All’orizzonte dei prossimi mesi s’intravede un «autunno caldo» con le guerre in Ucraina e in Medio Oriente lungi dall’essere risolte. Abbiamo sentito il parere del generale dei bersaglieri Paolo Capitini, docente alla Scuola sottufficiali dell’Esercito di Viterbo, nonché reduce da numerose missioni all’estero (Somalia, Bosnia, Kosovo, Ciad, Repubblica Centro Africana, Haiti e Libia).
Nelle ultime settimane il presidente ucraino Volodymir Zelensky ha ribadito il proposito di arrivare a un arresto dei combattimenti con la Russia prima dell’inverno. Mosca però non vuole «congelare» il fronte. Significa forse che, dopo quattro anni e mezzo in cui ha combattuto grazie agli aiuti occidentali, l’Ucraina teme di essere travolta alla fine del 2026?
«Sicuramente sì e ritengo che si arriverà a una “pace brutta” con rinunce da parte di Kiev. Attualmente la Russia non ha interesse a cessare i combattimenti, perché dall’altra parte non viene concesso nulla. Conosciamo da tempo le condizioni russe per la fine della guerra: la neutralità dell’Ucraina, che non dovrà mai far parte della Nato né ospitare basi straniere, la limitazione delle dimensioni del suo esercito e la rinuncia a territori come Donbass e Crimea. Dall’Ucraina e dai Paesi europei non si parla di concessioni, perciò è nell’interesse della Russia proseguire la lotta. L’Unione europea non ha nemmeno ancora individuato una figura di mediatore che possa trattare con Mosca. Chi mai potrebbe fare da inviato speciale a nome di tutti i 27 Paesi della Ue, i quali hanno voci diverse in relazione alla Russia? Sappiamo bene che, nei rapporti con la Russia, convivono nell’Unione europea sensibilità molto differenti, ad esempio quelle dell’Italia, piuttosto che dell’Estonia o della Polonia».
Perché è così urgente per l’Ucraina cercare di terminare questo conflitto entro pochi mesi?
«L’Ucraina vive una crisi su più livelli. C’è una crisi statale, come si vede dai frequenti rimpasti governativi. Poi c’è una crisi del personale militare, dato che le forze armate ucraine lamentano crescenti problemi di reclutamento, renitenza e diserzione. E c’è la nota crisi degli approvvigionamenti, perché in Occidente non è rimasto quasi più nulla, in armi e munizioni, da dare a Kiev. Si pensi a queste informazioni riportate da fonti ucraine come il giornale Kyiv Independent. La produzione russa di missili è aumentata del 66-88 per cento, a seconda del tipo. Per esempio ogni mese vengono costruiti fra 60 e 70 missili balistici Iskander e fra 10 e 15 missili ipersonici Khinzal, senza contare altri vettori come Zircon, Kalibr, eccetera. Per tentare di abbattere ognuno di tali ordigni, gli ucraini devono sparare 2-3 Patriot. E la produzione di nuovi Patriot è di soli 60 esemplari al mese! Oltre ai fattori militari, Kiev sa che fra 2026 e 2027 ci saranno scadenze elettorali in Europa e Stati Uniti e che i governi alleati si troveranno di fronte alle proprie opinioni pubbliche sull’opportunità o meno di continuare a finanziare l’Ucraina».
Sul lato militare, vediamo gli ucraini continuare a puntare sugli attacchi di droni in profondità nel territorio russo, con azioni che danneggiano l’economia nemica e «pagano» dal punto di vista mediatico. Invece i russi, oltre a bombardare l’Ucraina, pressano il fronte del Donbass per logorare la catena di città-fortezze avversarie. La guerra verrà decisa sul fronte?
«Si tratta di due guerre distinte e parallele. Gli ucraini, nella loro ultima campagna strategica con droni a lungo raggio, che dura da 50 giorni, hanno preso di mira anzitutto strutture petrolifere, allo scopo di ostacolare il rifornimento di carburanti per le forze armate russe, oltre a colpire le petroliere russe nel Mar Nero e le industrie di armi. Per farlo con la necessaria precisione s’affidano sicuramente all’intelligence americana. Hanno però anche preso ad attaccare magazzini commerciali, come la catena Wildberries, per far pagare alla popolazione civile russa il prezzo del conflitto in termini di danni e disagi. Questi attacchi sono però controproducenti perché i cittadini russi reagiscono chiedendo al presidente Vladimir Putin di chiudere il conflitto con una vittoria schiacciante, infliggendo all’Ucraina colpi ancor più duri. Ed è quello che sta accadendo. A livello strategico le forze aeree e missilistiche russe bersagliano ponti, strade e ferrovie che collegano l’Ucraina occidentale a quella orientale, in pratica spaccando in due il Paese per ostacolare il trasferimento nelle retrovie del fronte di rifornimenti in armi, munizioni e truppe. A livello tattico, gli attacchi russi lungo la fascia del fronte, su una lunghezza di 1.000 km e una profondità di 60 km, riguardano, anche in tal caso, ponti e strade, ma lo scopo è impedire alle guarnigioni ucraine i movimenti laterali lungo il fronte per coprire i settori attaccati con rinforzi. Sembra che i russi stiano preparando una grande offensiva per l’autunno o per l’inverno contro la catena di città-fortezze di Sloviansk, Kramatorsk, Druzhkivka, Dobropillya. Gli ucraini dispongono di numerosissimi droni che possono impedire una tradizionale azione di sfondamento con carri corazzati, ma è anche vero che dietro questa linea di fortezze, gli ucraini non hanno più nulla».
