merz crisi cdu
Friedrich Merz (Ansa)

Per la prima volta nella storia della Repubblica federale, la Cdu è rimasta fuori da un Parlamento regionale. E Friedrich Merz, dopo aver definito domenica sera il risultato un «disastro», ieri ha dovuto alzare ulteriormente il livello dell’allarme: «È una cesura profonda», ha ammesso il cancelliere, parlando di un esito «drammatico e unico» per il partito. Poi, però, ha escluso conseguenze personali: «Finora nessuno ha posto una questione personale, né tantomeno ha aperto un dibattito sulle persone. Nessuno».

I risultati definitivi del doppio voto di domenica spiegano la gravità della situazione. Nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore, l’Afd ha vinto con il 38,2%, oltre 21 punti in più rispetto al 2021, davanti alla Spd di Manuela Schwesig al 35,5%. La Cdu è precipitata dal 13,3 al 4,9% e non ha superato la soglia di sbarramento. Fuori anche il Bsw, al 4,8%. A Berlino, invece, la Linke di Elif Eralp ha chiuso al 25,7%, mentre la Cdu è crollata al 18,8%, perdendo 9,4 punti percentuali. L’Afd è salita al 16,3% e la Spd è scesa al 12,1%. Due settimane prima, in Sassonia-Anhalt, i cristianodemocratici si erano già fermati al 17,2% contro il 43,8% dell’Afd.

Stavolta Merz ha riconosciuto esplicitamente che la politica federale «ha avuto un ruolo importante» nelle sconfitte e che anche lui ci ha messo del suo. Ma ha subito aggiunto che le cause del disastro «vanno ben oltre» la figura del cancelliere.

Più significativa è stata un’altra ammissione: la Cdu, ha spiegato, è ormai un «partito di massa soltanto in alcune parti del Paese» e «su troppe questioni non offriamo più risposte soddisfacenti».

Il partito dovrà quindi rivedere struttura, lavoro, programma e profilo. Nessun arretramento, invece, sulle riforme: per Merz il governo rossonero deve andare avanti, anche per «garantire l’ordine democratico» del Paese contro «le soluzioni facili degli estremisti».

Ma proprio mentre il cancelliere nega che sia stata aperta una questione personale, dentro la Cdu il confronto si fa sempre più teso e delicato. Dopo il vertice di domenica sera con Merz, sette degli otto governatori regionali cristianodemocratici si sono riuniti a porte chiuse per circa due ore senza di lui. Nessuno ha voluto riferire il contenuto della discussione: un riserbo che spiega più di tante parole.

E ieri, infatti, è arrivata anche la prima bordata pubblica contro Merz. Il leader della Cdu di Amburgo, Dennis Thering, ha chiesto al cancelliere di imprimere una svolta alle riforme e, se necessario, di chiedere il voto di fiducia al Bundestag. «Se per proseguire sulla strada delle riforme serve la fiducia, allora Friedrich Merz deve chiederla», ha detto senza usare mezzi termini. Per ora Thering è l’unico dirigente di peso ad aver evocato pubblicamente un passaggio del genere. Ma la parola Vertrauensfrage, «questione di fiducia», è ormai entrata nel dibattito interno.

Del resto, le difficoltà politiche di Merz precedono di molto i disastri elettorali di questo settembre nero. Il 6 maggio 2025, cioè sin dall’inizio del suo mandato, è stato il primo candidato cancelliere nella storia della Repubblica federale a fallire l’elezione al primo scrutinio del Bundestag. Fu eletto soltanto al secondo tentativo: un’onta difficile da cancellare.

E oggi, non a caso, il suo consenso personale è ridotto ai minimi. Nel Deutschlandtrend di settembre, appena il 13% dei tedeschi si dichiara soddisfatto del lavoro di Merz: è il valore più basso mai registrato dall’indagine per un cancelliere in carica.

Nello stesso sondaggio l’Afd è al 27%, sei punti davanti alla Cdu-Csu. Merz, però, assicura che nessuno nei vertici gli abbia chiesto di farsi da parte. Il punto è che, dopo tre sconfitte pesantissime e il summit separato dei governatori, la discussione sul suo futuro non è più soltanto materia da retroscena giornalistici. Con Thering, per la prima volta, è arrivata ufficialmente dentro il partito.

E gli esiti possono essere mprevedibili.

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