Trump si calma con gli alleati europei e intanto s’appassiona a Erdogan e Xi
Ansa

È un doppio registro quello usato da Donald Trump con gli alleati europei, ieri, durante la seconda giornata del summit Nato di Ankara. Se all’inizio ha continuato a fustigarli, non ha poi rinunciato a mostrarsi più zuccheroso. «Sono molto arrabbiato con la Nato, perché paghiamo davvero, davvero troppo, miliardi e miliardi di dollari in più del dovuto, è ingiusto, perché siamo noi a proteggerli ma non ci sono per noi», ha detto, per poi aggiungere: «Non sono contento della Nato per quello che hanno fatto con la Groenlandia e perché non ci hanno voluto aiutare con quello che è lo Stato numero uno per sostegno al terrorismo, che è l’Iran».

«La Spagna è un pessimo alleato, non voglio avere rapporti con loro, i rapporti commerciali sono finiti, sono un caso senza speranza», ha proseguito. Il presidente americano ha avuto parole dure anche per l’Italia, sostenendo che Roma «ha fatto molto male» a negare agli Stati Uniti l’uso della base di Sigonella a marzo. Tuttavia, nel corso del vertice a porte chiuse, il presidente americano, secondo Reuters, avrebbe rassicurato gli alleati sul fatto che gli Stati Uniti resteranno nella Nato, evitando di rinnovare le critiche nei loro confronti. Addirittura, uscendo dalla riunione, Trump ha affermato che «c’era molto amore in quella stanza, molta unità». «Apprezzano il lavoro che sto facendo. Mi hanno detto: “Signore, la adoriamo”», ha anche detto, durante la conferenza stampa finale, per poi sottolineare che «l’Italia è stata brava». «Quasi tutti i Paesi sono stati bravi. Hanno solo attraversato un brutto momento», ha specificato.

Questa sorta di doppio registro lascia intendere che (almeno in parte) gli strali lanciati dall’inquilino della Casa Bianca contro gli alleati europei fossero una strategia sia per metterli sotto pressione sia per ottenere copertura politica davanti al proprio elettorato. Al netto delle oggettive tensioni, il presidente americano sembra aver scelto di seguire la linea del segretario di Stato, Marco Rubio: esigere maggiori impegni dall’Alleanza atlantica, evitando al contempo di archiviarla. Tutto questo, riducendo all’osso le varie sovrastrutture: non è probabilmente un caso che, come per il summit dell’anno scorso all’Aia, anche stavolta il comunicato finale sia stato particolarmente scarno (ribadendo l’aumento dei contributi all’Alleanza da parte dei Paesi membri, annunciando ulteriori fondi per Kiev e sostenendo che l’Iran non possa dotarsi dell’arma atomica).

Ciò detto, nonostante Trump non abbia intenzione di mettere completamente a repentaglio i rapporti transatlantici, è abbastanza evidente come il vertice di Ankara abbia sancito un rimescolamento degli equilibri in seno alla Nato. Mentre il peso di europei e canadesi scema, l’astro turco, benedetto dalla Casa Bianca, appare in decisa ascesa. Non a caso, ieri Trump è tornato a elogiare Recep Tayyip Erdogan, lanciando de facto una stoccata a Benjamin Netanyahu. «Mi piace il presidente Erdogan. Mi ha riservato un trattamento di riguardo, fantastico. Mi piace Bibi ma ieri Bibi ha detto cose dure sulla Turchia e su Erdogan. Gli ho parlato e gli ho detto che la Turchia sarebbe potuta entrare in guerra perché non le piace molto Israele. E non le piace molto Bibi. E non l’ha fatto grazie a me», ha affermato.

Ricordiamo che, nei giorni scorsi, il premier israeliano aveva chiesto a Trump di non dare l’ok alla vendita dei caccia F-35 al governo di Ankara: governo con cui lo Stato ebraico è notoriamente ai ferri corti. Non è allora probabilmente un caso che, ieri, sia saltata, all’ultimo minuto, la visita che il capo del Pentagono, Pete Hegseth, avrebbe dovuto effettuare in Israele, per incontrare Netanyahu. Non solo. Sempre ieri, Trump ha detto che gli Usa dovrebbero rimuovere la Siria dalla lista dei Paesi sponsor del terrorismo: un annuncio che probabilmente irriterà il premier israeliano e che, al contempo, farà felice Erdogan (visto che l’attuale regime di Damasco è storicamente spalleggiato da Ankara). Tra l’altro, restando in tema mediorientale, il presidente americano ha anche elogiato pubblicamente Xi Jinping, sostenendo che Pechino si sarebbe rifiutata di fornire equipaggiamento militare all’Iran durante il conflitto con gli Stati Uniti.

Insomma, il sultano esce dal vertice di Ankara rafforzato, grazie a una rinnovata sponda con la Casa Bianca. Questa situazione comporterà due conseguenze. Innanzitutto, il sultano cercherà di far leva su questa relazione speciale per acquisire ulteriore peso nei principali fronti internazionali in cui è coinvolto: dal Medio Oriente al Corno d’Africa. Senza contare che potrebbe anche tentare di ritagliarsi un ruolo di primo piano nella mediazione tra Kiev e Mosca. In secondo luogo, dopo il vertice di Ankara, la Turchia acquisirà probabilmente maggiore influenza politica nell’Alleanza atlantica. Non è, in particolare, escludibile che Trump possa de facto delegarle la gestione del fianco meridionale della Nato, nonostante una parte del Partito repubblicano tema Erdogan per le sue posizioni anti-israeliane e per la sua storica vicinanza alla Fratellanza musulmana. Il punto è che, al momento, il presidente americano vede nella Turchia un attore che può consentire a Washington di ridurre i propri oneri e di concentrare le proprie risorse in scenari prioritari (come l’Indo-pacifico). Chiaramente l’eventualità di un rinnovato protagonismo turco nel Mediterraneo costituisce un’incognita non indifferente per gli europei.

Da non perdere

Basta bizze, ora Meloni pensa solo all’Italia
Governo

Basta bizze, ora Meloni pensa solo all’Italia

Il premier rivendica le scelte che hanno irritato Trump: «Non mi pento di nulla, punto all’unità dell’Occidente». Sulla Difesa assicura il rispetto degli impegni, ma senza svenarci: «Gli investimenti resteranno nel nostro Paese». E dai volenterosi a Parigi manda Tajani.

Il vertice Nato ha già un vincitore: Erdogan
Geopolitica

Il vertice Nato ha già un vincitore: Erdogan

Il padrone di casa del summit approfitterà della spaccatura tra Europa e Usa per rafforzare la propria centralità. Da Trump punta a ottenere i caccia F-35 (ma deve superare l’opposizione di Israele). Da Francia e Roma vuole i sistemi anti missili Samp/T.