Navi ancora bloccate a causa della guerra tra Iran, Usa e Israele. Le imbarcazioni ancorano al largo della costa di Khasab, vicino allo Stretto di Hormuz in Oman, poiché il traffico marittimo attraverso questa strategica via d'acqua rimane ancora interrotto a causa della guerra che coinvolge Iran, Stati Uniti e Israele.
Federico Rampini (Ansa)
L’analista Federico Rampini: «Col vertice di Pechino tramonta l’idea sciocca di un’alleanza Europa-Cina per rispondere ai dazi di Trump. È sconcertante che un leader comunista capisca la forza del capitalismo Usa meglio di Bruxelles».
Trump e la Cina, la crisi iraniana, il ruolo dell’Europa. Federico Rampini analizza con La Verità le sfide attuali, riassunte nel suo ultimo libro, Pane e cannoni. Un mondo in guerra e le sue nuove regole (Mondadori).
Commercio e guerra sembrano fusi in un unico campo di battaglia. Quando si è infranto il sogno della globalizzazione pacifica?
«L’Età dell’Oro della globalizzazione, per le élite del World Economic Forum di Davos, i loro ideologi, i tecnocrati e i media succubi di quel conformismo, è finita solo per colpa di quel mascalzone di Donald Trump. Basta che se ne vada, e potremo tornare nel Giardino dell’Eden. Nella realtà per vasti ceti sociali non è mai esistito quel mondo di favole che doveva arricchirci tutti. Le crisi di rigetto della globalizzazione si susseguono nei decenni. Alcune erano state gestite con robuste dosi di protezionismo da altri due presidenti repubblicani, Nixon negli anni Settanta e Reagan negli anni Ottanta. Altri scossoni formidabili arrivarono con la crisi del 2008 e la pandemia. Sullo sfondo, da almeno vent’anni sta crescendo un macro-squilibrio insostenibile: la Cina ha usato le regole del commercio mondiale contro di noi, ha calpestato quelle regole quando voleva, ha inseguito un modello mercantilista accumulando avanzi commerciali destabilizzanti. In un certo senso ha replicato i modelli di altri dragoni asiatici come Giappone e Corea del Sud. Ci ha aggiunto però una scala dimensionale ben superiore, un’ostilità geopolitica all’Occidente, e un’aspirazione autarchica: con Xi Jinping la Cina vuole dominare sia le industrie mature e tradizionali sia quelle più avanzate, vuol essere indispensabile al resto del mondo ma non vuole dipendere da nessuno».
La visita a Pechino di Donald Trump è stata segnata da dichiarazioni distensive. Sotto i convenevoli, la distanza resta?
«Più che distanza, si tratta di rivalità sistemica. È una situazione che i leader di turno possono gestire passando da una tregua all’altra, da un compromesso precario all’altro, in un equilibrio instabile, cercando di evitare il peggio. Di quel vertice però colpisce un altro aspetto. Un anno prima in Europa molti fantasticavano che per reagire ai dazi di Trump bisognava costruire una grande alleanza Ue-Cina, preludio a un nuovo ordine globale. Sciocchezze ridicole. Per la Cina, l’America è l’unica superpotenza che conta, chiunque ne sia il presidente. Xi Jinping capisce i rapporti di forze, come Trump. E stima il capitalismo americano, proprio quello che Bruxelles demonizza e cerca di punire. Trump può anche essere un idiota agli occhi di Xi, ma la delegazione di capitalisti che lo accompagnava a Pechino per Xi incarna la forza strutturale dell’America. Quella che manca all’Europa, dove statalismo e anticapitalismo sono ideologie ubique e paralizzanti. È sconcertante che gli europei debbano imparare da un comunista cinese ad apprezzare la forza del capitalismo Usa».
Che significato ha il corteo di miliardari che ha seguito Trump?
