Donald Trump ha aperto un nuovo fronte di scontro con Londra. E stavolta, a finire al centro del dibattito, è stata l’Irlanda. Ieri, l’inquilino della Casa Bianca si è recato nel Paese, incontrandone il presidente, Catherine Connolly, e il Taoiseach, Micheál Martin. Ebbene, in questo contesto, Trump ha auspicato l’unificazione irlandese, definendo un simile scenario «una cosa fantastica».
Trump scuote Londra sull’Irlanda: «Prima o poi ci sarà la riunificazione»
«Succederà prima o poi», ha aggiunto. Parole, quelle del presidente americano, che hanno innescato non poche polemiche. «Il futuro costituzionale dell’Irlanda del Nord sarà deciso dal popolo dell’Irlanda del Nord, non dai commenti di Londra, Dublino o Washington», ha tuonato il leader del Partito unionista democratico, Gavin Robinson, mentre il ministro degli Esteri irlandese, Helen McEntee, ha definito le dichiarazioni del presidente americano «una sua opinione personale».
Irritazione è arrivata anche dalla leader del Partito conservatore britannico, Kemi Badenoch, che ha accusato Trump di «parlare a vanvera». Dal canto suo, Downing street ha affermato che non è in programma alcun referendum in vista di un’eventuale unificazione dell’Irlanda.
A criticare il presidente americano è stato anche un suo stretto alleato come il leader del Reform Uk, Nigel Farage. «Gli abitanti dell’Irlanda del Nord non vogliono né un referendum né l’unificazione», ha dichiarato, per poi aggiungere: «Non sono d’accordo con il presidente Trump».
Più aperturista si è invece mostrato il presidente dello Sinn féin, Mary Lou McDonald. «Prendo atto delle dichiarazioni del presidente Trump sulla riunificazione dell’Irlanda. Il dibattito sull’unità irlandese si è spostato, e ora spetta al Taoiseach iniziare a pianificarla. Abbiamo raggiunto la pace e, mentre ci avviciniamo al trentesimo anniversario dell’accordo del Venerdì Santo, il nostro cammino nazionale è ora quello della riunificazione, che è organizzata, pianificata e si svolgerà in modo pacifico», ha detto.
Come sottolineato da Nbc, in base all’accordo del Venerdì Santo, stipulato nel 1998, il governo britannico può indire un referendum in Irlanda del Nord qualora sembri probabile che la maggioranza della popolazione locale sia favorevole all’unificazione.
La domanda da porsi è: per quale motivo il presidente americano ha sollevato ieri questo tema? Probabilmente si tratta di un modo per mettere sotto pressione Londra.
Falkland e Irlanda del Nord, la pressione di Trump sul Regno Unito si fa sempre più forte
Già a fine agosto, Trump aveva reso noto di voler rivedere la posizione ufficiale degli Stati Uniti sulle Isole Falkland. Inoltre, ieri, il presidente americano è tornato sulla questione, sostenendo che sarebbe in grado di «risolvere la situazione», nel caso si verificasse un conflitto tra Londra e Buenos Aires.
Tutto questo evidenzia non soltanto una rinnovata sponda tra l’inquilino della Casa Bianca e Javier Milei ma anche la volontà, da parte statunitense, di mettere ulteriormente sotto pressione il Regno Unito.
Non è del resto un mistero che, già da prima che Andy Burnham arrivasse a Downing street, i rapporti tra l’amministrazione Trump e Londra si fossero fatti piuttosto tesi sia a causa della guerra in Iran che dell’immigrazione clandestina.
È quindi probabilmente in questa cornice che vanno inseriti i commenti di Trump a favore dell’unificazione irlandese.
Trump frena sugli Huthi: «Non vogliono scontrarsi con noi»
Ma non è tutto. Sempre ieri, il presidente americano ha lasciato intendere di non voler intervenire militarmente contro gli Huthi. «Abbiamo avuto delle discussioni. Gli Huthi ci hanno contattato e non vogliono scontrarsi con noi», ha dichiarato, per poi aggiungere: «Non vogliono che li attacchiamo e preferirebbero di gran lunga che non fossimo coinvolti».
«Lasciano passare la maggior parte delle navi. C’è solo un Paese con cui non sono molto contenti, e risolveremo la questione», ha continuato. Il presidente ha anche affermato di ritenere che l’Iran sia «probabilmente» il responsabile del recente attacco all’oleodotto saudita Petroline, per poi definire Mohammad bin Salman un «buon amico».
Trump ha infine ribadito che la guerra terminerà subito dopo le elezioni di metà mandato, sottolineando che Teheran «non può avere un’arma nucleare». Ricordiamo che, negli scorsi giorni, gli Huthi hanno di fatto assunto il controllo di Bab el-Mandeb. Riad aveva esortato Washington a bombardare il gruppo islamista storicamente appoggiato dall’Iran, ma la Casa Bianca aveva respinto la richiesta.
Iran, Arabia Saudita e Mar Rosso: la Casa Bianca valuta se intervenire contro gli Huthi
Non si può certo escludere che questa situazione porti a un aumento della tensione tra Stati Uniti e Arabia Saudita.
Le parole relativamente concilianti di Trump nei confronti degli Huthi potrebbero avere varie spiegazioni. È innanzitutto possibile che il presidente americano voglia evitare di lasciarsi coinvolgere in un nuovo fronte bellico.
In secondo luogo, è anche plausibile una sorta di intesa ufficiosa con il gruppo islamista, che, l’altro ieri, ha annunciato di voler garantire il transito di tutte le navi a Bab el-Mandeb, a eccezione di quelle saudite.
Infine, non è escludibile che Trump punti a mettere sotto pressione Riad, con cui i rapporti si sono fatti piuttosto altalenanti. In particolare, la Casa Bianca non ha gradito il fatto che bin Salman abbia posto come condizione per l’adesione saudita ai Patti di Abramo l’avvio di un processo per la creazione di uno Stato palestinese.
Ciò detto, due funzionari statunitensi hanno riferito ad Abc news che Washington sta continuando a fornire a Riad supporto in termini d’intelligence e che, se la situazione nel Mar Rosso dovesse peggiorare, la Casa Bianca potrebbe prima o poi decidere di agire militarmente contro gli Huthi.
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