Ecco #DimmiLaVerità del 21 gennaio 2026. Con il nostro Alessandro Rico commentiamo il discorso di Donald Trump a Davos senza fronzoli e luoghi comuni.
2026-01-20
Dimmi La Verità | Giuseppe Santomartino: «Trump e la situazione geopolitica internazionale»
Ecco #DimmiLaVerità del 20 gennaio 2026. Il generale Giuseppe Santomartino traccia un quadro della situazione internazionale alla luce delle ultime mosse di Donald Trump.
Ansa
Groenlandia nuovo fronte della guerra commerciale. Bruxelles: «Dazi? Risponderemo». Donald: «Concentratevi sull’Ucraina».
Si aggravano le tensioni già presenti tra gli Stati Uniti e l’Europa sul dossier Groenlandia dopo che il presidente americano, Donald Trump, ha annunciato i dazi verso quei Paesi europei che «hanno messo in gioco un livello di rischio che non è sostenibile».
Che una de-escalation non sia dietro l’angolo è evidente dalle parole del tycoon. «Considerando che il vostro Paese ha deciso di non darmi il Premio Nobel per la Pace per aver fermato otto guerre in più, non mi sento più in dovere di pensare esclusivamente alla pace», ha scritto Trump in una lettera indirizzata al primo ministro della Norvegia, Jonas Gahr Store. E pur precisando che la pace «sarà sempre predominante», ha annunciato che ora penserà «a ciò che è buono e giusto per gli Stati Uniti d’America». Ha poi rincarato la dose, affermando che la Danimarca non «dovrebbe avere un diritto di proprietà» dato che «non ci sono documenti scritti». Ma, Premio Nobel a parte, Trump, in un’intervista rilasciata a Nbc news ha invitato l’Europa «a concentrarsi sulla guerra tra Russia e Ucraina» e «non sulla Groenlandia». Non si è voluto esprimere, invece, sull’eventuale uso della forza militare, rispondendo con un secco «no comment».
A prendere una posizione netta contro la linea adottata dall’amministrazione americana sono stati tre cardinali americani vicini al pontefice. Nella dichiarazione, rilanciata dall’Osservatore romano, si legge che «il ruolo morale degli Stati Uniti nell’affrontare il male nel mondo» è «sotto esame» e che «la costruzione di una pace giusta viene ridotta a categorie partigiane che incoraggiano la polarizzazione e politiche distruttive».
Certamente è prioritario per Bruxelles mantenere un canale di dialogo aperto con la Casa Bianca per scongiurare i dazi. Dunque, stando a quanto rivelato dal Financial Times, è probabile che il tycoon incontri domani a Davos alcuni leader europei, tra cui il presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen. Pare però che non ci sarà alcun faccia a faccia con i funzionari della Danimarca: secondo Bloomberg, Copenaghen non manderà alcun rappresentante al World economic forum. Però ha inviato ieri truppe aggiuntive in Groenlandia per le esercitazioni militari. A parlare della necessità di «trovare una soluzione costruttiva per andare avanti» è stato il commissario Ue all’Economia, Valdis Dombrovskis, che ha aggiunto: «Minacciare dazi non è accettabile».
Ma oltre al dialogo, Bruxelles sta pensando agli strumenti con cui rispondere a Washington. La questione è stata affrontata nella riunione del Coreper domenica, ma è stata anche sbandierata dall’Ue ieri. Il portavoce della Commissione Ue, Olof Gill, ha commentato che qualora Trump dovesse procedere con i dazi, Bruxelles «sarebbe pronta a rispondere utilizzando gli strumenti a sua disposizione e farà tutto il necessario per proteggere i suoi interessi economici».