«Si possono anche definire come la lobby filo-cinese in America. In passato hanno tutti realizzato ottimi affari in Cina, alcuni ci riescono ancora oggi, malgrado la crescente chiusura protezionista del mercato cinese. Certi super-capitalisti al seguito di Trump, soprattutto quelli di Big Tech, considerano la Cina una rivale temibile dalla quale però non bisogna perdere i contatti: nella gara dell’intelligenza artificiale è un bacino di talenti a cui attingere, è un laboratorio di innovazione quasi alla pari con la Silicon Valley. In ogni caso quei capitalisti non sono mai stata l’Oligarchia che veniva demonizzata in Europa. Se fossero degli oligarchi, cioè se comandassero loro, non ci sarebbero stati né i dazi né le restrizioni all’immigrazione. I grandi capitalisti sono globalisti, odiano il protezionismo».
Su Taiwan la distanza resta.
«Circoleranno molte versioni - e un bel po’ di fake news - su quel che Trump e Xi si sono detti su Taiwan nella porzione più riservata del vertice. Ma le parole contano fino a un certo punto. Taiwan è una spina nel fianco della Repubblica Popolare dalla fine della guerra civile nel 1949, quando sull’isola si rifugiò la destra nazionalista sconfitta. Ma è diventata un imbarazzo ben più grave per la nomenclatura comunista da quando Taipei ha realizzato due miracoli: è diventata una liberaldemocrazia rispettosa dei diritti umani; e una superpotenza tecnologica con una leadership nei microchip. Per l’America difendere Taiwan ha un senso, ma rischiare una guerra per questo diventa sempre più temerario ad ogni anno che passa, visto il riarmo cinese. Il dilemma è antico, non nasce certo con Trump quella che è stata definita l’ambiguità strategica degli Usa in quest’area. Una corrente di realpolitik, con seguaci anche al Pentagono, aprì un dibattito molti anni fa sull’opportunità di mollare Taiwan al proprio destino. Il problema è l’effetto-domino che questo avrebbe su Giappone e Corea del Sud».
Intanto la situazione in Iran sembra destinata ad avvitarsi.
«Una difficoltà è capire che tipo di regime iraniano abbiamo di fronte, qual è la sua solidità reale, se è compatto, e quali sono i prezzi che può pagare. Questa guerra è impopolare in America quasi quanto in Europa però non lo è affatto in quel mondo arabo (le monarchie sunnite del Golfo) che preme su Trump perché vada in fondo, almeno quanto preme Netanyahu. Ad annebbiare l’analisi contribuisce l’odio dilagante verso Trump. Nella mia memoria personale questa non è certo la prima guerra impopolare negli Stati Uniti. Vivevo in California nel 2003 quando venne invaso l’Iraq e San Francisco era percorsa di cortei pacifisti con le foto di Bush con i baffetti alla Hitler. Ma è la prima guerra dove fin dal primo giorno i due terzi dei media Usa tifavano per la vittoria degli ayatollah. E di conseguenza decretarono che l’America aveva perso a priori».
I critici parlano di un Trump che ha perso il suo raziocinio.
«Non sono in grado di entrare nella sua testa. So di sicuro che Biden era ben più logoro, e l’omertà di molti media nascose il suo declino, scrivendo una pagina poco onorevole nella storia del giornalismo americano. Ciò che mi rassicura è che la democrazia americana rimane intatta a 250 anni dalla nascita. I nemici di Trump – cioè a questo punto la maggioranza degli americani – hanno avuto dalla loro una maggioranza dei media, gran parte della magistratura. Molte azioni di Trump sono state bloccate dai tribunali del suo Paese. Altre sono vanificate quotidianamente dal federalismo, perché nella vita di tutti i giorni un cittadino americano sente molto di più le azioni del suo sindaco e del suo governatore, anziché del presidente».
In Ucraina la fine del conflitto è imminente? E soprattutto: ci sarà un vincitore?
«Vincitori, è presto per dirlo. Al primo posto tra gli sconfitti c’è il popolo russo. Ha subito perdite catastrofiche, in cambio di che cosa? Con la sua paranoia farneticante sul presunto accerchiamento di una Nato assai inoffensiva, Putin prima ha spinto nelle braccia della Nato due nazioni neutrali ma ben armate come Svezia e Finlandia, poi ha svegliato dal letargo geopolitico la Germania che inizia a riarmarsi. La Russia non è mai stata attaccata dall’America né dalla Nato, invece nel Novecento fu invasa per ben due volte dalla Germania. Aver spaventato i tedeschi fino al riarmo è l’errore geopolitico più disastroso che un leader russo potesse fare. Il suo popolo ne pagherà le conseguenze a lungo. Così come l’abbraccio con la Cina sarà il preludio alla colonizzazione della Russia, che stava molto meglio finché aveva rapporti normali con l’Occidente».
Quanto preoccupa la «normalizzazione» del discorso nucleare?
«La nuova guerra fredda è una realtà, annunciata nel 2007 dal discorso di Putin a Monaco, nel 2008 dalla prima delle sue guerre di aggressione, contro la Georgia. A loro volta i dirigenti comunisti cinesi adottarono un linguaggio esplicitamente antioccidentale dal 2008, in occasione della crisi di Wall Street. L’America cominciò ad aprire gli occhi solo verso la fine del secondo mandato Obama, con una revisione della loro analisi sulla Cina. Nel 2015 era arrivato al potere Xi Jinping, aveva abbandonato il linguaggio conciliante, declamava la sua teoria sul declino dell’Occidente, e con il piano Made in China 2025 aspirava a una supremazia tecnologica con evidenti ricadute in campo militare. In quanto al riarmo nucleare, è un grave pericolo ma non nasce oggi. La proliferazione che allargò il club atomico a India e Pakistan fu la prima tappa. La seconda fu l’irresponsabile aiuto della Cina alla Corea del Nord, che non avrebbe l’atomica senza Pechino».
È possibile per gli europei avere una difesa comune, senza prima possedere istituzioni politiche e centri di comando in comune?
«Infatti per il momento constato che il riarmo europeo comincia, ma su basi nazionali: è un riarmo tedesco, polacco, scandinavo, baltico. La Germania lo sta usando, come prima di lei fecero Usa Cina Israele, anche come strumento di politica industriale. Aiuti di Stato e sussidi tornano alla grande, purtroppo in questa corsa Berlino ha una capacità di spesa che mette in difficoltà i partner europei».
Infine, l’Italia. Quale ruolo dovrebbe giocare il nostro Paese?
«Forse Trump ha fatto un favore a Giorgia Meloni, dopo i suoi attacchi immagino che diventi più facile per lei difendersi dalle accuse di servilismo verso l’America. Ma non credo che l’opinione pubblica italiana voglia davvero giocare un ruolo internazionale. Altrimenti si darebbe i mezzi per farlo, a cominciare dagli investimenti nella difesa e nella sicurezza nazionale».
Continua a leggereRiduci
L'immagine IA postata da Trump
Il presidente Usa minaccia l’Iran utilizzando ancora un’immagine IA. Dietro di lui mare agitato e navi da guerra. Netanyahu: «Gli Usa devono decidere cosa fare con gli ayatollah».
La crisi internazionale si allarga dall’Asia al Golfo Persico, mentre Washington valuta nuove forniture militari a Taiwan e Israele prepara possibili nuovi attacchi contro l’Iran. Il presidente taiwanese Lai Ching-te ha ribadito che la cooperazione militare con gli Stati Uniti rappresenta un elemento essenziale per la sicurezza dell’area indo-pacifica. In un messaggio pubblicato sui social, Lai ha dichiarato che Taiwan si trova «al centro degli interessi globali» e che la pace nello Stretto di Taiwan «non sarà mai sacrificata né usata come merce di scambio».
Le dichiarazioni arrivano dopo il ritorno del presidente americano Donald Trump da Pechino. Il leader statunitense ha spiegato che eventuali nuove vendite di armi a Taipei «dipendono dalla Cina e costituiscono una buona carta negoziale». Mentre cresce la tensione tra Washington e Pechino sul dossier taiwanese, il Medio Oriente continua a vivere ore estremamente delicate. Gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato di aver intercettato tre droni penetrati nel proprio spazio aereo. Secondo quanto riferito dal ministero della Difesa emiratino, due velivoli senza pilota sono stati abbattuti, mentre un terzo ha colpito un generatore elettrico situato all’esterno del perimetro interno della centrale nucleare di Barakah, nella regione di Al Dhafra. Le autorità emiratine hanno precisato che sono in corso indagini per stabilire l’origine dei droni e identificare i responsabili dell’operazione.
