A quattro anni dal varo, il piano che doveva liberare l’Europa dal gas e dal petrolio russi è fallito. Lo certifica la Corte dei Conti europea nella relazione pubblicata ieri, con un linguaggio da revisori che parla di «stallo» ma che nei fatti descrive un disastro. Il REPowerEu non ha strumenti per governare la propria attuazione, i fondi Ue hanno avuto un ruolo del tutto trascurabile nel taglio delle importazioni russe e gli investimenti sono lontanissimi dagli obiettivi.
La storia (nata male) del piano Energia
Vale la pena rifare un po’ di storia, poiché come sempre accade la Commissione presenta grandiosi piani in pompa magna, ma poi nasconde sotto il tappeto i propri immancabili fallimenti.
Il 18 maggio 2022, a Bruxelles, Ursula von der Leyen definì REPowerEU «la ricarica rapida del Green deal europeo». Al suo fianco l’olandese Frans Timmermans, vicepresidente esecutivo per il Green deal, spiegò che «le rinnovabili ci danno la libertà di scegliere un’energia pulita, economica, affidabile e nostra» e che il piano serviva «a spezzare la dipendenza dal gas russo e a trovare la libertà nelle nostre scelte energetiche».
Erano i tempi in cui a Bruxelles era il lettone Valdis Dombrovskis a menare le danze, aiutato dal solerte commissario italiano Paolo Gentiloni.
Il piano aveva l’obiettivo dichiarato di azzerare le importazioni di gas russo entro il 2027, cioè i 155 miliardi di metri cubi comprati nel 2021, e uscire in fretta anche da petrolio e carbone importati da Mosca. Per fare ciò, REPoweEU voleva diversificare le forniture con nuovi fornitori e rigassificatori, ridurre i consumi e sostituire il gas con le rinnovabili.
Su quest’ultimo punto la Commissione alzò gli obiettivi già fissati dal pacchetto «Fit for 55», cioè 103 GW in più di eolico e solare entro il 2030, quota di rinnovabili al 42,5% e taglio dell’11,7% della domanda di energia, e vi aggiunse il rafforzamento delle interconnessioni elettriche tra Paesi. Le rinnovabili, insomma, avrebbero dovuto fare il grosso del lavoro.
La stima di 300 miliardi della Commissione europea
All’epoca la Commissione stimò che per azzerare la dipendenza dalla Russia entro il 2030 servissero circa 300 miliardi di investimenti aggiuntivi rispetto al Fit for 55, per oltre il 90% destinati a rinnovabili, efficienza, biometano, idrogeno e rete, e solo 12 miliardi a nuove infrastrutture per gas e petrolio.
La Commissione non offrì alcuna risorsa nuova per sostenere questi investimenti. Prese invece i 225 miliardi di prestiti del Recovery Fund rimasti in giacenza (perché nessun governo li aveva chiesti) e li dichiarò disponibili per chi avesse aggiunto al proprio Pnrr un capitolo REPowerEU, sommando poi una ventina di miliardi di sovvenzioni e invitando gli Stati a spostare volontariamente fino a 55 miliardi dai propri fondi di coesione, cioè denaro che già avevano.
Gli Stati hanno risposto con un diffuso disinteresse, ignorando tale fonte di finanziamento. Hanno impegnato solo 65 dei 300 miliardi che la Commissione ha messo a disposizione, di cui 25 di sovvenzioni e 40 di prestiti, mentre dai fondi di coesione gli Stati non hanno spostato un centesimo. Dopo l’ultima revisione dei piani, la Corte afferma che ad aprile 2026 la cifra è scesa a 54,3 miliardi, il 18% del disponibile.
La Commissione sostiene che la differenza tra i 54 miliardi presi dal fondo e i 300 stimati sia coperta da investimenti che Stati e privati fanno per conto proprio, fuori dal piano. La Corte ha chiesto i numeri, ma nessuno, né la Commissione né i governi, è stato in grado di fornirli, perché nessuno li raccoglie. La Corte conclude che il fabbisogno era gonfiato oppure nessuno sa tradurre gli obiettivi in azioni.
Perché l’Ue ha utilizzato solo 54 dei 300 miliardi
Ma c’è una terza lettura, aggiungiamo noi, ovvero che i fondi della commissione non sono convenienti. I governi preferiscono andare sul mercato a indebitarsi, senza contare che in pochi credevano davvero che spendere 300 miliardi in pannelli solari e pompe di calore avrebbe rimediato alla perdita del gas e del gasolio russo. La sostituzione è stata fatta con nuovi rigassificatori e contratti con Algeria, Norvegia, Qatar e Stati Uniti, fuori dal piano e senza bisogno di Bruxelles.
Il piano prometteva 103 GW in più di eolico e solare entro il 2030. Secondo i calcoli della Commissione, dal fondo arriveranno al massimo una ventina di questi.
Secondo la Corte, che invece di fidarsi delle stime è andata a leggere gli accordi firmati con gli Stati, ne arriveranno 1,6 (un sessantesimo dell’obiettivo). Solo 12 misure del piano su 45, infatti, obbligano a costruire impianti, mentre nelle altre 33 il traguardo è la spesa, non l’impianto. Se poi gli impianti non si fanno nessuno ne chiede conto, infatti gli impianti non si sono visti.
Le importazioni russe sono crollate, con il petrolio da 112,5 milioni di tonnellate a 12 e il gas da 153 a 38 miliardi di metri cubi tra 2021 e 2024, ma il greggio è calato per le sanzioni e sul metano non ne è mai stata imposta alcuna, tanto che il Gnl russo è cresciuto del 67%.
In compenso, la distruzione della domanda per i prezzi altissimi ha portato a un -20% sui consumi di gas, che era poi il vero obiettivo della manovra di Timmermans e von der Leyen.
Il piano Energia: la cosa sbagliata nel momento sbagliato
L’addio al gas russo decretato dal piano REPowerEU è stato deciso nel pieno della crisi, con i prezzi ai massimi storici, e ha inchiodato l’Europa a un livello di costo dell’energia strutturalmente più alto. Su questo costo si è consumata la perdita di competitività dell’industria europea, dalla chimica all’acciaio, e l’inflazione da offerta che ne è seguita ha costretto i governi a mettere sul piatto valanghe di soldi pubblici.
Secondo l’Istituto Bruegel, tra settembre 2021 e gennaio 2023 i Paesi Ue hanno stanziato 540 miliardi per proteggere famiglie e imprese dai rincari, con una stima che lo stesso Bruegel definisce non esaustiva. A fronte di questo conto, i 300 miliardi promessi per costruire l’alternativa erano un’offerta di prestiti, e quelli presi non hanno prodotto capacità misurabile. Il racconto dell’Europa che ha risposto alla crisi con un grande piano finisce qui, proprio mentre il Medio Oriente riapre il problema.
Timmermans, nel frattempo, dopo un paio di batoste elettorali in patria, ha smesso di fare politica. Buon per lui e soprattutto per noi.
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