Lo stesso è stato annunciato dall’Alto rappresentate Ue, Kaja Kallas: «L’Europa ha una serie di strumenti per proteggere i propri interessi». Le sue parole arrivano dopo l’incontro con il ministro della Difesa danese, Troels Lund Poulsen, e con il ministro degli Esteri della Groenlandia, Vivian Motzfeldt. Anche il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha visto Poulsen e Motzfeld per discutere «dell’importanza dell’Artico, inclusa la Groenlandia, per la nostra sicurezza collettiva e di come la Danimarca stia intensificando gli investimenti in capacità chiave». Nel frattempo, due dei Paesi su cui incombe la minaccia dei dazi hanno adottato un approccio diverso. Il premier britannico, Keir Starmer, ha ammesso che «il modo giusto per affrontare una situazione di questa gravità è attraverso una discussione calma tra alleati». Decisamente meno morbida è stata la linea della Francia: il ministro delle Finanze, Roland Lescure, ha invitato l’Ue a utilizzare «tutti gli strumenti che ha a disposizione» incluso quello anti-coercizione. Tra l’altro, la reazione francese si estende al Medio Oriente: l’Eliseo ha affermato che non è sua intenzione aderire al Board of peace di Gaza, visto che «suscita importanti interrogativi circa il rispetto dei principi e della struttura delle Nazioni Unite».
In attesa giovedì del vertice straordinario dei leader dell’Ue, il presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, ha voluto sottolineare la visione unanime dell’Europa: «L’Ue sta con la Danimarca e con la Groenlandia e lo fa in maniera unita e determinata». Tuttavia, a prendere le distanze è Budapest: «Consideriamo questa una questione bilaterale che può essere risolta tramite colloqui tra le due parti. Non credo che sia una questione dell’Ue», ha sentenziato il ministro degli Esteri ungherese, Peter Szijjarto. E mentre il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha reso noto che «l’Italia sta parlando a testa alta con gli Stati Uniti», c’è chi intravede nell’atteggiamento americano una minaccia per il territorio italiano. «Continuando di questo passo, a qualcuno potrebbe venire in mente di far diventare la Sicilia il 51esimo Stato americano per un controllo strategico del Mediterraneo», ha dichiarato Patto per il Nord.
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Donald Trump (Ansa)
- Donald Trump ha annunciato tariffe del 10% e poi del 25% ai Paesi che hanno mandato militari nell’isola artica che vuole comprare Tra questi, anche Danimarca, Francia, Uk, e Olanda. L’Italia, che ieri ha aperto a missioni in ambito Nato, è avvertita...
- Su Gaza c'è l'ira di Israele: «Nessun coordinamento». Giorgia Meloni: «Disponibili per ruolo di primo piano».
Lo speciale contiene due articoli
Il dibattito sulla Groenlandia è sempre più incandescente e si sta trasformando in un braccio di ferro tra gli Stati Uniti e l’Unione europea. A gettare ulteriore benzina sul fuoco ci ha pensato ancora Donald Trump. Ieri, infatti, il presidente americano ha annunciato l’introduzione di dazi doganali al 10% contro i Paesi europei che hanno inviato truppe sull’isola artica, con l’avvertimento che l’aliquota salirà al 25% a partire da giugno. Nel mirino di Washington finiscono Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi e Finlandia, tutti accusati di aver preso parte a quello che Trump ha definito un «gioco pericoloso».
Si tratta, com’è evidente, di una pressione economica esplicita, che resterà in vigore - ha scritto il tycoon su Truth - «fino a quando non verrà raggiunto un accordo per l’acquisto completo e totale della Groenlandia». Tra i Paesi citati, attualmente, non figura l’Italia. Una circostanza che ha fatto esultare la Lega: «La smania di annunciare l’invio di truppe di qua e di là», ha affermato il Carroccio sui social, «raccoglie i suoi amari frutti. Bene per l’Italia essersi chiamati fuori da questo bellicismo, parolaio e dannoso, dei deboli d’Europa». «Non capisco cosa ci sia da festeggiare nell'indebolimento (economico) di nostri alleati che sono anche tra i nostri maggiori partner commerciali ed industriali. Non stiamo facendo il tifo tra Milan ed Inter, dovremmo auspicare che tra i nostri alleati prevalgano dialogo e buon senso», il ministro della Difesa Guido Crosetto rispondendo a un tweet di Claudio Borghi in cui si diceva pronto a festeggiare per i dazi a Francia e Germania.
Con i suoi consueti toni muscolari e irriverenti, peraltro, Trump ha dichiarato: «Abbiamo sovvenzionato la Danimarca e tutti i Paesi dell’Unione Europea, e altri ancora, per molti anni, non applicando loro dazi doganali o altre forme di remunerazione. Ora, dopo secoli, è tempo che la Danimarca restituisca: la pace mondiale è in gioco! Cina e Russia vogliono la Groenlandia, e non c’è nulla che la Danimarca possa fare al riguardo. Attualmente hanno due slitte trainate da cani come protezione, una delle quali è stata aggiunta di recente».
«Per ora sto coordinando una risposta congiunta degli Stati membri dell'Ue su questo tema», ha fatto sapere il presidente del Consiglio Europeo, Antonio Costa. Più duro Emmanuel Macron: «Le minacce tariffarie sono inaccettabili e non trovano posto in questo contesto. Gli europei risponderanno in modo unito e coordinato se saranno confermate». «Non ci lasceremo intimidire», ha dichiarato il primo ministro svedese Ulf Kristersson. Keir Starmer si unisce al coro: «Imporre dazi agli alleati per il perseguimento della sicurezza collettiva della Nato è completamente sbagliato».
È in questo contesto (tutt’altro che sereno) che vanno lette le parole pronunciate ieri da Giorgia Meloni, che segnano un cambio di registro sul delicato dossier groenlandese, pur senza trasformarsi in una svolta radicale. Parlando a Tokyo il premier ha detto di «non escludere» una futura presenza italiana in Groenlandia, chiarendo però che si tratterebbe di un’eventualità da valutare esclusivamente «nell’ambito del dialogo all’interno dell’Alleanza atlantica». Una posizione che, al momento, mantiene Roma fuori dalla lista dei Paesi colpiti dai dazi americani. Ma è chiaro che un eventuale invio di truppe esporrebbe l’Italia al rischio di ritorsioni analoghe. Per la Meloni, la Groenlandia «va considerata territorio di responsabilità della Nato» e il tema del rafforzamento della sicurezza nella regione resta «un tema serio», sollevato legittimamente dagli Stati Uniti. Proprio per questo, ha spiegato, «il ragionamento di rafforzare la nostra presenza è un ragionamento sicuramente necessario da fare all’interno dell’Alleanza atlantica», perché quello è «l’ambito nel quale discutere questa materia, anche per quello che eventualmente riguarda la nostra presenza». Il premier ha comunque insistito sulla necessità di non muoversi in ordine sparso, invitando a non interpretare le iniziative militari europee in Groenlandia come un atto «divisivo» nei confronti di Washington. Allo stesso tempo, la Meloni ha ridimensionato apertamente l’ipotesi di un intervento armato su suolo groenlandese, definendo «molto difficile» un’operazione militare di terra e ribadendo di essere convinta che «la questione sia politica e che politicamente verrà risolta». Più categorico, invece, è stato Pietro Parolin: «Le soluzioni di forza non sono accettabili», ha dichiarato il segretario di Stato della Santa Sede.
Sulla stessa linea della Meloni si è poi attestato il ministro degli Esteri, Antonio Tajani: «Abbiamo sempre detto che tutta la questione dell’Artico, compresa la Groenlandia, deve essere affrontata in sede Nato, per garantire la sicurezza», ha dichiarato. Tajani ha inoltre escluso esplicitamente iniziative autonome
Al tavolo di Donald per la pace a Gaza pure Blair e Rubio. Invitato Erdogan
La Casa Bianca ha ufficializzato la composizione del nuovo Consiglio per la pace di Gaza (Board of Peace, BoP), l’organismo incaricato di guidare la ricostruzione dell’enclave e accompagnare il processo di disarmo di Hamas. L’annuncio comprende l’elenco dei membri del BoP, la nomina del comandante della Forza internazionale di stabilizzazione (Isf) e la definizione del Consiglio esecutivo di Gaza, nel quale siedono anche rappresentanti di Turchia e Qatar. Secondo la comunicazione americana, Ali Sha’ath, figura legata a Fatah, assumerà la guida del Comitato nazionale tecnocratico per l’amministrazione di Gaza (Ncag). Il suo mandato, viene specificato, sarà quello di «supervisionare il ripristino dei servizi pubblici essenziali, la ricostruzione delle istituzioni civili e la stabilizzazione della vita quotidiana a Gaza, gettando al contempo le basi per un governo autosufficiente e a lungo termine». Il Board of Peace è formato da sette membri fondatori con funzioni esecutive: il segretario di Stato statunitense Marco Rubio, l’inviato speciale Usa Steve Witkoff, Jared Kushner, Sir Tony Blair, Marc Rowan, Ajay Banga e Robert Gabriel. A questo nucleo, secondo quanto trapela da Washington, potrebbero affiancarsi anche figure politiche di primo piano a livello internazionale. Tra gli invitati figurano il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, il presidente egiziano Abdel-Fattah al-Sisi, il presidente argentino Javier Milei e il primo ministro canadese Mark Carney.
