Sberla di Vance a Netanyahu: «Le nostre politiche non possono essere asservite a Israele»
A sinistra JD Vance; a destra Benjamin Netanyahu (Ansa)

Se gli Stati Uniti sono ancora impegolati nel conflitto a intermittenza nel Golfo Persico contro l’Iran è perché fin dallo scorso febbraio l’amministrazione del presidente Donald Trump vi fu di fatto trascinata dal governo del premier israeliano Benjamin Netanyahu, col pretesto che avendo il Mossad individuato l’ayatollah Alì Khamenei, sarebbe bastato ucciderlo per far crollare il regime: pia illusione.

A Washington se ne sono accorti, perciò ieri il vicepresidente americano James David Vance ha criticato l’avventurismo di Israele, anche per l’imminenza delle elezioni di mid term, con i cittadini americani irritati per i prezzi del carburante.

La stoccata di Vance a Israele

«Non permetteremo – ha detto Vance a una conferenza di All-In Podcast – che la nostra politica estera in Medio Oriente sia subordinata allo Stato di Israele».

Il vice (e probabile delfino) di Trump ha precisato che gli israeliani restano alleati degli Stati Uniti, i quali però non sono sempre d’accordo con lo Stato ebraico: «Israele è stato un partner importante per la tecnologia militare e la condivisione di informazioni d’intelligence, ma a volte gli Stati Uniti non concordano con Israele».

Rivendicando che Trump è stato il presidente Usa che «più di qualsiasi altro» ha preso le distanze da «Bibi» Netanyahu quando gli interessi americani e israeliani non collimavano, ha spiegato: «Trump è l’unico presidente degli ultimi 40 anni ad aver avuto il coraggio di dire: “Sai una cosa? Sì, Bibi è un buon partner, ma io e lui abbiamo opinioni diverse su questo punto”, oppure “Bibi si sbaglia su questo”, o magari “Bibi ha ragione dal punto di vista di Israele, ma il popolo americano ha bisogno che noi prendiamo una direzione diversa”».

Sempre ieri, un sondaggio di YouGov e Bowling Green State University dava Vance in testa fra i possibili candidati repubblicani per le presidenziali del 2028, col 44%, distanziando il 21% del segretario di Stato Marco Rubio e l’8% di Donald Trump Jr, mentre i democratici sono più frantumati, col 17% di Kamala Harris, il 16% di Pete Buttigieg e il 14% ciascuno di Gavin Newsom e Alexandria Ocasio-Cortez.

Le frasi di Vance hanno spinto l’ambasciatore americano in Israele, Mike Huckabee, a metterci una pezza: «Non sosteniamo Israele, siamo suoi partner, e lo facciamo anche per i nostri interessi. Non sono d’accordo con l’idea che qualcuno abbia ingannato il presidente Trump e che lui abbia agito sotto pressione israeliana».

Storia degli intricati rapporti fra Usa e Israele

Ma il rapporto Usa-Israele è complesso da sempre. Gli stessi Stati Uniti hanno subito lo spionaggio israeliano. Famoso è l’esempio della spia Johnathan Pollard, ebreo americano che lavorava per l’intelligence della Us Navy, ma che per anni passò segreti militari Usa allo Stato ebraico. Fu reclutato nel 1981 non dal Mossad, ma dal Lekem, un servizio israeliano di intelligence tecnico-militare, trafugando foto satellitari e dati su missili.

Arrestato dall’Fbi nel 1985, Pollard fu rilasciato solo nel 2015, emigrando in Israele dove fu accolto da eroe. Lo scandalo aveva già condotto nel 1986 gli imbarazzati israeliani a sciogliere il Lekem e a trasferire le sue funzioni al poco noto controspionaggio militare Malmab.

Di recente, il 7 giugno 2026, il Dipartimento della Guerra Usa ha sostenuto che il Mossad avrebbe spiato sia l’inviato speciale americano Steve Witkoff, sia il responsabile delle politiche del Pentagono Elbridge A. Colby e il suo consigliere Michael P. Dimino IV per capire come evolvevano i colloqui riservati Usa-Iran nei giorni delle litigate al telefono fra Trump e Netanyahu.

Ciò nonostante, secondo il New York Times l’amministrazione Trump ha approvato ieri la vendita a Israele di 40.000 bombe d’aereo, per un totale di 2,8 miliardi di dollari. Fra esse, le Mk.84, in versione guidata BLU-117, e le I-2000 antibunker, nome da esportazione delle BLU-109, capaci di perforare pareti in cemento armato, tutte del peso di circa 910 kg.

Il commento di Ursula von der Leyen

Intanto la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, intervenendo sullo stato dell’Unione europea di fronte al Parlamento europeo in sessione plenaria, ha criticato duramente Israele per l’espansione delle colonie in Cisgiordania, pur rilevando divisioni fra gli Stati membri: «La decisione del governo israeliano di portare avanti il progetto d’insediamento illegale E1 è inaccettabile. La grave sofferenza a Gaza e la violenza incontrollata dei coloni in Cisgiordania hanno colpito gli europei. Ma è doloroso constatare che gli Stati membri non sono riusciti a costruire maggioranze necessarie a una risposta unitaria. Alcuni Stati Ue hanno agito autonomamente. Altri stanno valutando di farlo. Quando l’Europa è divisa, non può cambiare il corso degli eventi».

Rimarcando che, se Israele ha «diritto alla legittima difesa», anche i palestinesi devono poter vivere «in sicurezza e dignità», la Von der Leyen ha rilanciato «la soluzione a due Stati» come obiettivo dell’Ue.

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