Mentre prosegue il conflitto con l’Iran, gli Huthi hanno occupato Grande Hanish e Piccola Hanish, secondo quanto riferito all’Afp da un funzionario militare del governo yemenita riconosciuto internazionalmente e sostenuto dall’Arabia Saudita. Le due isole rappresentavano le ultime posizioni insulari ancora controllate dalle forze governative nell’area.
La notizia è arrivata dopo quella della conquista di Mayyun, conosciuta anche come Perim, situata nello stretto di Bab el-Mandeb, il passaggio che mette in comunicazione il Mar Rosso con il Golfo di Aden. Il portavoce militare Yahya Saree ha affermato che l’offensiva, cominciata il 3 settembre, abbia consentito al movimento di impadronirsi di 5.400 chilometri quadrati, cacciando le formazioni appoggiate da Riad da sei distretti delle province di Taiz e Hodeida.
Secondo il suo resoconto, gli attacchi hanno investito sette divisioni, articolate in 38 brigate, causando centinaia di morti, feriti e prigionieri. Non è stato fornito un conteggio preciso. Saree ha rivendicato anche la liberazione di detenuti e l’abbattimento di nove velivoli sauditi.
Nel materiale disponibile non figurano verifiche indipendenti di questi risultati. L’offensiva ha interessato Hays, Khokha e soprattutto Mokha, città portuale la cui conquista rafforza la presenza Huthi lungo il litorale. Il movimento ha occupato anche Zuqar e ha esteso le operazioni verso Dhubab, nelle vicinanze dello Stretto.
La reazione saudita non si è fatta attendere: Al-Masirah, emittente affiliata agli Huthi, ha riferito di due raid contro l’aeroporto di Mokha. Il confronto militare si concentra così su un’area nella quale il controllo del territorio incide sulla sicurezza dei collegamenti marittimi.
I rappresentanti del movimento hanno cercato di rassicurare le compagnie di navigazione. Saree ha dichiarato che il transito resta consentito, confermando però il divieto per le navi saudite. Hazam al-Assad, membro dell’ufficio politico Huthi, ha assicurato ad Al-Araby Al-jadeed che il commercio sarà tutelato e che non sono previsti pedaggi.
L’esclusione delle imbarcazioni di Riad mostra tuttavia quanto la gestione del passaggio sia intrecciata allo scontro regionale. Le rassicurazioni non eliminano l’incertezza sulle conseguenze di un’ulteriore escalation.
Per Washington, proprio la navigazione rappresenta uno dei punti più delicati. Un deterioramento della sicurezza potrebbe aumentare le richieste di protezione militare, avvicinando gli Stati Uniti a un altro fronte.
Non significa che un intervento sia inevitabile, ma il rischio cresce quando la difesa delle rotte si sovrappone agli impegni verso gli alleati e al confronto con Teheran. Ogni nuova crisi può diventare la ragione per prolungare una presenza militare della quale diventa difficile indicare la conclusione.
Secondo Axios, il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman ha sollecitato Trump, durante due telefonate, a ordinare attacchi contro gli Huthi. Il presidente americano ha rifiutato e funzionari statunitensi hanno precisato che, al momento, non sono previste operazioni dirette.
L’amministrazione sostiene di voler salvaguardare gli interessi fondamentali degli Usa, compresa la libertà di navigazione, affidando ai partner regionali la gestione delle minacce. Il limite posto dalla Casa Bianca non coincide però con un completo disimpegno.
Axios riferisce che Washington ha fornito all’Arabia Saudita informazioni di intelligence e indicazioni sugli obiettivi. Un’assistenza che mantiene gli americani coinvolti e lascia aperto il problema di quanto possa durare questa posizione se Riad dovesse subire altri arretramenti. La pressione per passare dal sostegno operativo all’azione diretta potrebbe crescere.
Teheran ha accolto favorevolmente le conquiste. Il primo vicepresidente Mohammad Reza Aref ha elogiato i combattenti yemeniti, mentre il ministero degli Esteri ha chiesto la fine del blocco saudita e il ritorno ai negoziati.
Nella nota diffusa dall’Irna, il governo iraniano si è dichiarato disponibile a sostenere le trattative. I successi degli Huthi potrebbero rafforzare la posizione dell’Iran nel confronto diplomatico con Washington. Trump, intervistato da Fox News, ha difeso la guerra contro Teheran: «Non credo nel concetto di rimpianto. Qualcuno me lo ha chiesto.
Se dovessi scegliere, agirei esattamente come ho fatto, ma talvolta mi faccio delle domande». Alla convention repubblicana per le elezioni di metà mandato ha aggiunto: «L’Iran sta cedendo su tutti i fronti. Noi controlliamo lo Stretto di Trump», riferendosi allo Stretto di Hormuz.
La crisi yemenita mette però a dura prova la promessa di Trump di porre fine alle guerre infinite. L’avanzata degli Huthi sulla costa yemenita preme su Washington, tra richieste d’intervento saudite e difesa delle rotte del Mar Rosso. Emerge il limite di una guerra priva di una strategia per le conseguenze regionali: uno schema già visto negli interventi in Medio Oriente, con il rischio di un prolungato impantanamento.
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