C’era una volta il «cordone sanitario», feticcio ideologico sbandierato dai progressisti europei come un dogma di fede incontrovertibile per escludere le destre dal banchetto del potere bruxellese e spartirlo con i popolari.
Oggi, quel cordone si è improvvisamente trasformato in un cappio che stringe il collo della stessa maggioranza Ursula, giunta al suo inevitabile redde rationem. L’immigrazione, il problema sociale del secolo che l’Unione europea ha cercato per anni di nascondere sotto il tappeto di una retorica stucchevole e moralista, è esplosa nel cuore dell’Europarlamento con la forza d’urto della realtà. La polveriera si chiama Ceuta, l’exclave spagnola travolta lo scorso 30 luglio da un’ondata di 72.000 marocchini entrati illegalmente in poche ore.
Il copione recitato ieri in Aula a Strasburgo dal gruppo dei Socialisti & democratici (S&D) rasenta il capolavoro dell’ipocrisia selettiva. La capogruppo spagnola Iratxe García Pérez digrigna i denti sull’«approccio a doppia maggioranza» del Ppe, colpevole di aver tradito l’idillio iniziale (idillio di comodo, ça va sans dire) flirtando sui dossier chiave con i partiti di centrodestra come Fdi. Dal suo punto di vista, la frustrazione è persino comprensibile: su temi cruciali come l’immigrazione, la deindustrializzazione selvaggia o la crociata finto-green che ha affossato l’Unione, i popolari stanno semplicemente riscoprendo la propria vocazione d’area, accorgendosi – meglio tardi che mai – che con le destre c’è più sintonia che con i compagni a pugno chiuso. García Pérez però si allarga: non tollera che il centrodestra si ostini a registrare il profondo malcontento dei cittadini europei, ormai saturi di fronte alle invasioni di migranti irregolari. E lancia il suo ultimatum sulla risoluzione di Ceuta: i socialisti saranno della partita solo se si parlerà di solidarietà e di nuovi stanziamenti di fondi (e ti pareva: come se non bastassero i 114 milioni appena stanziati da Ursula), ma guai a usare il testo per attaccare il governo di Madrid.
Un ricatto in piena regola, travestito da nobile intento istituzionale: la sinistra voterà il documento solo a patto di dipingere Pedro Sánchez come l’incolpevole vittima dell’invasione estiva. E guai a ricordare che la Moncloa è pienamente responsabile di questa colossale falla nei confini europei, con i servizi segreti e la Guardia civil che hanno confermato come a Madrid sapessero tutto già dal 27 luglio. Così come risulta intollerabile mettere in discussione quel colabrodo ideologico che sono state le politiche migratorie dell’Ue fino a oggi, basate sull’accoglienza allegra e indiscriminata. Il cortocircuito logico e l’asimmetria etica sono sublimi: se a vacillare sotto il peso dei flussi è la Madrid di Sánchez, ecco che la difesa dei confini si trasforma d’incanto in una priorità, un gioco delle tre carte che certifica il fallimento definitivo del modello solidaristico europeo.
Dall’altra parte della barricata, l’asse della maggioranza Ursula si incrina visibilmente sotto i colpi della realtà. Il Ppe di Manfred Weber, schiacciato sulla sbiadita fedeltà a Ursula von der Leyen, flirta sempre più apertamente a favore della costruzione di una maggioranza alternativa.
I conservatori del gruppo Ecr non hanno alcuna intenzione di fare sconti e si muovono nei corridoi di Strasburgo con il passo pesante di chi sa di rappresentare l’unica vera sponda politica spendibile. Il copresidente dell’Ecr (Conservatori e riformisti europei), il polacco Patryk Jaki, ha spazzato via ogni residuo di diplomazia felpata chiedendo senza giri di parole le dimissioni immediate di Sánchez, accusato di aver favorito, con le sue folli politiche di amnistia e regolarizzazione, una situazione degenerata in criminalità e violenza. A dettare le condizioni dei conservatori ci ha pensato anche l’italiano Nicola Procaccini (Fdi): «Possiamo negoziare con gli altri gruppi, ma il limite invalicabile è l’esclusione di qualsiasi sostegno, esplicito o implicito, alla regolarizzazione di massa dei migranti irregolari da parte del governo spagnolo». Per Ecr, le sanatorie collettive non sono un atto umanitario bensì un catastrofico fattore di attrazione che demolisce ogni seria strategia di protezione delle frontiere esterne. È il manifesto politico di una destra che non accetta più di finanziare l’accoglienza indiscriminata e che lancia un messaggio diretto a Weber: la maggioranza Ursula è morta a Ceuta e il futuro si decide a destra.
In questo clima di trincea ideologica, brilla per lucidità sarcastica l’osservazione dell’eurodeputato del gruppo Esn (Europa delle nazioni sovrane, egemonizzato da Afd di Alice Weidel) e leader del movimento Futuro nazionale, il generale Roberto Vannacci, che ha messo a nudo i paradossi della difesa comunitaria: «Dovevano invaderci i russi e invece lo hanno fatto i marocchini. Ci armiamo per difenderci dal Cremlino, ma l’Europa si rifiuta di finanziare le barriere fisiche che gli invasori hanno usato per entrare». L’ex generale non ha risparmiato una stoccata al vetriolo allo stesso premier spagnolo, sottolineando con beffardo compiacimento che Sánchez prima alimenta l’invasione di massa con le sue regolarizzazioni pre elettorali e poi attua quelle stesse «deportazioni» tanto deprecate dai salotti progressisti.
Le orecchie e gli occhi dell’intera Europa politica sono ora puntati sulle parole che Ursula von der Leyen pronuncerà oggi per l’attesissimo discorso sullo Stato dell’Unione. L’immigrazione ha fatto saltare i ponti della coalizione che l’ha eletta: il voto sulla risoluzione di domani dirà se questa maggioranza ha ancora un briciolo di futuro o se Ceuta è stata la mina definitiva che ha disintegrato il paravento dell’euro-buonismo di maniera.
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