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Le reti dei cartelli della droga stanno assumendo un ruolo sempre più diretto nelle proprie attività in Africa, aprendo una nuova fase dopo oltre quarant’anni durante i quali il continente era stato utilizzato soprattutto come piattaforma di transito per le sostanze stupefacenti destinate ai mercati europei e nordamericani.

Il fenomeno è emerso con particolare evidenza dopo il recente smantellamento di un laboratorio di metanfetamina in Sudafrica, soltanto l’ultimo di una serie di importanti operazioni che hanno portato alla scoperta di impianti clandestini anche in Kenya e Nigeria, dove la presenza di chimici e tecnici messicani inviati dai cartelli di Sinaloa e Jalisco Nueva Generación (Cjng) ha confermato la volontà delle organizzazioni criminali latinoamericane di consolidare una presenza diretta sul territorio africano e sviluppare una produzione locale di droghe sintetiche.

Come scrive il Wall Street Journal, nelle scorse settimane la Direzione per l’Investigazione dei Crimini Prioritari della polizia sudafricana, nota come unità d’élite «Hawks», ha effettuato un blitz in una fattoria rurale di Swartruggens, scoprendo un laboratorio industriale contenente oltre 481 chilogrammi di metanfetamina per un valore stimato di circa 61 milioni di dollari. Pur non trattandosi del più grande sequestro mai effettuato nel Paese, l’operazione ha confermato una tendenza ormai evidente sia in Sudafrica sia nel resto del continente: il coinvolgimento di cittadini messicani collegati ai cartelli nella produzione locale di droghe sintetiche.

Secondo le autorità sudafricane, il raid del maggio 2026 rappresenta uno dei quattro casi riconducibili a reti criminali messicane emersi negli ultimi due anni. Analoghe scoperte nella foresta di Abidagba, in Nigeria, nel maggio 2026, e nel villaggio di Olelep, in Kenya, nel settembre 2024, hanno rivelato il coinvolgimento diretto dei cartelli di Sinaloa e del CJNG. In tutti questi casi le forze dell’ordine hanno arrestato tecnici di laboratorio, chimici specializzati ed esperti logistici provenienti dal Messico che operavano in strutture mascherate da aziende agricole o stabilimenti industriali. Il loro compito era assistere i gruppi locali nell’acquisizione dei precursori chimici necessari alla produzione, nell’installazione di laboratori mobili, nel trasferimento rapido delle attività da una località all’altra e nell’organizzazione delle spedizioni verso i principali mercati di consumo. La presenza delle organizzazioni criminali latinoamericane in Africa non è comunque una novità. Già dagli anni Ottanta i cartelli utilizzavano l’Africa occidentale e settentrionale come corridoio logistico per il trasferimento della cocaina verso l’Europa.

Nel tempo gruppi come il Primeiro Comando da Capital brasiliano, i cartelli colombiani e organizzazioni messicane come Sinaloa, gli Zetas e il CJNG hanno costruito rapporti di collaborazione con reti criminali locali, gruppi jihadisti e persino apparati delle forze di sicurezza in Paesi come Nigeria, Guinea-Bissau, Mozambico, Mali, Sudafrica e Senegal. Tuttavia, questa cooperazione non comportava una presenza significativa di cittadini latinoamericani sul terreno. I cartelli preferivano infatti affidarsi a intermediari locali per la gestione della logistica e del traffico delle sostanze destinate ai mercati europei.

Negli ultimi anni, però, l’evoluzione del mercato mondiale della droga e i cambiamenti geopolitici hanno spinto organizzazioni come Sinaloa e Cjng a modificare radicalmente la propria strategia. Da un lato si è registrata una forte crescita della domanda di droghe sintetiche, in particolare metanfetamine e altri stimolanti di tipo anfetaminico. Dall’altro, queste sostanze possono essere prodotte a costi relativamente contenuti utilizzando precursori chimici facilmente reperibili e spesso difficili da controllare, rendendo conveniente una produzione direttamente nei Paesi africani. A favorire questa scelta contribuiscono inoltre la debolezza delle istituzioni, l’elevato livello di corruzione e le limitate capacità di controllo presenti in molte aree del continente.

Secondo l’Africa Organized Crime Index, nel 2025 il 92,5 per cento dei Paesi africani mostrava una bassa capacità di resistenza alla criminalità organizzata. Anche la crescente pressione esercitata dagli Stati Uniti contro le organizzazioni criminali transnazionali in America Latina ha contribuito a questo processo. Le operazioni condotte dall’amministrazione Trump contro i cartelli hanno aumentato i rischi legati alle tradizionali attività di produzione e traffico nella regione, spingendo molte organizzazioni a diversificare le proprie attività e a trasferire parte delle operazioni all’estero.

In questo contesto l’Africa è diventata una destinazione sempre più attrattiva. La nuova strategia dei cartelli sta suscitando forti preoccupazioni tra le agenzie di sicurezza internazionali. Gli analisti temono soprattutto il trasferimento di tecnologie, competenze operative e armamenti alle organizzazioni criminali africane. Particolare attenzione viene riservata all’utilizzo dei droni, che in America Latina sono stati trasformati dai cartelli in strumenti offensivi impiegati sia contro le autorità sia contro gruppi rivali.

Il timore è che tali capacità possano essere replicate anche nel continente africano. Il comandante dell’Africom, il generale Dagvin R.M. Anderson, ha recentemente lanciato l’allarme sul rischio di una crescente convergenza tra narcotraffico e terrorismo. Davanti alla Commissione Forze Armate del Senato statunitense ha dichiarato che in undici dei dodici laboratori di droga smantellati in Africa con il supporto dell’intelligence americana erano coinvolti membri di cartelli messicani.

Sebbene le prove di una collaborazione strutturata tra organizzazioni terroristiche africane e cartelli latinoamericani restino ancora limitate, il rischio di contatti e scambi operativi viene considerato in aumento. Anche la decisione degli Stati Uniti di classificare il cartello di Sinaloa e il Cjng come organizzazioni terroristiche straniere ha contribuito ad accrescere l’attenzione verso il fenomeno. L’espansione dei laboratori di metanfetamina nel continente suggerisce che l’Africa stia rapidamente cessando di essere un semplice punto di transito per la droga diretta in Europa e Nord America per trasformarsi in un vero e proprio centro produttivo.

Una trasformazione che non comporta soltanto il trasferimento di conoscenze legate alla fabbricazione e al traffico di sostanze stupefacenti, ma anche la diffusione di tattiche, tecnologie e relazioni criminali che potrebbero rafforzare organizzazioni mafiose locali, milizie armate e gruppi terroristici, creando nuove minacce per la sicurezza regionale e internazionale.

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