuni Paesi europei come una «risposta necessaria», che ci sta però avvicinando sempre di più a un conflitto frontale con Mosca. Il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov e le autorità di Mosca hanno definito le recenti esercitazioni di Stati Uniti e Ue/Nato a Kaliningrad una «linea avventurista e irresponsabile».

La paura come motore del riarmo

Il meccanismo di persuasione opera attraverso la regolarità metodica della goccia che scava la roccia: la costante esposizione a un panorama in cui persino i fulmini o l’usura di una fune metallica portano la firma di Mosca agisce come un rumore di fondo perenne, che risuona nei notiziari serali e riprogramma l’architettura delle priorità collettive. E quando la paura diventa il paesaggio, il riarmo smette di sembrare una scelta politica e comincia ad apparire come opzione ineluttabile.

La società viene così «dolcemente» accompagnata ad accettare che le risorse pubbliche debbano essere massicciamente dirottate verso le fonderie e i depositi di munizioni. Alla fine il vero successo della narrazione non è aver convinto l’opinione pubblica che ogni incidente è opera dello zar ma che, visto che lo zar «potrebbe essere» dietro a ogni incidente, dobbiamo prepararci a combatterlo.

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