L’Italia, al momento, non compare nella lista. Tuttavia, il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha confermato l’esistenza di contatti in corso: «Abbiamo dato la disponibilità ad avere un ruolo di primo piano. È stato ufficializzato il board di livello esecutivo, manca quello politico. Attendiamo le decisioni definitive». Washington ha inoltre chiarito che l’ex inviato delle Nazioni unite per il Medio Oriente, Nickolay Mladenov, opererà sul terreno come Alto rappresentante per Gaza, con il compito di fungere da cerniera tra il BoP e l’amministrazione del Ncag. La documentazione diffusa indica che la Forza internazionale di stabilizzazione sarà guidata dal maggior generale Jasper Jeffers, chiamato a «guidare le operazioni di sicurezza, sostenere la smilitarizzazione completa e consentire la consegna sicura di aiuti umanitari e materiali per la ricostruzione». Parallelamente è stato annunciato anche il Consiglio esecutivo di Gaza, incaricato di contribuire a «sostenere una governance efficace e la fornitura di servizi di prima classe che promuovano la pace, la stabilità e la prosperità per la popolazione di Gaza». Oltre ad alcuni membri già presenti nel BoP, ne faranno parte, tra gli altri il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan, il diplomatico qatariota Ali Al-Thawadi, il generale egiziano Hassan Rashad, la ministra emiratina Reem Al-Hashimy, Yakir Gabay e Sigrid Kaag. Giovedì Donald Trump aveva sintetizzato l’impostazione dell’iniziativa affermando: «Sosterrò un governo tecnocratico palestinese di nuova nomina, il Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza, supportato dall’Alto rappresentante del Consiglio, per governare Gaza durante la sua transizione».
La reazione israeliana non si è fatta attendere. Complice la presenza di Turchia e Qatar, da tempo protettori di Hamas, l’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu ha respinto integralmente l’operazione: «L’annuncio relativo alla composizione del consiglio di governo di Gaza, che è subordinato alla Conferenza di pace, non è stato coordinato con Israele ed è in contrasto con la politica israeliana. Il primo ministro ha incaricato il ministro degli Esteri di contattare il segretario di Stato americano in merito a questa questione». Ancora più dura la presa di posizione del leader dell’opposizione Yair Lapid, che in un post su X ha attaccato l’esecutivo dopo l’annuncio statunitense sul Consiglio di pace. «Da un anno dico al governo: Se non promuovete la soluzione egiziana con gli Stati Uniti e il mondo, finirete con la Turchia e il Qatar a Gaza. Ieri sera è stata annunciata la composizione del Consiglio di pace: la Turchia al suo interno, il Qatar al suo interno e, secondo l’Idf, Hamas con 30.000 uomini armati a Gaza», ha scritto Lapid. La frattura tra Israele e Stati Uniti arriva in un momento drammatico per il Medio Oriente, tra la guerra infinita a Gaza e la rivolta che continua a scuotere la Repubblica islamica.
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Si chiama Artic Endurance l’esercitazione che fa il solletico agli americani: per ora vi partecipano 13 tedeschi, 15 francesi e tre svedesi. L’Italia ne rimane fuori: fa bene, alla faccia degli appelli di Romano Prodi e della «Stampa».
Si chiama Arctic Endurance, Resistenza artica, ma diventa «Farsa artica». Si tratta dell’esercitazione svolta in Groenlandia in questi giorni. Dura solo tre giorni e per ora vi partecipano 31 soldati: 13 tedeschi, 15 francesi e tre svedesi. Anzi, da lunedì addirittura arriverà pure «un ufficiale dal Belgio», come ha annunciato il vicepremier, Maxime Prévot. Tutti insieme dimostreranno agli orsi polari che avrebbero la necessaria prontezza contro una qualsiasi minaccia di annessione. Scopo fallito, dal momento che i militari europei sono meno di tre squadre di calcio. Per loro sarà un weekend lungo a -30°C, che comunque a Donald Trump, che ieri ha minacciato dazi per chi non appoggia gli Usa, un messaggio lo manda: alcune nazioni alleate hanno deciso di fare un’azione senza gli States per dissuaderli.