Nel frattempo emergono nuovi dettagli sui negoziati indiretti tra Stati Uniti e Iran per porre fine al conflitto regionale. Secondo l’agenzia iraniana Fars, vicina ai Guardiani della Rivoluzione, Washington avrebbe presentato cinque condizioni per arrivare a un accordo con Teheran. Tra le richieste figurerebbero il trasferimento agli Stati Uniti di 400 chilogrammi di uranio arricchito iraniano, il mantenimento operativo di un solo sito nucleare e il mancato pagamento di risarcimenti o lo sblocco dei beni congelati appartenenti all’Iran. Sempre secondo Fars, gli Stati Uniti avrebbero inoltre subordinato la sospensione delle operazioni militari all’avvio ufficiale dei negoziati. L’Iran avrebbe risposto avanzando a sua volta cinque condizioni: la fine della guerra su tutti i fronti, soprattutto in Libano, la revoca delle sanzioni economiche, lo sblocco dei fondi congelati, il pagamento di risarcimenti per i danni subiti durante il conflitto e il riconoscimento della sovranità iraniana sullo Stretto di Hormuz. Posizioni di fatto inconciliabili.
Intanto Israele starebbe già preparando nuovi possibili raid contro obiettivi iraniani. Lo hanno riferito ad Associated Press due fonti informate, tra cui un ufficiale dell’esercito israeliano, precisando che i preparativi militari sarebbero coordinati con gli Stati Uniti. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu, intervenendo davanti al proprio Gabinetto, ha dichiarato: «Siamo preparati a qualsiasi scenario». Poi ha aggiunto: «Donald Trump deve prendere una decisione. Se decidesse di riprendere le ostilità con l’Iran, è probabile che Israele verrà chiamato a partecipare». Quest’ultima dichiarazione fa riferimento a una telefonata, durata più di mezz’ora, avvenuta ieri tra Netanyahu e Trump e conclusasi a ridosso dell’inizio della riunione di gabinetto israeliano.
Nelle stesse ore Donald Trump è tornato a minacciare apertamente Teheran, questa volta utilizzando un’immagine generata con l’intelligenza artificiale pubblicata sulla piattaforma Truth. La foto mostra il presidente americano con il tradizionale cappellino Maga mentre punta il dito verso la telecamera, circondato da navi da guerra in mezzo a un mare agitato. Su diverse imbarcazioni compaiono bandiere iraniane, mentre sullo sfondo si addensano nuvole scure. Ad accompagnare l’immagine la frase: «La calma prima della tempesta». Poi in un altro post ha aggiunto: « Non rimarrà nulla dell’Iran se non accetterà un accordo».
Continua a leggereRiduci
Fiera di armi a Bucarest, Romania
Viaggio tra gli stand della grande fiera militare appena chiusa nella capitale rumena: «Facili da usare, sembrano Playstation».
Si è chiusa ufficialmente ieri, 15 maggio 2026, l’edizione più imponente e carica di tensione della storia della Black sea defense aerospace and security (Bsda). Nata nel 2007, la fiera ha celebrato i suoi vent’anni trasformando l’area di Romaero Băneasa in un gigantesco catalogo a cielo aperto della distruzione e della Difesa, in un momento storico in cui il confine tra esposizione tecnologica e necessità del fronte non è mai stato così sottile.
Mentre a pochi chilometri di distanza era in pieno svolgimento il B9, con un summit tra i presidenti di Romania, Polonia ed Ucraina (dove si discuteva di diplomazia, guerra alla Russia e confini), tra gli padiglioni di Bucarest si respirava l’odore metallico dell’olio per armi, il ronzio elettrico dei droni e il rombo dei motori supersonici degli aerei da guerra. Per tre giorni, la capitale romena è stata l’epicentro di una corsa agli armamenti. Non un concetto astratto ma realtà. Toccabile con mano (in tutti i sensi) da delegazioni militari, esperti, capi di Stato e - nell’ultimo giorno - da comuni cittadini.
