Le guerre d’Ucraina e d’Iran si avvicinano e tendono a diventare una, cercano un punto d’incontro come batteri letali. E stringono l’Europa in una morsa. L’aprile di follia dimostra che la crisi energetica è una sola e globale, che l’inflazione alle porte parte da Kiev e arriva allo stretto di Hormuz, che l’emergenza bellica (dolci i tempi in cui ci si crogiolava in quella climatica) non conosce differenze dal Donbass a Teheran. Con un incubo che sta diventando realtà: quella «terza guerra mondiale a pezzi» paventata da papa Francesco nel suo drammatico grido d’allarme è sempre più una sola. Enorme e terribile.
Gli elementi di sutura delle forze in campo non si fermano al ruolo ufficiale di Russia e Cina, che giorno dopo giorno attestano con dichiarazioni e documenti la condanna nei confronti dell’attacco di Stati Uniti e Israele allo storico alleato iraniano e alla teocrazia degli ayatollah. Non parliamo di solidarietà di facciata, parliamo di fatti. Dell’aiuto coordinato nell’indicare ai pasdaran gli obiettivi alleati da colpire nel Golfo (satelliti cinesi); dell’invio di droni russi di ultima generazione ai Guardiani della rivoluzione e agli Huthi in rivolta. Un’escalation che fa tic-tac mentre le trattative non decollano per il radicalismo delle parti in causa; anche Donald Trump e Benjamin Netanyahu sembrano più giocatori di poker che di scacchi mentre la sabbia ha cominciato a scendere nella clessidra.
Primo tassello del puzzle esplosivo: domenica il presidente serbo Aleksandar Vučić ha dichiarato che esercito e polizia hanno trovato due zaini contenenti esplosivi a Kanijza, vicino al gasdotto che dalla Turchia, attraverso i Balcani, è diretto in Ungheria con in pancia il gas russo. «Due grandi pacchi di materiale esplosivo con detonatori», ha precisato il numero uno di Belgrado. Il premier ungherese Viktor Orbán ha convocato il Consiglio di difesa e ha accusato l’Ucraina di sabotaggio. «Il fallito attentato terroristico si inserisce nella serie di attacchi ucraini degli ultimi giorni», ha affermato il ministro degli Esteri Péter Szijjártó.
Due settimane fa Orbán aveva annunciato che Budapest avrebbe sospeso progressivamente le forniture di gas all’Ucraina, in risposta allo stop ai flussi di petrolio russo attraverso l’oleodotto Druzhba (che significa beffardamente Amicizia), danneggiato dai bombardamenti. Questa nuova dimostrazione muscolare al Turkish Stream non fa altro che aumentare la tensione e allargare il fronte. Orbán è lapidario: «L’ambizione dell’Ucraina è una minaccia per la vita dell’Ungheria. La nostra sicurezza energetica non è un gioco. Proteggeremo il nostro sistema energetico, la sicurezza delle nostre famiglie e i nostri interessi nazionali». Per poi aggiungere in modo sibillino: «L’Ucraina lavora da anni per isolare l’Europa dall’energia russa. Hanno fatto esplodere il Nord Stream e chiuso il gasdotto proveniente dall’Ungheria».
È pur vero che il 12 aprile in Ungheria ci sono le elezioni e che l’avversario di Orbán - Péter Magyar - ha insinuato che si tratti di una manovra orchestrata per recuperare consenso elettorale. Ma in questi casi è necessario rimanere ancorati alla realtà e testimoniare una fibrillazione pericolosa. La vicenda Nord Stream 2 non ha mai convinto nessuno, le sue ombre continuano ad avvelenare i rapporti diplomatici. E gli attacchi alle infrastrutture con accuse incrociate per far precipitare la crisi sono un segnale preoccupante. Il nuovo sabotaggio ha una conseguenza: la militarizzazione dell’area del gasdotto in Vojvodina (Serbia) e in Ungheria fino ai confini con la Slovacchia. Un atto osservato con attenzione dalle cancellerie occidentali perché in Europa incombe una crisi energetica senza precedenti e il gas russo sta diventando di nuovo una risorsa imprescindibile.
Il puzzle si compone, la guerra avanza e l’Europa (Italia compresa) viene tirata per la giacca a entrarci con i due piedi. Volodymyr Zelensky ha un ruolo centrale come collante dei due tavoli, non a caso da tempo accusa Vladimir Putin e Xi Jinping di armare Teheran e di indicare agli iraniani i bersagli occidentali nell’area del conflitto. Satelliti, droni, armi pesanti che attraversano le pietraie mesopotamiche. «Soprattutto i droni kamikaze iraniani Shahed, che i russi hanno testato e perfezionato contro di noi e ora sono un fattore nel terrore contro i civili». Reduce dal viaggio in Medio Oriente, il leader ucraino ha pianificato un accordo decennale di difesa con Emirati Arabi, Qatar e Arabia Saudita e ha confermato «l’invio di 200 esperti anti-drone per aiutare a intercettare gli attacchi iraniani con gli Shahed». In cambio ha chiesto missili Patriot che ora arrivano con il contagocce a Kiev, dirottati nel Golfo dall’operazione Epic Fury.
La scacchiera è una sola, va da Kiev a Teheran. E lo scenario è da brividi perché il rischio d’una mossa del cavallo (imbizzarrito) diventa sempre più grande. Con il nostro Paese prigioniero della frase più consolante e assurda della Costituzione: «L’Italia ripudia la guerra». Il problema è che la guerra non ripudia l’Italia.






