Appuntamento stamani, ore 9, a Strasburgo. Davanti al Parlamento europeo, Ursula von der Leyen terrà il settimo discorso sullo stato dell’Unione della sua carriera da presidente della Commissione, il secondo del suo nuovo mandato. Quello in cui l’avanzata della destra, specie quella italiana, l’ha costretta a sterzare su parecchi punti dell’agenda, dall’ambiente all’immigrazione.
E al netto dei passaggi su clima, difesa, Ia e commercio, è proprio sulla questione della protezione delle frontiere che, stando alle anticipazioni di Politico, la numero uno dell’esecutivo Ue oggi annuncerà una svolta: Bruxelles, infatti, avrebbe intenzione di finanziare la costruzione di muri – che, nel grigio ed edulcorante burocratese dei funzionari europei, vengono definiti «infrastrutture di confine» – e di centri di rimpatrio nei Paesi terzi. I famosi «return hub», ispirati al modello Albania di Giorgia Meloni. O, magari, al modello Mauritania, che Pedro Sánchez, per mantenere la fama di quello che «resta umano», si è ben guardato dal pubblicizzare.
Von der Leyen sarebbe intenzionata ad attuare anche una misura ancora più radicale per fermare l’invasione: una cornice giuridica europea che permetterebbe di sospendere il diritto d’asilo e di velocizzare le espulsioni, in caso di fenomeni migratori di massa. Un’idea già suggerita dal primo ministro greco, Kyriakos Mitsotakis, che evidentemente la Commissione ora ha intenzione di sposare. Bisognerebbe stabilire quand’è che ricorrerebbero le condizioni per disporre l’entrata in vigore di questa sorta di stato d’eccezione: quanti sbarchi occorrerebbero? Servirebbe un’invasione improvvisa e soverchiante tipo quella di Ceuta? Oppure la soglia potrebbe essere abbassata? Inoltre, andrebbero chiarite le procedure necessarie a far scattare il regime speciale: si dovrebbe chiedere il permesso a Bruxelles? Ogni Stato avrebbe facoltà di decidere in autonomia? Si suppone che la squadra di Ursula inizierà subito a lavorare sui dettagli alacremente. Ameno, con un po’ più di solerzia rispetto a quella del presidente del Consiglio Ue, António Costa, secondo il quale l’Europa tornerà a occuparsi di migranti solo a ottobre.
In realtà, che nell’aria ci sia un giro di vite, l’ha lasciato intuire il commissario alla Migrazione, Magnus Brunner, intervenuto già ieri alla plenaria di Strasburgo. «Dobbiamo raddoppiare gli sforzi sia sul fronte dei trafficanti sia di chi vuole emigrare», ha detto. «L’Europa si difenderà e questo lo dobbiamo dire sia per i migranti sia per rassicurare i cittadini». Al centro del discorso del rappresentante austriaco c’era ancora il dossier Ceuta, i cui confini, «così come quelli di ogni Stato membro», ci ha tenuto a precisare Brunner, «sono ovviamente confini europei. E la Commissione è certamente pronta a fare tutto il possibile per sostenere gli Stati membri nella loro protezione. Dobbiamo trarre insegnamento da quanto accaduto a Ceuta: colmare le lacune, controllare i confini e preservare lo spazio Schengen. Il nostro lavoro deve proseguire nell’attuazione delle norme del Patto migrazione e asilo». Il commissario ha voluto evitare qualunque fronte polemico con Madrid, a costo di avvalorare le frottole di Sánchez: «La maggior parte delle persone entrate illegalmente a Ceuta», ha garantito, «ha fatto ritorno in Marocco nel giro di poche ore e nessuno – ed è un aspetto importante – è entrato nell’area Schengen. La sua integrità è stata dunque preservata. Ciò è stato possibile», ha aggiunto, «grazie all’azione delle autorità spagnole e alla collaborazione con il Marocco». Dopodiché, Brunner ha ricordato che Bruxelles «ha concesso oltre 140 milioni di euro alla Spagna per rafforzare la sicurezza dei confini». E ha precisato che «Frontex aumenterà la sua presenza in loco e dovrà essere più forte e rapida».
In effetti, gli iberici, allo scopo di consolidare le barriere marittime dell’exclave, avevano sollecitato 35 milioni di aiuti dell’Europa. A questo punto, si tratterebbe soltanto di estendere all’intero continente ciò che è stato permesso all’inquilino della Moncloa, dopo il pasticcio del mezzo milione di regolarizzazioni promesse e degli allarmi d’intelligence sull’invasione di luglio snobbati. Con le ben note conseguenze. Lo stesso governo spagnolo, quello che doveva aver rispedito i clandestini a casa nel giro di 48 ore, adesso stima che a Ceuta circolino ancora tra 700 e 1.000 minori, per non parlare delle migliaia di maggiorenni che bivaccano in strada e sulle spiagge.
I soldi Ue per erigere muri potrebbero far comodo pure alla Polonia. Varsavia ha comunicato che spedirà i militari al confine con l’Ucraina, per contrastare presunte operazioni ibride che coinvolgono la Bielorussia, la quale, tra il 2022 e il 2025, con un picco nel novembre del 2021, avrebbe facilitato il transito illegale di migliaia di migranti, provenienti da Iraq e altri Paesi del Medio Oriente. Se non altro, l’imbarazzante figura di Sánchez a Ceuta è servita a qualcosa: adesso si può dire che l’immigrazione è un’arma. E persino a Bruxelles è suonata la sveglia.
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