Il conflitto ucraino è influenzato anche dalla guerra nel Golfo Persico. Per l’America in stallo si tratta di un nuovo Vietnam?
«Premetto che secondo me la guerra iraniana attuale non è che il secondo tempo del conflitto del giugno 2025. Detto ciò, la confusione della narrativa del presidente americano Donald Trump deriva dal fatto che a Washington non sono state fatte valutazioni, o se sono state fatte non sono state ascoltate, circa la reale forza dell’Iran. Si pensava che il regime degli ayatollah si sarebbe arreso dopo pochi giorni. Ma gli Stati Uniti si sono trovati a condurre una guerra di Israele. Fanno da attori di decisioni israeliane. Le navi americane, in particolare la portaerei Lincoln, si tengono a 800-900 miglia nautiche, cioè 1.500-1.600 km, di distanza dalle coste iraniane, temendo i missili antinave. E il mancato appoggio degli alleati europei, in termini di basi d’appoggio, si fa sentire sulla difficoltà statunitense di organizzare le offensive dal cielo contro l’Iran. Se facciamo il paragone con le campagne del presidente Richard Nixon contro il Vietnam del Nord, verso il 1969-1972, la situazione attuale è perfino peggiore per gli Stati Uniti. Allora il Vietnam del Nord aveva alle spalle appoggi russi e cinesi molto maggiori di quelli che oggi vanta l’Iran. Oggi si può dire che le legnate inflitte da missili e droni iraniani alle basi americane in Medio Oriente siano al 100% targate Teheran. Sta venendo meno la capacità americana d’intervenire in regioni del mondo complesse e oggi ci si chiede davvero se gli Usa abbiano perso la capacità di grandi operazioni combinate come le guerre contro l’Iraq del 1991 e 2003».
Dunque l’America è in un tunnel senza uscita?
«Diciamo che Trump ha affossato l’autorevolezza degli Stati Uniti con le sue dichiarazioni. Mi sono riletto varie dichiarazioni di presidenti americani del passato e ho notato che raramente nominavano un avversario. Bastava loro delineare i grandi programmi strategici degli Stati Uniti, fidando nel rispetto e nel timore che incuteva la superpotenza. Trump invece nomina sempre gli iraniani, li cita per nome e cognome, come se parlasse di una trattativa d’affari. Ma così riconosce all’Iran la parità con gli Stati Uniti. E parliamo dell’Iran, non di un colosso nucleare come Russia o Cina! Del declino americano, se ne sono accorte le potenze del Medio Oriente. E infatti pochi giorni fa è stato siglato l’importante patto strategico fra potenze islamiche sunnite, ovvero la Turchia, col suo imponente esercito, il Pakistan, con le sue armi nucleari, e l’Arabia Saudita, con la sua forza economica. Il patto Ankara-Islamabad-Riad è un messaggio agli Stati Uniti, ritenuti ormai incapaci di risolvere i problemi del Medio Oriente, ma anche a Israele, oltre che all’Iran. “Adesso ci pensiamo noi”, sembrano dire turchi, pachistani e sauditi».
Dietro le quinte, che fa la Cina?
«Anche i cinesi vedono che gli americani perdono la capacità di interventi efficaci. Sono sempre più convinti che gli Stati Uniti non sapranno gestire crisi nell’Indo-Pacifico, dove in caso di grande guerra è necessaria una mobilitazione su due oceani, praticamente su metà del globo. La strategia della Cina persegue il controllo delle acque fino alla prima catena di isole al largo dell’Asia, dalle Curili al Giappone, giù giù fino a Taiwan, Filippine e Borneo. Pechino è sicura di conquistare in futuro Taiwan, ma non ha fretta, sa aspettare decenni e non persegue lo scontro militare a priori».
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