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2025-12-30
Il «selvaggio» piace solo in film e favole. Se scegli il vero bosco ti trattano da matto
La famiglia Trevallion (Ansa)
Gli indigeni azzurri, come noto, sono devoti alla Grande Madre, cioè a una natura divinizzata a cui letteralmente si connettono tramite una sorta di spina naturale di cui sono dotati dalla nascita. Il sottofondo culturale di tutto ciò ha tinte new age nemmeno troppo vaghe: da una parte l’aggressività maschile (condivisa pure da alcune donne che hanno evidentemente introiettato il patriarcato); dall’altro la pacifica accoglienza del femminile. Praticamente tutto Fuoco e cenere è una riflessione sulla paternità che si conclude con la cancellazione del padre biologico, che è ovviamente autoritario e bellicoso. Trionfa invece un padre aperto e inclusivo, capace di gestire una famiglia allargata e per certi versi moderna. Insomma, anche da questo punto di vista si ripropongono alcuni vecchi stereotipi che ottengono sempre grande successo nel racconto progressista, a partire dal classico «maschile violento contro femminile pacifico».
Va senza dirlo che, nell’universo narrativo di Avatar, la natura personificata è sempre buona, disancorata dall’eterno ritorno terribile di nascita e morte. È una natura plastificata, spogliata della violenza che invece caratterizza profondamente la vita reale. È una natura in qualche modo «democratica», e per forza di cose sono «democratizzate» e patinate pure le comunità tradizionali dei Na’vi. L’elemento guerriero appare secondario, la gerarchia è edulcorata, il senso del sacro è reso tutto sommato marginale. Tutto è molto comodo, molto piacevole e luccicante. Tutto molto progressista, appunto. Il che è una robusta contraddizione in termini, dato che l’ideologia progressista da cui Avatar in larga parte scaturisce è in realtà rabbiosamente ostile a tutto ciò che è sacro, tradizionale e gerarchico. Semplificando un po’ si potrebbe dire che, con Avatar, Hollywood celebra il mondo che ha contribuito a distruggere. È facile supporre che molti spettatori, soprattutto di giovane età, usciranno dal cinema sognando di abitare nel dolce villaggio dei Na’vi, di stabilire connessioni con l’Anima del mondo e i saggi animali che popolano il pianeta Pandora. Qualcuno si troverà persino d’accordo con l’idea di soppiantare il maschile con il femminile, trascurando il fatto che a livello di dominio l’avvicendamento è già avvenuto, e da tempo. Il femminile, oggi, trionfa ovunque a livello simbolico, anche se è un femminile perverso che ha condotto una folle lotta contro il maschile e si mostra nel suo aspetto più oscuro e terrificante. Il potere invasivo e controllante dei nostri tempi ha, in effetti, fattezze femminili.
È interessante, a tale riguardo, ripensare a quanto sta accadendo alla cosiddetta famiglia del bosco (anzi, alle famiglie del bosco visto che ci sono almeno due casi analoghi in corso). Ed è ancora più suggestivo riesaminare la vicenda proprio alla luce del successo di Avatar. Padre e madre Trevallion hanno deciso di valorizzare nella realtà il legame con la natura, lo hanno esaltato e praticato nella vita vera: fanno i conti con la fatica, il freddo, le difficoltà e le mancanze che il rifiuto della modernità comporta. Il loro universo non è quello favoloso dei Na’vi: è più complicato, più duro. Anche i Trevallion, per certi versi, devono fronteggiare dei colonizzatori, qualcuno che vuole distruggere il loro stile di vita. Ma, guarda un po’, questi colonizzatori non sono maschi bianchi occidentali militaristi. Il controllo a cui è richiesto loro di sottoporsi, la sottomissione a cui devono piegarsi è quella di uno Stato madre apparentemente molto accogliente, che si mostra preoccupato per i figli e pretende di agire per il loro superiore interesse, per il loro bene. I Trevallion vanno rieducati in nome del progresso, c’è un Leviatano che pretende di accoglierli nel suo amorevole abbraccio (abbraccio stritolatore, in verità).
Nel mondo reale, i valori maschili oggi contano ben poco, eppure sono esattamente quelli che regolavano l’esistenza della grandissima parte delle civiltà tradizionali, comprese quelle che veneravano divinità femminili. L’ordine sacro, verticale e gerarchico dei guerrieri e dei cacciatori è quanto di più lontano dall’attuale ordine orizzontale e sedicente democratico, che schiaccia l’individuo in nome di un collettivo anonimo e slavato, e riduce il creato a caricatura buona per abbellire i salotti. Il rapporto con la terra, la tradizione e la natura, oggi, va bene soltanto finché è confinato al cinema, magari in 3d. La favola di Avatar è apprezzata in quanto favola, il selvaggio è buono solo quando è inoffensivo e addomesticato al cinema e in tv. La tecnica non tollera opposizione se non quella che essa stessa costruisce: il film di James Cameron è la tecnologia al suo apice che assume pose antitecnologiche, la modernità turbo che si finge antimoderna, l’ipocrisia che serve da consolazione.
Siamo davvero curiosi di sapere che cosa racconterà il quarto capitolo della saga. Ci permettiamo di dare una piccola idea per una trama possibile: i Na’vi devono affrontare una nuova minaccia. Dal pianeta Bibbia’no sono giunti invasori apparentemente molto gentili, ma temibili: vogliono portare via tutti i piccoli indigeni per farli vivere in case riscaldate e non più in capanne, e per farli andare a scuola come tutti gli altri minori del cosmo. Che ne dite? Più realistico no?
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La natura di «Avatar» è un prodotto artificiale dei progressisti: quella reale è aspra e feroce. Infatti allo Stato madre non va bene.Da quando è uscito, il 17 dicembre scorso, il terzo film della serie Avatar, intitolato Fuoco e cenere, è stato visto in Italia da diverse decine di migliaia di spettatori incassando oltre 15 milioni di euro. Ovviamente il successo è globale: negli Stati Uniti ha raggiunto i 218 milioni di dollari di incassi, che diventano 760 e passa milioni di dollari a livello mondiale. Non stupisce, dopo tutto Avatar è un franchise che si adatta perfettamente allo spirito del tempo, anzi si può dire che abbia largamente contribuito a plasmarlo. Non c’è dubbio che anche il nuovo capitolo sia godibile e visivamente straordinario: è un fantasy classico, in fondo, che mette in scena l’antica lotta fra le forze del bene e quelle del male, semplicemente con qualche sfumatura woke. Ci sono i colonizzatori bianchi occidentali, per lo più maschi, che invadono il pacifico mondo dei Na’vi, popolazione umanoide di colore blu molto simile ai nativi americani, insomma siamo a Balla coi lupi fra le stelle. Hollywood cerca ancora di fare i conti con il genocidio degli indiani risarcendoli tramite la produzione di immaginario: i buonissimi selvaggi si trovano per l’ennesima volta a fronteggiare gli spietati visi pallidi, una trama che dagli anni Settanta in poi abbiamo visto ripetersi con una certa frequenza.Gli indigeni azzurri, come noto, sono devoti alla Grande Madre, cioè a una natura divinizzata a cui letteralmente si connettono tramite una sorta di spina naturale di cui sono dotati dalla nascita. Il sottofondo culturale di tutto ciò ha tinte new age nemmeno troppo vaghe: da una parte l’aggressività maschile (condivisa pure da alcune donne che hanno evidentemente introiettato il patriarcato); dall’altro la pacifica accoglienza del femminile. Praticamente tutto Fuoco e cenere è una riflessione sulla paternità che si conclude con la cancellazione del padre biologico, che è ovviamente autoritario e bellicoso. Trionfa invece un padre aperto e inclusivo, capace di gestire una famiglia allargata e per certi versi moderna. Insomma, anche da questo punto di vista si ripropongono alcuni vecchi stereotipi che ottengono sempre grande successo nel racconto progressista, a partire dal classico «maschile violento contro femminile pacifico».Va senza dirlo che, nell’universo narrativo di Avatar, la natura personificata è sempre buona, disancorata dall’eterno ritorno terribile di nascita e morte. È una natura plastificata, spogliata della violenza che invece caratterizza profondamente la vita reale. È una natura in qualche modo «democratica», e per forza di cose sono «democratizzate» e patinate pure le comunità tradizionali dei Na’vi. L’elemento guerriero appare secondario, la gerarchia è edulcorata, il senso del sacro è reso tutto sommato marginale. Tutto è molto comodo, molto piacevole e luccicante. Tutto molto progressista, appunto. Il che è una robusta contraddizione in termini, dato che l’ideologia progressista da cui Avatar in larga parte scaturisce è in realtà rabbiosamente ostile a tutto ciò che è sacro, tradizionale e gerarchico. Semplificando un po’ si potrebbe dire che, con Avatar, Hollywood celebra il mondo che ha contribuito a distruggere. È facile supporre che molti spettatori, soprattutto di giovane età, usciranno dal cinema sognando di abitare nel dolce villaggio dei Na’vi, di stabilire connessioni con l’Anima del mondo e i saggi animali che popolano il pianeta Pandora. Qualcuno si troverà persino d’accordo con l’idea di soppiantare il maschile con il femminile, trascurando il fatto che a livello di dominio l’avvicendamento è già avvenuto, e da tempo. Il femminile, oggi, trionfa ovunque a livello simbolico, anche se è un femminile perverso che ha condotto una folle lotta contro il maschile e si mostra nel suo aspetto più oscuro e terrificante. Il potere invasivo e controllante dei nostri tempi ha, in effetti, fattezze femminili.È interessante, a tale riguardo, ripensare a quanto sta accadendo alla cosiddetta famiglia del bosco (anzi, alle famiglie del bosco visto che ci sono almeno due casi analoghi in corso). Ed è ancora più suggestivo riesaminare la vicenda proprio alla luce del successo di Avatar. Padre e madre Trevallion hanno deciso di valorizzare nella realtà il legame con la natura, lo hanno esaltato e praticato nella vita vera: fanno i conti con la fatica, il freddo, le difficoltà e le mancanze che il rifiuto della modernità comporta. Il loro universo non è quello favoloso dei Na’vi: è più complicato, più duro. Anche i Trevallion, per certi versi, devono fronteggiare dei colonizzatori, qualcuno che vuole distruggere il loro stile di vita. Ma, guarda un po’, questi colonizzatori non sono maschi bianchi occidentali militaristi. Il controllo a cui è richiesto loro di sottoporsi, la sottomissione a cui devono piegarsi è quella di uno Stato madre apparentemente molto accogliente, che si mostra preoccupato per i figli e pretende di agire per il loro superiore interesse, per il loro bene. I Trevallion vanno rieducati in nome del progresso, c’è un Leviatano che pretende di accoglierli nel suo amorevole abbraccio (abbraccio stritolatore, in verità).Nel mondo reale, i valori maschili oggi contano ben poco, eppure sono esattamente quelli che regolavano l’esistenza della grandissima parte delle civiltà tradizionali, comprese quelle che veneravano divinità femminili. L’ordine sacro, verticale e gerarchico dei guerrieri e dei cacciatori è quanto di più lontano dall’attuale ordine orizzontale e sedicente democratico, che schiaccia l’individuo in nome di un collettivo anonimo e slavato, e riduce il creato a caricatura buona per abbellire i salotti. Il rapporto con la terra, la tradizione e la natura, oggi, va bene soltanto finché è confinato al cinema, magari in 3d. La favola di Avatar è apprezzata in quanto favola, il selvaggio è buono solo quando è inoffensivo e addomesticato al cinema e in tv. La tecnica non tollera opposizione se non quella che essa stessa costruisce: il film di James Cameron è la tecnologia al suo apice che assume pose antitecnologiche, la modernità turbo che si finge antimoderna, l’ipocrisia che serve da consolazione.Siamo davvero curiosi di sapere che cosa racconterà il quarto capitolo della saga. Ci permettiamo di dare una piccola idea per una trama possibile: i Na’vi devono affrontare una nuova minaccia. Dal pianeta Bibbia’no sono giunti invasori apparentemente molto gentili, ma temibili: vogliono portare via tutti i piccoli indigeni per farli vivere in case riscaldate e non più in capanne, e per farli andare a scuola come tutti gli altri minori del cosmo. Che ne dite? Più realistico no?
Luigi Lovaglio (Ansa)
L’ex amministratore delegato Luigi Lovaglio prova a rientrare al Monte. Non sarà facile però. La serratura è stata cambiata.
Perché c’è qualcosa di surreale e inedito in un capo azienda che, dopo essere stato invitato all’uscita, prova a rientrare dalla porta di servizio. Si presenterà con una lista di minoranza contrapposta a quella del Consiglio d’amministrazione che ha cancellato la sua candidatura. Il problema è l’indagine a suo carico avviata dalla Procura della Repubblica di Milano sulla scalata a Mediobanca. Non è certo un problema di integrità visto che l’inchiesta è ancora alle prima battute. Ma certo di opportunità. Intervistato da Bloomberg Tv, Lovaglio si difende: «Il mercato conosce il mio track record» nella convinzione che quattro anni di gestione costituiscano un visto permanente, non soggetto a scadenza né a revisione.