L’evento ha riunito oltre 550 aziende espositrici provenienti da 36 Paesi, attirando più di 30.000 visitatori e una fitta rete di oltre 350 alti funzionari governativi e militari. Tra le uniformi di mezzo mondo, l’Italia ha giocato un ruolo di primo piano. È stata notata e seguita con attenzione la delegazione italiana, guidata dal generale di Squadra aerea Antonio Conserva, Capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare dal maggio 2025. Accompagnato dal suo omologo dell’esercito romeno, il generale Conserva ha visitato diversi stand, soffermandosi a lungo nell’area espositiva di Leonardo, il colosso italiano che presidia il mercato con il velivolo C-27J Spartan, già pilastro dell’aeronautica locale.
La presenza italiana non si è limitata ai vertici: aziende come Beretta hanno mostrato il meglio della produzione di armi leggere, attirando l’interesse di chi, sui campi di battaglia ucraini, ha imparato che l’affidabilità di un fucile può fare la differenza tra la vita e la morte. Era possibile fare raffronti. Impugnare una Colt o una Glock. Prendere la mira con Rgp o utilizzare i droni antidroni. Entrare all’interno di un F-35 o di un mezzo blindato.
Non è stata una fiera qualunque quella di quest’anno. La Bsda 2026 si è svolta in concomitanza con il vertice del Bucarest 9 (B9), l’alleanza nata nel 2015 per rafforzare il fianco orientale della Nato. Il clima politico è stato elettrizzato dalla presenza del presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, arrivato a Bucarest per incontrare il suo omologo romeno Nicusor Dan (al centro di una grave crisi di Governo) e il presidente polacco, Karol Nawrocki. Zelensky ha visitato una base di addestramento per i piloti di F-16, gli stessi caccia che hanno sorvolato i cieli della fiera insieme agli Eurofighter Typhoon della Royal air force britannica. La Romania e la Polonia, motori del B9, hanno ribadito la necessità di una presenza permanente sul Mar Nero, trasformando l’area espositiva della Bsda nel banco di prova per i futuri contratti miliardari che ridisegneranno la sicurezza europea.
Se i carri armati restano i simboli della forza bruta, la Bsda 2026 ha sancito il dominio assoluto dei sistemi unmanned (senza pilota) e dell’Intelligenza aArtificiale. Camminando tra gli stand, l’impressione è stata quella di trovarsi in una fiera dell’elettronica con droni-cane che giravano per la fiera e umanoidi pronti ad abbracciare i fucili.
Sono i droni i protagonisti assoluti: dai celebri Bayraktar turchi ai nuovi prototipi di droni navali di superficie come l’Asmines, sviluppato dall’accademia navale «Mircea cel Bătrn». Ma la vera novità è stata l’integrazione massiccia dell’IA. Sistemi di sorveglianza e spionaggio capaci di analizzare migliaia di dati al secondo per identificare bersagli con una precisione chirurgica. I produttori hanno presentato interfacce di controllo che rendono l’atto di colpire un obiettivo simile a un videogioco. «È facile come giocare alla PlayStation», sussurrava un espositore mentre mostrava un sistema di puntamento remoto. Una semplificazione tecnica che nasconde la complessità e la letalità di proiettili super perforanti e bombe a guida laser pronte a essere sganciate da velivoli invisibili ai radar. Uno degli aspetti più d’impatto della Bsda è stata la possibilità, per i professionisti e i militari (ma anche di noi giornalisti), di imbracciare e maneggiare le armi che oggi vediamo nei reportage di guerra. Pistole, mitragliatrici di ultima generazione, cannoni e sistemi anti-drone erano «a portata di mano».
All’esterno, la mostra statica organizzata dall’esercito romeno ha offerto una panoramica completa del potenziale bellico attuale: Piranha V, i massicci trasporti truppe corazzati; Himars, i lanciarazzi che hanno cambiato le sorti di molti scontri in Ucraina; Patriot, il sistema di difesa missilistica che rappresenta lo scudo contro le minacce aeree; Gepard, il complesso antiaereo diventato fondamentale per abbattere i droni kamikaze.
La fiera è stata anche il luogo di accordi strategici che guardano al lungo periodo. La coreana Hanwha Aerospace ha firmato un protocollo con l’estone Milrem Robotics per produrre veicoli terrestri senza pilota direttamente in Romania, puntando a creare una filiera locale. Anche Hyundai Rotem ha mostrato i suoi muscoli, portando il carro armato K2 e il robot quadrupede senza pilota, dimostrando che la Corea del Sud è ormai un attore imprescindibile della Difesa europea (non parliamo, poi, dei sistemi missilistici). Interessante anche la partecipazione di Kia, che ha presentato in anteprima europea il Tasman, un veicolo di comando militare tattico derivato da un pickup, progettato per la massima mobilità fuoristrada e dotato di luci oscuranti per evitare la rilevazione notturna. L’israeliana ParaZero Technologies ha dato prova delle sue capacità con il sistema DefendAir, una soluzione antidrone che utilizza il lancio di reti per neutralizzare minacce ostili in contesti urbani o di battaglia.
La chiusura della Bsda 2026 lascia un’immagine potente: una folla di visitatori che, nell’ultimo giorno di apertura al pubblico, osserva con un misto di meraviglia e timore le macchine da guerra. In un momento di tensioni globali senza precedenti, la fiera di Bucarest ha dimostrato che la corsa agli armamenti è, oggi, il business più solido e tecnologicamente avanzato del pianeta.
Dalle motociclette elettriche per le forze speciali ai sistemi radar TPS 79 R, ogni pezzo esposto raccontava una storia di innovazione votata alla sicurezza. Ma oltre la tecnologia, rimane la consapevolezza che questi strumenti, oggi lucidati e pronti per i selfie dei visitatori, sono gli stessi che definiscono il destino dei confini europei.
Continua a leggereRiduci
Volodymyr Zelensky (Ansa)
Un incidente aereo ha provocato la spaccatura della maggioranza che reggeva l’esecutivo più filo-Ursula von der Leyen dell’Ue. Lo stesso che voleva boicottare e tagliare i fondi alla Biennale di Venezia per le aperture a Mosca.
L’armiamoci e partite di Ursula von der Leyen miete la prima vittima: è il governo di Evika Silina, primo ministro della Lettonia, l’arcinemica tra gli europei di Vladimir Putin. È colei che voleva darci lezioni di democrazia sulla Biennale di Venezia, che doveva essere vietatissima ai russi, e che ha chiesto all’Ue di ritirare il contributo all’Italia per questo evento culturale. Ironia della sorte, a bombardarla sono stati i droni ucraini, quelli che Volodymyr Zelensky fa volare anche grazie ai soldi dei contribuenti europei che, però, i suoi fidi collaboratori - Andriy Yermak lo hanno messo ieri al gabbio - dirottano sui loro conti e in lucrosi affari immobiliari.
A Bruxelles la caduta dell’esecutivo di Riga ha fatto molto rumore: bocche cucite, ma le conseguenze sono pesanti. Si dimostra che sulla Difesa comune, il riarmo, gli 800 miliardi da spendere in carri armati si fanno solo chiacchiere e distintivo. Per ora sono serviti solo a Friederich Merz, il meno amato dal suo popolo tra i governanti europei, a elargire aiuti di Stato alle aziende automobilistiche tedesche trasformate in macchine da (presunta) guerra. Ma di certo non sono serviti a costruire una difesa. È bastato uno stormo di droni a far perdere credibilità all’Europa. Ma c’è dell’altro; uno dei pilastri del rigore dell’Ue è Valdis Dombrovskis, già primo ministro lettone, commissario all’Economia che è il megafono della Von der Leyen per dire che non si tocca il patto di stabilità, che ci vogliono più tasse per avere più Europa. Ma se l’Europa è percepita dai cittadini lettoni come una farsa, c’è poco da stare allegri a palazzo Berlaymont.