Sai che paura, vien da dire, anche se dovessero arrivare altri militari da Regno Unito, Norvegia, Finlandia e Paesi Bassi. La mossa è talmente ridicola che la Danimarca ha deciso di invitare gli Stati Uniti stessi, per paura che si arrabbino. Dunque il no del nostro governo è coerente. Apriti cielo: gli eurosinistri gridano alla paura italiana di disturbare Trump, soprattutto Romano Prodi, il quale a Piazzapulita ha dichiarato che lui manderebbe «qualche migliaio di soldati». Come in una gara: arrivare, montare, smontare e rientrare, da far invidia alle Giovani Marmotte in gita ai Corni di Canzo. Nel frattempo il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha avuto un dialogo «positivo e cordiale» con Marco Rubio su tutti i territori caldi, «dal Venezuela all’Iran, da Gaza all’Ucraina, fino alla Groenlandia». Mentre è giusto che il ministro della Difesa, Guido Crosetto, si rifiuti di inviare i nostri Alpini, anche se raccomandati dalla Stampa come i migliori per svolgere il gelido compito. Semmai, parecchi italiani sarebbero felici di mandare in Groenlandia Prodi, anche solo perché capisca l’effetto che fa sparare certe freddure. Lui una ragione ce l’ha: accusare l’Europa unita (creatura sua), di «non saper prendere decisioni». Meno male, pensiamo noi, anche se di concreto c’è che le richieste di Trump, dalla proposta di acquisto ai propositi di voler controllare la Groenlandia, sono passate per minacce alla sovranità di quel territorio e hanno spinto pure il Canada a dispiegare militari in varie località, a partire da Nuuk. Washington non vorrebbe solo che la regione fosse sotto la sovranità di un alleato Nato, bensì disporne liberamente, così sui giornali è stata alimentata una tensione tra alleati che finisce per far perdere di vista la presenza crescente di russi e cinesi in una regione troppo vicina all’Occidente.
Nessuno può impedire a un gruppo di nazioni di organizzare un tale evento, tuttavia, Crosetto ha ribadito la necessità che questa esercitazione fosse svolta col coordinamento Nato. Il ministro aveva detto: «Cosa fanno 100, 200 o 300 soldati di qualunque nazionalità? Sembra l’inizio di una barzelletta». Figuriamoci 31 «pellegrini» spediti lassù da personaggi evidentemente meno freddolosi che guerrafondai. Come l’Italia anche la Polonia, il cui primo ministro, Donald Tusk, ha avvertito che un intervento militare Usa in Groenlandia sarebbe «un disastro».
Nella pratica fare prove di schieramento significa arrivare, installare e mettere in funzione centri di comando e controllo, attivare reti di collegamento, simulare attacchi e organizzare reazioni, quindi smontare e tornare a casa. Chissà se i fortunati 31 ci riusciranno, mandati a fare un’inutile corsa al freddo tanto apprezzata da Prodi. La decisione di effettuare questa esercitazione, forse confidando in una partecipazione ampia, era stata presa dopo l’incontro tra le autorità groenlandesi, danesi e statunitensi riunite a Washington per discutere della futura gestione del territorio conteso, un incontro dagli esiti tutt’altro che positivi, tanto che il ministro degli Esteri danese, Lars Lokke Rasmussen, aveva dichiarato che non era stato raggiunto alcun accordo concreto. Certamente questa figuraccia e tre giorni di finta guerra non cambieranno le idee di Trump, intanto però il presidente francese, Emmanuel Macron, motivando la presenza simbolica della Francia, ha detto che Parigi deve «stare al fianco di uno Stato sovrano per proteggerlo», appunto la Danimarca, e ha annunciato che nei prossimi giorni manderà nell’area altre forze terrestri, marittime e aeree, senza specificare quante né perché. Ad arrivare da Parigi a Nuuk sono stati, invece, dei diplomatici: il 6 febbraio aprirà il primo consolato francese in Groenlandia, ufficio che gestirà la presenza dei circa 20 cittadini francesi che si sono stabiliti lì. Fanno parte della popolazione che vive nella regione, circa 58.000 persone, un decimo degli abitanti della provincia di Monza e Brianza, in uno spazio grande sette volte l’Italia. Almeno offriranno ai 31 qualcosa di caldo.
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