L’Ue risponde al terremoto preparando una scarica di nuove tasse
Ursula von der Leyen (Ansa)

«È del mestiere questo?». Siccome mi viene da ridere (per non piangere), cito Checco Zalone quando nel film Quo vado? prende in giro la dirigente del ministero che avrebbe dovuto convincere il dipendente pubblico (Zalone appunto) a lasciare l’occupazione e accettare incentivi e scivoli vari. E lui, fieramente consapevole che il posto fisso non si lascia mai, la fulmina con quella battuta: «È del mestiere questa?».

Ecco, qui è uguale: dopo la scoppola elettorale in Germania, con il trionfo della destra (Afd) e della sinistra (Linke) a indicizzare i nuovi bisogni dei tedeschi, e col trend anti-Ue che si consolida in giro per il Vecchio continente di cui abbiamo parlato più volte, ecco che il presidente del Consiglio europeo, il portoghese Antonio Costa, se ne esce con delle proposte di bilancio che rasentano l’idiozia politica.

Una roba, appunto, che ci porta a domandare se sia del mestiere, cioè se abbia capito cosa sta accadendo nel tessuto sociale dell’Unione europea o se stiamo sempre dentro quella bolla di una retorica al limite del sopportabile. L’Europa sta discutendo del bilancio e, fra un invito a comprare armi e un altro a convertirci alle batterie cinesi, ha «sdoppiato» il bilancio pluriennale 2028-2034.

Da una parte il pacchetto ufficiale presentato dalla Commissione il 16 luglio, con cinque risorse proprie su meccanismi già esistenti: l’Ets (quota del 30% dei proventi delle aste sulle emissioni di CO2 pagate dalle industrie inquinanti, oggi incassati dagli Stati); la Cbam (tassa sul carbonio alle frontiere: colpisce le importazioni di beni ad alta CO2 come l’acciaio, il cemento, l’alluminio, prodotti fuori Ue); il Core (prelievo forfettario annuo sulle grandi aziende straniere con fatturato Ue oltre 100 milioni di euro), la tassa sui rifiuti elettronici e l’accisa sul tabacco.

Il paniere parallelo di Costa

Dall’altra, dopo il tour nelle 25 capitali di Costa raccontato a Politico, emerge un paniere parallelo, fatto di idee che circolavano da tempo ma che ora il presidente del Consiglio europeo mette nero su bianco come vive: sigarette elettroniche, criptovalute, gioco d’azzardo online, grandi aziende digitali. Col Core che compare in entrambi gli elenchi.

Il punto di partenza di Costa è netto: «Se non creiamo nuove risorse proprie, dovremo chiedere più soldi agli Stati membri. Sappiamo che dobbiamo mantenere i contributi nazionali entro limiti ragionevoli. Per questo abbiamo bisogno di un paniere credibile di nuove risorse proprie».

Paniere credibile? Forse invece di parlare con Merz della situazione, Costa avrebbe fatto meglio ad annusare l’aria che tira ed evitare di parlare di tasse. In Italia stiamo ancora impiccati con sugar tax e plastic tax (un inutile freno a mano tirato sull’intero settore) ed ecco che arriva una nuova selva di balzelli ideologici.

Siccome Costa sa che alcune misure del pacchetto ufficiale non reggono, ecco che i capoccioni sono pronti a sostituirle con altre simili.

Tabacco e criptovalute

Il caso più chiaro è il tabacco. La Commissione lo aveva inserito tra le cinque proposte ufficiali, ma lo stesso Costa ne riconosce il limite: è già tassato a livello nazionale ovunque nell’Ue, quindi un’accisa europea rischierebbe solo di sottrarre gettito agli Stati. Il margine vero, dice, sta altrove: sigarette elettroniche e vaporizzatori, non tassati in molti Paesi. Che genio, ’sto Costa! Poi dice che uno si butta sui partiti estremi.

Sulle criptovalute Costa è esplicito: «Tutti concordano sul fatto che non ci sia motivo di tenere le criptovalute senza tassarle. Non è ragionevole. E per avere una tassazione equa, dovremmo averne una». Ma sì, mettiamocele un po’ di tasse: che importa delle questioni tecniche (come tracciare le transazioni, quale base imponibile scegliere…) quando c’è un consenso largo tra i governanti.

Gioco d’azzardo, tassa digitale e il Core

Gioco d’azzardo online e grandi aziende digitali non arrivano dalla Commissione ma dal Parlamento europeo. Sulla tassa digitale, in particolare, Costa descrive un cantiere apertissimo: alcuni Stati l’hanno già introdotta unilateralmente. Resta anche da stabilire cosa colpire: le aziende, i consumatori o la pubblicità?

E poi c’è il Core, il vero banco di prova. L’idea è che le grandi aziende straniere (fatturato Ue sopra i 100 milioni) «ricambino» il sostegno pubblico ricevuto durante la pandemia: bello a dirsi ma poi ad alto rischio di convenienza.

È vero che promette di colpire «chi fattura qui ma non paga qui», ma rischia di scoraggiare gli investimenti esteri proprio mentre l’Europa dichiara di volerli attrarre per competere con Stati Uniti e Cina. E, come insegnano le elezioni tedesche, la gente vuole lavoro e salario. E per ottenerlo non si ferma alle etichette.

L’Europa invece che fa? Crea tasse ideologizzate.

Messi insieme, i due pacchetti raccontano una fiscalità europea che si costruisce per accumulo di bersagli piuttosto che per disegno complessivo: chi inquina, chi fuma, chi produce rifiuti elettronici, chi specula in cripto, chi gioca d’azzardo online, i colossi digitali, le multinazionali straniere. Ogni misura, presa singolarmente, si giustifica con un argomento «etico»; poi però spingono per comprare armi. Sullo sfondo, infine, la questione di fondo, cioè finanziare un bilancio europeo quasi raddoppiato a 2.000 miliardi in sette anni, per cui occorre l’unanimità dei 27 Stati e la ratifica dei Parlamenti. Con un trend di consenso che non mi sembra particolarmente favorevole.

L’Europa batte cassa. E gli altri governi pure. Auguri all’eurobaraccone.

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