Spagna, Sánchez vuole flessibilità sui conti pubblici: respinto dagli «alleati» europei
Pedro Sànchez (Ansa)

Gli spagnoli sono rientrati dall’Eurogruppo e dal Consiglio Ecofin informale del 18-19 settembre a Dublino con le pive nel sacco, a dimostrazione che ormai sul bilancio Ue siamo al tutti contro tutti. Sánchez & C. si sono beccati un sonoro «nein» su tutta la linea dai tedeschi e dal gruppetto di fedelissimi (Danimarca, Austria e Finlandia) che a mettere le mani nelle tasche dei loro contribuenti per rimpinguare un asfittico bilancio Ue non ci stanno proprio.

L’idea di Sànchez per allentare la pressione sulla Spagna

L’idea era di quelle ingegnose e pericolose allo stesso tempo: poiché il prossimo quadro finanziario pluriennale è gravato di circa 170 miliardi necessari per ripagare i debiti contratti per il Next Generation Ue (quelli per i sussidi) e la lotta per aumentare le dimensioni del bilancio si presenta durissima, perché non spalmare meglio quei 170 miliardi, non in quote fisse ma proporzionali al reddito nazionale lordo, in modo da creare spazio di bilancio per circa 11 miliardi all’anno?

Si sarebbero liberate così risorse per soddisfare le sempre crescenti ambizioni di spesa della Commissione, senza ricorrere a dolorosi tagli (o tasse) per gli Stati membri. Un intervento tutto sommato di modesta entità.

Finora il pilastro principale del NextGenEu ha erogato sussidi per 272 miliardi che, con gli ultimi pagamenti, potrebbero diventare 300. Denaro che la Commissione ha reperito emettendo obbligazioni sui mercati e sulle quali sta pagando interessi che già gravano – ben oltre la misura inizialmente prevista, a causa dell’incremento dei tassi – sul bilancio Ue.

Il fallimento di Pedro Sánchez e dei suoi ministri

E pensare che il ministro iberico Carlos Cuerpo era partito per l’Irlanda munito dell’avallo informale di Italia, Francia, Portogallo e Polonia e con un discreto sostegno da parte della stampa nazionale e internazionale. Nel suo intervento, ha illustrato il solito libro dei sogni del «sovranista europeo» in servizio permanente effettivo.

L’idea di partenza è quella di contenere i rimborsi per il NextGenEU nel limite dello 0,06% del Rnl, liberando circa 70 miliardi in sette anni rispetto al rimborso in quote costanti proposto dalla Commissione.

Ma poi si è allargato a sostenere che «la Commissione emetta una parte del debito nazionale per conto degli Stati: un mercato più profondo e circa 25 miliardi l’anno di interessi risparmiati», cosa ovviamente vietata dai Trattati. Preso dall’entusiasmo si è spinto su una strada già sbarrata sostenendo che «per la prima volta la Spagna sarà contributore netto. Siamo disposti a versare la nostra quota per un’Ue potenza globale. Il prossimo quadro dovrebbe arrivare al 2% del Rnl».

L’Ue ha abbandonato Sànchez e la Spagna

A Cuerpo hanno risposto a stretto giro, chiudendo la discussione che lo spagnolo intendeva aprire sul tavolo con i suoi colleghi europei, direttamente i cinque capi di governo, capeggiati da Friedrich Merz, alzando così il livello dello scontro. Hanno ribadito il principio che il bilancio Ue non può essere l’esito di sommatorie di istanze che si aggiungono anno dopo anno. Invece si deve procedere per priorità: meno sussidi e trasferimenti e più sicurezza, difesa, competitività, innovazione e contrasto all’immigrazione irregolare.

E poi un duplice colpo di mannaia, prima al bilancio: «Un aumento nominale intorno al 60% non è realistico, né economico né politico. Chiediamo un taglio equilibrato di diverse centinaia di miliardi. Le istituzioni Ue devono lavorare con il personale di oggi: nessun incremento di organico»; e poi alla proposta spagnola: «Il prestito della pandemia graverà già sul prossimo Mff per quasi 170 miliardi, in gran parte interessi. Rinviarne il rimborso non risolve l’equazione. Non siamo avari: i contributori netti coprono quasi il 40% del bilancio e il 70% degli aiuti bilaterali all’Ucraina».

Insomma, un giochetto finanziario che non risolve nulla.

Perché la proposta spagnola era inaccettabile

Nella risposta di Merz e dei suoi affiliati c’è un non detto ancora più importante. Infatti il Next Generation Eu nasce come un programma una tantum, caratteristica essenziale per poter superare il vaglio dei Trattati e, soprattutto della Corte Costituzionale tedesca.

La pericolosità dell’idea spagnola è soprattutto quella di consentire un rinnovo, potenzialmente «sine die» del debito in scadenza, emettendo altro debito. Creando così, di fatto, un super ministero del Tesoro europeo privo di una legittimazione democratica diretta.

Già oggi, la Commissione ha in circolazione obbligazioni per circa 850 miliardi, distribuite su scadenze fino al 2056, ma con una forte concentrazione nei prossimi dieci anni. Distribuzione temporale che implica l’emissione di nuovi titoli per rimborsare quelli in scadenza, poiché i rimborsi degli Stati membri e del bilancio Ue sono invece equamente distribuiti fino al 2056, quindi con profili temporali diversi.

La proposta spagnola trasformerebbe il debito da eccezione, consentita su specifiche missioni di spesa limitate temporalmente (NextGenEU, Ucraina, Safe, ecc…), in un regime ordinario. Senza revisione dei Trattati e un forte mandato politico del Consiglio europeo, la Commissione non può trasformarsi in un ministero del Tesoro federale, rinnovando il debito.

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