Donald Trump si mostra ottimista sul processo diplomatico iraniano. «Abbiamo delle ottime conversazioni in corso», ha dichiarato ieri. «Si sono comportati in modo un po’ furbo, come fanno da 47 anni», ha proseguito, riferendosi al fatto che Teheran abbia nuovamente chiuso lo Stretto di Hormuz. «Volevano chiudere di nuovo lo stretto, come fanno da anni. Non possono ricattarci», ha continuato, sostenendo che avrebbe ricevuto delle informazioni sui negoziati «entro la fine della giornata».
«Stiamo parlando con loro e, sapete, stiamo prendendo una posizione ferma. Hanno ucciso molte persone. Molti dei nostri sono stati uccisi», ha anche detto. Tuttavia attenzione: al netto dell’atteggiamento fiducioso, l’inquilino della Casa Bianca non ha intenzione di rinunciare a esercitare pressione sugli ayatollah. Nella tarda serata di venerdì, il presidente americano, pur dicendosi ottimista sulla possibilità di un’intesa, aveva avvertito infatti che, se l’Iran non dovesse raggiungere un accordo entro la scadenza del cessate il fuoco di mercoledì, gli Stati Uniti avrebbero «ricominciato a sganciare bombe». E infatti, ieri, Trump ha convocato una riunione nella situation room per discutere di Hormuz e, probabilmente, di una ripresa della guerra in caso di mancata intesa con Teheran. Inoltre, sempre ieri, il Wall Street Journal ha riferito che, nei prossimi giorni, le forze statunitensi potrebbero iniziare ad abbordare petroliere e navi commerciali collegate all’Iran, per aumentare ulteriormente la pressione economica sul regime khomeinista.
I colloqui tra americani e iraniani, tenutisi a Islamabad sabato della scorsa settimana, si erano incagliati principalmente su due punti: lo Stretto di Hormuz e l’arricchimento dell’uranio. In riferimento al primo nodo, Teheran aveva annunciato la riapertura dello Stretto per le navi commerciali dopo il raggiungimento di un cessate il fuoco tra Israele e il Libano. Gli ayatollah hanno tuttavia poi fatto marcia indietro, lamentandosi del fatto che Trump non avesse revocato il blocco statunitense sui loro porti: un blocco che il presidente americano ha detto di voler lasciare in vigore fino a che Teheran non accetterà un’intesa con Washington. Anche sul secondo nodo, poi, aleggia incertezza. Inizialmente, Axios aveva riferito che americani e iraniani stessero considerando la possibilità di un accordo, sulla cui base la Repubblica islamica avrebbe consegnato le proprie scorte di uranio, mentre la Casa Bianca avrebbe sbloccato 20 miliardi di dollari di asset iraniani congelati. Successivamente, Trump ha smentito l’esistenza di una contropartita, mentre il ministero degli Esteri di Teheran ha negato che l’Iran abbia acconsentito a cedere il proprio uranio.
Come che sia, ieri il Consiglio supremo per la sicurezza nazionale della Repubblica islamica ha reso noto di stare valutando nuove proposte arrivate da Washington a seguito della recente visita in Iran del capo delle forze di difesa di Islamabad, Asim Munir. Stretto alleato di Trump, il generale pakistano si è ormai da tempo ritagliato il ruolo di principale mediatore nella crisi in corso. Nel frattempo, il regime khomeinista continua a dover fare i conti con le sue spaccature intestine: da una parte, c’è un’ala dialogante (che fa capo al presidente iraniano Masoud Pezeshkian), dall’altra un’ala battagliera che, capitanata dai pasdaran, preme per la linea dura nei confronti di Washington. Nel mezzo, il presidente del parlamento iraniano, nonché capo negoziatore di Teheran, Mohammad Bagher Ghalibaf, sta cercando di trovare una complicata sintesi tra queste spinte opposte.
Dal canto suo, anche Trump deve fare i conti con gli equilibri interni alla sua amministrazione. Il vicepresidente, JD Vance, e il segretario di Stato, Marco Rubio, sono maggiormente propensi per la soluzione diplomatica: vogliono evitare che gli Stati Uniti restino impantanati e contrastare gli effetti politicamente nefasti dell’alto costo dell’energia sia in vista delle Midterm di novembre che delle primarie presidenziali repubblicane del 2028. Il capo del Pentagono, Pete Hegseth, appare invece su posizioni assai meno concilianti per quanto riguarda l’Iran. Per il momento, come abbiamo visto, il presidente americano, pur mantenendo sul tavolo l’opzione militare, tende più alla soluzione diplomatica sia per tutelare il Partito repubblicano in vista delle Midterm, sia per stabilizzare il Medio Oriente in funzione anticinese sia per ritrovare una sponda con Leone XIV dopo le recenti tensioni.
Insomma, la situazione complessiva resta per ora sospesa. Washington e Teheran sono impegnate in duello di resistenza, oltre che in una vera e propria guerra psicologica. Trump spera che, aumentando la pressione economica e brandendo la minaccia militare, i pasdaran finiscano isolati: il che porterebbe la Repubblica islamica a negoziare da una posizione di debolezza. Dall’altra parte, le Guardie della rivoluzione puntano i piedi nella convinzione che, alla lunga, il presidente americano potrebbe pagare un caro prezzo politico alle elezioni di metà mandato. Solo il tempo ci dirà se e come la situazione riuscirà a sbloccarsi.