Il ragionamento è semplice, forse troppo: ho risanato il Monte, ho mantenuto gli impegni, dunque merito di restare. Peccato che il Consiglio di amministrazione - composto da persone che quel percorso lo conoscono quanto lui - abbia tratto conclusioni diverse. E quando chi ti ha lavorato a fianco per anni decide che è tempo di cambiare, forse varrebbe la pena interrogarsi, invece di andare in televisione a ricordare i propri meriti.
Ma questa, evidentemente, non è la strada scelta. Poi c’è la questione giudiziaria, che Lovaglio affronta con abilità: la mostra, la dichiara innocua, la fa sparire. È indagato nell’ambito dell’indagine relativa alla scalata a Mediobanca. È una vicenda tutt’altro che marginale. Lovaglio spiega che questo non rappresenta un elemento ostativo. «Mps ha confermato il mio fit & proper il 5 dicembre e un’altra volta a metà febbraio». Vuol dire che è stato dichiarato idoneo al ruolo. Ma poi le cose e le opinioni cambiano.
Il Consiglio di amministrazione, la scorsa settimana, ha scritto nella lettera agli investitori che la decisione di escluderlo non è riconducibile «esclusivamente» alle indagini in corso e ai loro potenziali impatti reputazionali. «Non esclusivamente». Parole che lasciano aperto un portone attraverso cui possono transitare considerazioni di tanti tipi. Lovaglio ha liquidato tutto questo come irrilevante. Gli investitori istituzionali, notoriamente allergici alle grane giudiziarie dei manager, sembrano non essere dello stesso avviso. Che cosa accadrebbe alla governance di Mps nel caso in cui l’inchiesta andasse avanti? Quali gli impatti su una banca cui negli ultimi anni non sono certo mancati i passaggi nelle Aule di tribunale
Sul fronte strategico, Lovaglio ha garantito che il piano industriale di Mps che prevede la fusione con Mediobanca resterà invariato. Il mercato, però, è di diverso avviso considerando il forte arretramento delle quotazioni subito dopo la presentazione del programma. La quotazione è scesa in poche ore del 7% e non si è ancora ripresa. Quanto alla partecipazione in Assicurazioni Generali, Lovaglio l’ha definita: «nice to have». Utile e benvenuta, ma non centrale.
Eppure quella partecipazione è stata al centro di manovre, tensioni e retroscena che lo hanno coinvolto in prima persona.
La vera partita si gioca lontano dalle telecamere di Bloomberg: sui tavoli dei proxy advisor, gli arbitri che il grande pubblico ignora ma che gli investitori istituzionali ascoltano con devozione. Institutional Shareholder Services (Iss) ha già raccomandato il voto a favore della lista del consiglio uscente che esclude Lovaglio. Glass Lewis non si è ancora espresso. La sua posizione è attesa con la trepidazione con cui un imputato aspetta il verdetto.
Se anche Glass Lewis si allinea, per Lovaglio la strada si trasforma in un muro. Se divergesse, il campo si aprirebbe. Ma al momento i segnali non sono incoraggianti per chi si presenta all’assemblea come candidato alternativo con un’indagine in corso alle spalle e il proprio ex consiglio di amministrazione schierato contro. Lovaglio però dichiara di sentirsi «a proprio agio» nella competizione assembleare.
Il Monte, nel frattempo, continua la sua secolare esistenza: è la banca più antica del mondo, un primato che sopravvive a governatori, amministratori e scandali con encomiabile forza. Aspetta di sapere chi la guiderà. Gli azionisti voteranno. I proxy advisor avranno consigliato. I mercati trarranno le loro conclusioni.
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(Imagoeconomica)
Davanti al giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Palermo ci sono 23 indagati tra professori universitari (ben 12), ricercatori e imprenditori. Gli inquirenti avevano chiesto l’emissione di misure cautelari personali e il sequestro preventivo anche per equivalente. Il gip Cristina Lo Bue, però, ha tirato il freno a mano. Non perché l’impianto sia stato ritenuto carente, ma perché i fatti sono risalenti nel tempo.
L’indagine, che ora è davanti al Tribunale del Riesame, è coordinata dai pm Calogero Ferrara e Amelia Luise e si muove su due livelli. Il primo è quello ufficiale: attività dichiarate, progetti finanziati, laboratori operativi. Il secondo è quello dell’accusa: attività «in realtà mai effettuate». Secondo i pm, un gruppo di docenti, ricercatori e imprenditori avrebbe operato «in tempi diversi e con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso» per ottenere contributi pubblici legati a due progetti: «Bythos», una ricerca su molecole bioattive utilizzando scarti ittici e finanziato nell’ambito del Programma Italia-Malta, e «Smiling», che ha ottenuto fondi del Po Fesr Sicilia per sviluppare prodotti cosmetici dall’utilizzo di sottoprodotti della filiera vitivinicola. Il meccanismo è descritto con formule che ritornano: «Artifizi e raggiri», «costi fittizi», «fatture per operazioni in tutto o in parte inesistenti», simulazione di forniture e servizi.
I numeri danno il peso: per Bythos 1,7 milioni di euro, per Smiling la stessa cifra: 1,7 milioni. Fondi europei ottenuti, secondo l’accusa, inducendo in errore l’amministrazione pubblica. Tra gli indagati figurano il professore Vincenzo Arizza, direttore del dipartimento di Scienze e Tecnologie biologiche, chimiche e farmaceutiche dell’Università di Palermo e responsabile scientifico dei due progetti di ricerca, e Antonio Fabbrizio, amministratore e titolare di fatto della associazione Progetto giovani e della associazione Più servizi Sicilia. Proprio Arizza si sarebbe fatto scappare: «C’è un po’ di casino […] dato che non abbiamo potuto spendere 40.000 euro» sarebbe stato appositamente aumentato il numero delle ore di lavoro del personale interno («stiamo pompando», dice Arizza) al fine di ottenere i «costi» necessari all’ottenimento dei contributi pubblici. Per Arizza, il suo difensore, l’avvocato Vincenzo Lo Re, precisa: «Abbiamo documentato al Riesame l’effettività dei progetti di ricerca». Ma sul registro degli indagati è finito tutto lo staff del professore: Mirella Vazzana e Patrizia Diana, due ordinari; Aiti Vizzini, associato; Manuela Mauro, ricercatrice; e Lucia Branwen Horsby, docente a contratto.
Sono stati due colleghi della Horsby a far saltare il tappo. Decidono di parlare e di mettere nero su bianco nomi e circostanze. È il punto di origine di una ricostruzione che copre cinque anni, dal 2018 al 2023, e che prova a incrinare la narrazione ufficiale dei progetti finanziati. Uno di loro consegna ai pm un’immagine precisa: «Mi risulta che sia stato formulato un ordine di circa 70-80.000 euro per dei materiali che non ho mai visto all’università». Poi aggiunge un dettaglio che cambia la prospettiva: «Il professore Arizza ci chiese di realizzare delle etichette adesive con gli estremi del progetto da apporre sul materiale acquistato». Quelle etichette, secondo quanto dichiarato, non servivano a identificare un acquisto reale, ma a ricostruirlo. È su questi episodi che l’indagine prende forma. Fino a ipotizzare un accordo. I pm parlano di un possibile patto corruttivo tra Arizza e Fabbrizio. Il docente avrebbe favorito l’aggiudicazione alla società di Fabbrizio di servizi legati al progetto europeo Smiling, ricevendo in cambio lavori assegnati e mai svolti dal figlio. Ma sono i dettagli che raccontano davvero l’indagine. C’è una mail del 28 giugno 2019. All’interno c’è questa frase: «La strumentazione è collocata presso il laboratorio del Comune di Lipari». Una comunicazione amministrativa per certificare una fornitura. In realtà, hanno scoperto gli inquirenti, il laboratorio non era ancora stato ristrutturato. Il laboratorio di Lipari diventa il simbolo dell’intera vicenda. Nelle carte ufficiali è descritto come un nodo centrale: «Funzione strategica» per lo «sviluppo di tecniche e analisi relative alla produzione di scarti nelle isole minori». Sulla carta sarebbe stato completato e inaugurato il 29 giugno 2021. Ma quando gli inquirenti sono andati a verificare hanno scoperto che non era operativo, che le attività non erano state svolte e che le forniture non erano avvenute.
Il rettore Massimo Midiri ieri ha espresso «profondo dolore e ferma indignazione». E questo prima di apprendere che nell’inchiesta risultano ricercatori formalmente attivi che, secondo la Procura, «non hanno mai eseguito alcuna ricerca». Relazioni firmate che attestano attività inesistenti. Contratti rinnovati sulla base di lavori mai svolti. La documentazione ufficiale, secondo l’accusa, sarebbe stata «predisposta al fine di trarre in inganno». Proprio la prof Azzana parlando in siciliano stretto di un collega afferma: «Il primo contratto puru su futtiu sanu (pure se l’è rubato intero, ndr)». E anche in questo caso i requisiti dei bandi, secondo l’accusa, sarebbero stati «ritagliati su misura».
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Non era scontato, ma il risultato è arrivato. E con numeri che parlano da soli. La prima edizione di Eos Show a Parma chiude con 40.000 visitatori e oltre 300 espositori, confermando il richiamo di una manifestazione che, pur cambiando casa, non ha perso slancio. Anzi.
Dal 28 al 30 marzo i padiglioni 5 e 6 di Fiere di Parma sono stati attraversati da un flusso continuo di appassionati del mondo caccia, tiro e outdoor. Un pubblico ampio e trasversale, che ha animato gli stand espositivi e riempito anche gli spazi dedicati all’esperienza diretta: dal padiglione 3 per lo shopping alle linee di tiro allestite all’esterno. Qui si è passati rapidamente dalla teoria alla pratica, con 60.000 cartucce sparate in tre giorni e quasi 700 prestazioni registrate al Tiro a segno nazionale di Parma.
Il dato più significativo, tuttavia, è forse un altro: i numeri di questa edizione eguagliano quelli dello scorso anno, quando l’offerta era più ampia e comprendeva anche la pesca. Un segnale chiaro della capacità attrattiva del nuovo format, più focalizzato ma allo stesso tempo più interattivo. Il trasferimento a Parma sembra aver convinto tutti. Tra gli espositori prevale la convinzione che si tratti di un salto di qualità, soprattutto sul piano logistico e organizzativo. Non a caso, molti guardano già alle prossime edizioni con l’idea di concentrare qui i propri investimenti fieristici, con un obiettivo dichiarato: trasformare Eos Show in un punto di riferimento a livello europeo. L’ambizione internazionale, del resto, è già nei numeri. In fiera si sono presentati circa 300 operatori esteri – tra buyer, distributori e giornalisti – provenienti da oltre 40 Paesi. Un risultato sostenuto anche dal supporto dell’Agenzia Ice e dalla presenza delle principali aziende del settore, molte delle quali esportano fino al 90% della produzione.
Tra i corridoi si respira soddisfazione, ma anche la percezione di un settore in evoluzione. Andrea Andreani, presidente di Anpam, parla di un entusiasmo ritrovato e di un dialogo che si riapre tra il mondo venatorio e realtà affini. Sottolinea la qualità del format, in particolare la possibilità di provare direttamente i prodotti e l’impostazione interattiva della manifestazione. E guarda già avanti, ipotizzando per il futuro una giornata interamente dedicata al business e una maggiore presenza delle istituzioni. Sulla stessa linea Pierangelo Pedersoli, presidente del Consorzio armaioli italiani, che evidenzia l’attrattività della sede parmense e invita a rafforzare la coesione tra le diverse anime della fiera. L’obiettivo, dice, è duplice: coinvolgere sempre più aziende – soprattutto del comparto outdoor – e costruire una massa critica capace di consolidare la crescita dell’evento.
Una crescita che passa anche dal ricambio generazionale e dall’apertura a nuovi pubblici. Luciano Rossi, presidente della Federazione italiana tiro a volo e della federazione internazionale Issf, insiste proprio su questo aspetto: giovani, donne e nuovi appassionati rappresentano un segnale di vitalità per un settore che affonda le radici nella tradizione ma guarda al futuro. Le iniziative dedicate alle nuove generazioni e la possibilità di sperimentare direttamente le discipline sportive vanno, secondo Rossi, nella direzione giusta.
Non solo business, però. Eos Show si propone anche come luogo di confronto culturale. Lo sottolinea Maurizio Zipponi, presidente di Cncn e Fondazione Una, che richiama i temi affrontati durante la manifestazione: dal ruolo sociale del cacciatore al rapporto con agricoltura e ambiente, fino alla gestione della biodiversità e alla valorizzazione della filiera delle carni selvatiche. Questioni che, nelle intenzioni degli organizzatori, devono accompagnare lo sviluppo del settore.
A tirare le somme è Antonio Cellie, amministratore delegato di Fiere di Parma, che parla di un’esperienza organizzativa riuscita grazie alla collaborazione tra ente fieristico e associazioni di settore. Un lavoro condiviso che, oltre ai numeri della partecipazione, guarda anche all’impatto economico: l’indotto stimato sul territorio è di circa 20 milioni di euro. Il prossimo appuntamento è già fissato: EOS Show tornerà a Parma dal 20 al 22 marzo 2027. Con una base solida e un’ambizione ormai dichiarata.
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