
I baroni universitari sono sul piede di guerra. Da un po’ di tempo a questa parte vedono infatti il loro regno assediato. Non dai concorsi che impediscono di trasmettere la cattedra di padre in figlio, o da «maestro» a «discepolo».
così da poter perpetrare una gestione nepotistica dove tra professori ci si scambia favori e clientele (molte Procure hanno aperto inchieste per corruzione e turbativa d’asta, con decine di docenti coinvolti). No, a minacciare la baronia sono le università telematiche, che nel giro di un decennio hanno conquistato centinaia di migliaia di iscritti (in cinque anni sono più che raddoppiati, raggiungendo e superando la soglia dei 300 mila studenti), mettendo a repentaglio potere, visibilità e consulenze dei docenti delle università tradizionali.
Un disastro per gli affari di taluni titolari di cattedre che vedono diminuita la loro influenza e pure il business di testi e ricerche accademiche. Dunque? Bisogna trovare il modo di fermare le università telematiche prima che danneggino il sistema. E come si fa? Semplice. Si impediscono gli esami online, decidendo che si debbano fare sempre in presenza con la scusa che a distanza i test sono farlocchi e consentono agli studenti di imbrogliare e di farsi aiutare. Ovviamente per giovani e meno giovani, che hanno scelto gli atenei digitali perché lavorano o non possono permettersi di trasferirsi in città o anche solo di fare i pendolari a ogni esame, questo è un problema. Magari non è un incentivo a passare alle università tradizionali, ma di sicuro è un deterrente a continuare gli studi.
Però, per capire quali siano gli interessi in gioco e quanto poco abbia voglia di essere svegliato il sonnacchioso mondo accademico, forse è il caso non solo di fare un passo indietro, ma anche di guardare che cosa accade all’estero. Gli atenei online non sono un’invenzione italiana, ma sono presenti in tutta Europa. In Spagna addirittura ne esiste uno statale, mentre altri in Gran Bretagna e Germania sono privati. Nei Paesi scandinavi invece non c’è alcuna distinzione tra università tradizionali e online, perché si privilegia la necessità di andare incontro a una domanda che sale dal basso, consentendo l’accesso a corsi di laurea anche a chi non può permettersi una frequenza quotidiana. Ci si lamenta spesso dei costi degli alloggi nelle grandi città, ma il diritto allo studio che viene invocato citando la Costituzione può essere garantito evitando di caricare di costi le famiglie degli studenti e consentendo di ridurre le lezioni in presenza a favore degli esami a distanza. Ne beneficiano i meno abbienti, ma anche i laureandi con disabilità, perché una piattaforma accessibile non ha gradini né aule affollate dove è impossibile accedere.
I puristi dei test in presenza insinuano però che quelli telematici non siano attendibili, perché lo studente può copiare o farsi aiutare. In realtà, da tempo esistono sistemi (che costano milioni) con cui attraverso la telecamera si possono controllare da remoto i movimenti, il viso e lo sguardo di uno studente, così da poter bloccare l’esame nel caso si rilevino anomalie. Li usano in America e nel resto d’Europa. E mi risulta che siano in funzione anche da noi. Dunque, qual è il problema? Perché impedire a molti giovani di ridurre costi e tempi per laurearsi, obbligandoli a mettersi in viaggio, pagare un hotel e affrontare l’esame in trasferta? Perché negare la possibilità di rimanere a casa, unendo lavoro e studio? La ragione, come detto, è una sola: i baroni vedono il proprio potere scemare insieme agli iscritti. E dunque stanno provando a riportare indietro le lancette dell’orologio. Con un danno non tanto ai gruppi che hanno investito nel segmento dell’università online, quanto a migliaia di studenti che in questi anni si sono impegnati per conseguire una laurea e oggi rischiano di dover fare i conti non con il futuro ma con il passato.