Un Paese di 1,8 milioni di abitanti con un Pil (41 miliardi di euro) che è lo 0,2% di quello dell’Ue mina la credibilità dello storytelling del paradiso Europa: 450 milioni di consumatori, la terra di ogni diritto. Retorica bombardata involontariamente da Volodymir Zelensky. Sabato scorso alcuni droni ucraini hanno violato lo spazio aereo della Lettonia. Il Paese è incastrato tra Russia e Bielorussia e, come tutte le repubbliche baltiche (più la Finlandia), vive nel timor panico di un attacco russo soprattutto dal cielo. Bucato il sistema di sorveglianza, il ministro della Difesa, Andris Spruds si è dimesso. A Riga raccontano che è stato un atto di responsabilità, la verità è che la Silina ha sparato a zero su di lui anche perché pressata dai governi vicini. Il sistema di difesa aereo della Lettonia è, infatti, integrato con quello di Lituania, Estonia e Finlandia. Però il premier non si è ricordato che il suo è un governo di coalizione e che il ministro della Difesa è il principale esponente del partito dei Progressisti, che ha subito ritirato la fiducia all’esecutivo.
Così la pasionaria anti-Putin si è trovata senza maggioranza. Su X ha annunciato: «Ho preso la decisione difficile, ma onesta, di dimettermi dalla carica di primo ministro; le mie priorità sono sempre state la sicurezza per il popolo della Lettonia e i suoi interessi, ma l’invidia politica e gli interessi di parte hanno avuto la precedenza sulla responsabilità». Insomma, è una lite di condominio che rischia di mettere in ginocchio l’intera Ue e di certo crea enormi imbarazzi a Ursula von der Leyen. Edgars Rinkevičs, il presidente lettone, ha avviato le consultazioni per formare un governo ponte che porti il Paese alle elezioni già fissate per ottobre. Resta, però, il clima di profondissima sfiducia tra i cittadini per la permeabilità delle difese aeree che, a questa latitudine, è percepita come questione di vita o di morte. Anche perché la propaganda antirussa ha spinto tantissimo sulla minaccia che arriva dal Cremlino e sulla indispensabilità di sostenere l’Ucraina, cosa di cui i lettoni non sono così convinti. Perciò il ministro degli Esteri di Zelensky si è affrettato a dire che l’Ucraina è pronta a fornire altri e più sofisticati sistemi di protezione. Andrii Sybiha ha affermato che gli incidenti in Lettonia sono stati «il risultato della guerra elettronica russa che ha deliberatamente deviato i droni ucraini dai loro obiettivi in Russia». Ma evidentemente ai lettoni non è bastato anche se la retorica antirussa va tanto di moda.
Basti dire che la Lettonia, fin dal 21 aprile, ha chiesto al Consiglio dei ministri degli Esteri Ue di cassare l’invito alla Russia per la Biennale di Venezia. Artjoms Ursulskis, segretario del ministero degli Affari esteri, aveva esortato: «Ci vuole una posizione comune per vietare alla Russia di partecipare alla Biennale di Venezia. Non vogliono porre fine alla guerra e non è certo il momento di concedere loro credibilità internazionale. Loro cercano con l’arte d’influenzare il nostro pensiero qui in Europa». Appena due giorni fa Agnese Lace, ministro della Cultura lettone che ha molto insistito perché l’Ue non desse alla Biennale i due milioni di euro di contributo, è tornata alla carica raccogliendo l’adesione di 18 Paesi europei per una mozione tesa ad allargare le sanzioni alla Russia anche in ambito culturale.
I lettoni, dalla cultura alla finanza, hanno sempre il ditino alzato verso gli altri europei anche perché a Ursula von der Leyen fa comodo. Peccato, però, che giorni fa il ministro dell’Agricoltura, Armands Krauze, e il direttore della Cancelleria di Stato, Raivis Kronbergs, siano stati arrestati nell’ambito di una maxi-inchiesta anticorruzione. Pare ci siano di mezzo contributi europei e sovvenzioni al settore del legno che è uno dei motori economici della Lettonia. Chissà che anche in questo la vicinanza con l’Ucraina non si stata d’esempio.
Continua a leggereRiduci







