Finalmente il «nuovo Churchill» ha qualcosa che lo accomuna davvero a quello vecchio: il rischio di perdere le elezioni a guerra finita.
I sondaggi di Sociopolis e la sfida con Zaluzhny
Stando a un sondaggio della società demoscopica ucraina Sociopolis, condotto tra il 16 e il 21 settembre, Volodymyr Zelensky verrebbe sconfitto, se contro di lui si candidasse Valeriy Zaluzhny. Ex capo delle forze armate, spedito a fare l’ambasciatore nel Regno Unito, dopo che il presidente gli aveva attribuito la colpa della fallita controffensiva del 2023.
Al ballottaggio, Zelensky prenderebbe solo il 28% dei suffragi; il 46,1% andrebbe all’uomo che gran parte dei connazionali considera un eroe. Tutto ciò che separa il comico prestato alla politica dal ritorno sul palcoscenico, insomma, è il fatto che, applicando la legge marziale, proibisce alla gente di votare.
Tensioni tra Kiev e l’Unione Europea sulle sanzioni
Forse è anche per questo che si è presentato di cattivo umore, martedì, a un bilaterale con Ursula von der Leyen, che Bloomberg ha definito «teso». A Kiev sono piccati per l’allentamento delle sanzioni individuali contro i russi.
A fronte di un rinnovo triennale, infatti, i 27 si sono accordati per cancellare quelle a Mikhail Fridman e Aliser Usmanov. Il primo aveva citato in giudizio il Lussemburgo per il congelamento dei propri beni, per un valore di 16 miliardi di dollari; il secondo gode di una certa influenza nelle regioni dell’Asia Centrale e del Caucaso e fa comodo a Emmanuel Macron, al quale serve un mediatore per ottenere la liberazione di due francesi detenuti in Azerbaijan.
Finanziamenti Ue, Stato di diritto e il nodo corruzione
Con l’Europa, intanto, sono iniziati gli attriti anche sul tema dei finanziamenti. L’Ue sta provando almeno a imporre condizionalità legate alle regole dello Stato di diritto, che nel Paese di Zelensky sono alquanto carenti. Ieri, Bruxelles ha ribadito che la auspicate riforme «potrebbero sbloccare 20 miliardi di euro in termini di sostegno al bilancio. Il nostro messaggio è chiaro», ha insistito un portavoce della Commissione. «Questa agenda», nella quale campeggia la «lotta alla corruzione», è stata «concordata con le autorità ucraine e ratificata dalla Rada. È dunque essenziale che l’attuazione proceda concretamente».
Ma i primi a essere scettici sono proprio gli ucraini. Lo stesso sondaggio che dà Zelensky perdente contro Zaluzhny riscontra: il 75% dei cittadini ritiene che, durante il conflitto con la Russia, il livello di corruzione sia aumentato. Eppure, all’Unione europea basterebbe poco per rimettere mano al portafogli. Non a caso, ieri la Von der Leyen ha lodato presunte «misure importanti per rafforzare lo Stato di diritto e tutelare gli interessi finanziari dell’Unione», che l’Ungheria avrebbe adottato dopo l’insediamento di Péter Magyar. Ursula, allora, ha proposto di «sbloccare 4,2 miliardi di euro e di riaprire le porte di Erasmus+ e di Horizon agli studenti e ai ricercatori ungheresi». A Kiev prendano nota: è sufficiente chinare un po’ il capo.
L’intervento all’Onu e il programma di difesa Freya
Ieri, nella serata italiana, Zelensky è intervenuto all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, chiedendo di fermare Vladimir Putin, il «paziente zero» che «non può vivere senza guerra» e diffonde instabilità.
Ha ricordato che, con dieci Paesi, tra cui l’Italia, sta lavorando a un «programma di difesa antibalistica denominato Freya», «producibile su scala molto più ampia» rispetto a Patriot e Stamp/T e «a costi inferiori; un sistema capace di integrarsi nella difesa dell’Ucraina e dell’Europa». L’intesa era stata siglata a luglio.
Negoziati di pace, opzione tregua e il ruolo di Washington
A parole, egli concorda con Donald Trump sulla necessità di porre fine alle ostilità. Almeno, di una «de-escalation prima dell’inverno». Tuttavia, le prospettive di pace rimangono opache. Secondo il Cremlino, «non vi sono i presupposti per avviare negoziati pace», benché i russi continuino a dirsi «aperti ai colloqui». Ieri, i capi della diplomazia di Washington e Mosca, Marco Rubio e Sergej Lavrov, si sono parlati per quasi un’ora. Il russo ha confermato che non ci sarà «alcuna pausa nella nostra operazione militare speciale», nemmeno durante eventuali trattative.
Il segretario di Stato americano ha rinnovato a Putin l’invito al G20 di Miami, già esteso da Trump: «Sarebbe un’opportunità per parlarsi», ha osservato Rubio. Il quale, con l’omologo, ha discusso di «tregua del grano e dell’energia», che a suo avviso sarebbe auspicata da entrambi i belligeranti. Anche se il leader di Kiev si era appena vantato di aver distrutto «il 45% delle infrastrutture» energetiche nemiche.
A chi gli attribuisce una parte di responsabilità per il caro carburanti, visto che la Russia ne ha bloccato l’export per fronteggiare il calo delle proprie capacità di raffinazione, Zelensky risponde che l’obiettivo ucraino non sono benzina e gasolio, bensì la possibilità dello zar di alimentare la macchina militare. «Le nostre vite sono più importanti del prezzo dell’energia». Sempre che l’Europa sborsi ancora senza fiatare.
Le provocazioni russe ai confini dell’Europa
Il Vecchio continente continua a crogiolarsi nelle provocazioni di Putin. Ieri, un elicottero militare russo ha invaso i cieli polacchi per ben 300 metri e 42 secondi.
Varsavia, che ha fatto decollare i suoi caccia, considera l’episodio la prova che «la Russia sta testando nuovamente la prontezza della nostra difesa aerea». A ritmi del genere, presto, per misurare gli sconfinamenti del nemico servirà il Fotofinish.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >