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2025-11-28
Putin: «Non ordinerò un attacco all’Europa Pronto a firmare»
Vladimir Putin (Ansa)
Da Oltrecortina, su diverse questioni, arriva comunque aria gelida. Intanto, Putin pretende che gli ucraini si ritirino dall’intero Donbass, altrimenti non ci sarà alcuna tregua; in più, aggiunge che un accordo è «legalmente impossibile» se rimane in sella Volodymyr Zelensky, la cui leadership viene considerata «illegittima» dagli aggressori. Evidentemente, costoro non ne accetterebbero nemmeno la ricandidatura alle elezioni che, sempre in base alla originaria bozza statunitense, dovrebbero tenersi entro tre mesi dal termine del conflitto. Per il resto, il capo del Cremlino, che comprende o finge di avere comprensione dei timori dei vicini, giura di essere «pronto al dialogo sulla sicurezza europea, se l’Occidente lo vuole».
Sulla prossima tornata di trattative con Washington, pesano le rivelazioni a proposito della telefonata di Steve Witkoff con la controparte russa, alla quale l’inviato di Donald Trump dava irrituali consigli, destinati a Putin, sul modo di gestire il faccia a faccia con il presidente Usa. Crescono i sospetti che, a diffondere le registrazioni, più che i servizi dell’Ucraina, di certo interessata a screditare un funzionario la cui accondiscendenza al nemico non è gradita alla resistenza, siano stati gli apparati di intelligence interni: membri della Cia o della National security agency. In ogni caso, riassorbita l’iniziale irritazione, Mosca prosegue il dialogo. Witkoff, il cui lavoro è stato elogiato da Putin, sarà in Russia la prossima settimana, dopo un vertice nel weekend tra delegazioni americane e ucraine; e il ministro degli Esteri di Mosca, Sergej Lavrov, si sta preparando a incontrare i diplomatici americani.
Lo zar ha confermato che le sue truppe «stanno intensificando l’offensiva»; tuttavia, il britannico Institute for the study of war considera troppo lenta l’avanzata nel Donetsk per assegnare la vittoria agli invasori. Chi abbia il coltello dalla parte del manico è chiaro ugualmente.
Sperando di scongiurare la resa completa, l’Ue, che sgomita per ritagliarsi uno spazio di movimento, punta i piedi: l’Eurocamera, ieri, ha votato una risoluzione che esclude l’eventuale riconoscimento di qualsiasi annessione. Tra le forze politiche italiane, si sono espressi a favore Fdi, Pd, Fi e Avs; sono risultati divisi tra contrari e astenuti i pentastellati; si sono astenuti i leghisti.
Uno dei pallini dei falchi è il contingente che dovrebbe essere spedito in Ucraina. Lo vogliono Keir Starmer ed Emmanuel Macron; lo reputano un’ipotesi «fuori questione» in Russia. È vero che la coalizione dei volenterosi ha ricevuto un appoggio importante: la Turchia, dalla condotta ambigua, ha espresso interesse per l’iniziativa. Con un distinguo importante, però: anzitutto, serve il cessate il fuoco. È la stessa posizione degli estoni, nonostante la loro esibizione di posture muscolari nei confronti della Federazione di Putin. E anche il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, ha frenato ancora: «È troppo presto», ha tagliato corto, «non sarà sicuramente possibile prima di eventuali negoziati di pace». Non è della partita nemmeno Giorgia Meloni, da sempre immune alla fumisteria franco-inglese. Ieri, il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha dato pane al pane: «La sicurezza dell’Ucraina», ha commentato, «non può essere garantita da truppe europee che vanno laggiù, perché quante dovrebbero essere? Duecentomila? Trecentomila?». A Downing Street e all’Eliseo, qualcuno dovrebbe ricordarsi che nel Donbass c’è un fronte; mica una passerella.
L’unica opzione seria in ballo è un meccanismo modellato sull’esempio dell’articolo 5 del Trattato Nato, come suggerito da Roma. Solo che gli Stati Uniti non intendono regalare nulla a Kiev: ai rappresentanti dell’Ue, Marco Rubio avrebbe riferito che, prima di sottoscrivere le garanzie per l’Ucraina, gli americani vogliono l’armistizio. È un altro mezzo di pressione su Zelensky, il quale ringrazia Trump e auspica «ulteriori progressi positivi nella diplomazia». È una sfida pure all’Unione, la cui sincera apertura al negoziato resta quanto meno dubbia.
Lo Stato profondo tedesco, ad esempio, non crede manco a mezza rassicurazione di Putin. Anzi, è convinto che la cessazione delle ostilità darebbe a Mosca tempo e modo di riorganizzarsi, per poi sferrare un attacco alla Nato, magari in anticipo rispetto alla fatidica scadenza del 2029. Sarebbe sorto da questa paura un «piano segreto», talmente segreto da essere stato illustrato ieri dal Wall Street Journal. Già due anni e mezzo fa, 12 alti ufficiali della Bundeswehr si sarebbero riuniti a Berlino e avrebbero partorito l’Operation plan Germany, alias Oplan Deu: 1.200 pagine, che prevedono il dispiegamento di 800.000 soldati ai confini orientali, dettagli sul trasporto di uomini e mezzi, investimenti per adeguare le infrastrutture alle esigenze belliche. Un progetto che sembra in parte confluito nella «Schengen militare» lanciata dall’Europa, oltre che nel programma per il potenziamento dei collegamenti ferroviari ad alta velocità. L’Ue l’ha venduto come un traguardo a beneficio dei civili; al contrario, potrebbe diventare un ennesimo tassello degli inquietanti prodromi bellici.
Per di più, Politico riferisce che gli europei starebbero mettendo a punto una serie di attacchi ibridi in reazione ai blitz russi: offensive cyber, rapida attribuzione a Mosca di ogni sospetto sabotaggio, addirittura operazioni di propaganda, speculari alla diffusione in Occidente della disinformazia putiniana. Forse, la guerra che aspettavamo per il 2029 è già cominciata.
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Lo zar: «Ucraini via dal Donbass, ma niente accordo finché c’è Volodymyr Zelensky». Dagli Usa garanzie a Kiev solo a trattato siglato.Non che ci sia molto da fidarsi. Fatto sta che ieri, mentre monta la psicosi bellica del Vecchio continente, Vladimir Putin ha lanciato un segnale agli europei: «Se hanno spaventato i loro cittadini», ha detto, «e vogliono sentire che non abbiamo alcuna intenzione e nessun piano aggressivo contro l’Europa, va bene, siamo pronti a stabilirlo in ogni modo». L’impegno firmato di Mosca a non attaccare l’Occidente, in effetti, era uno dei 28 punti del primo piano di Donald Trump, ricusato con sdegno sia dagli europei stessi, sia da Kiev. Ma è ancora la versione americana che lo zar confida di discutere, dal momento che i russi specificano di non vedere alcun ruolo dell’Ue nei negoziati.Da Oltrecortina, su diverse questioni, arriva comunque aria gelida. Intanto, Putin pretende che gli ucraini si ritirino dall’intero Donbass, altrimenti non ci sarà alcuna tregua; in più, aggiunge che un accordo è «legalmente impossibile» se rimane in sella Volodymyr Zelensky, la cui leadership viene considerata «illegittima» dagli aggressori. Evidentemente, costoro non ne accetterebbero nemmeno la ricandidatura alle elezioni che, sempre in base alla originaria bozza statunitense, dovrebbero tenersi entro tre mesi dal termine del conflitto. Per il resto, il capo del Cremlino, che comprende o finge di avere comprensione dei timori dei vicini, giura di essere «pronto al dialogo sulla sicurezza europea, se l’Occidente lo vuole».Sulla prossima tornata di trattative con Washington, pesano le rivelazioni a proposito della telefonata di Steve Witkoff con la controparte russa, alla quale l’inviato di Donald Trump dava irrituali consigli, destinati a Putin, sul modo di gestire il faccia a faccia con il presidente Usa. Crescono i sospetti che, a diffondere le registrazioni, più che i servizi dell’Ucraina, di certo interessata a screditare un funzionario la cui accondiscendenza al nemico non è gradita alla resistenza, siano stati gli apparati di intelligence interni: membri della Cia o della National security agency. In ogni caso, riassorbita l’iniziale irritazione, Mosca prosegue il dialogo. Witkoff, il cui lavoro è stato elogiato da Putin, sarà in Russia la prossima settimana, dopo un vertice nel weekend tra delegazioni americane e ucraine; e il ministro degli Esteri di Mosca, Sergej Lavrov, si sta preparando a incontrare i diplomatici americani. Lo zar ha confermato che le sue truppe «stanno intensificando l’offensiva»; tuttavia, il britannico Institute for the study of war considera troppo lenta l’avanzata nel Donetsk per assegnare la vittoria agli invasori. Chi abbia il coltello dalla parte del manico è chiaro ugualmente.Sperando di scongiurare la resa completa, l’Ue, che sgomita per ritagliarsi uno spazio di movimento, punta i piedi: l’Eurocamera, ieri, ha votato una risoluzione che esclude l’eventuale riconoscimento di qualsiasi annessione. Tra le forze politiche italiane, si sono espressi a favore Fdi, Pd, Fi e Avs; sono risultati divisi tra contrari e astenuti i pentastellati; si sono astenuti i leghisti.Uno dei pallini dei falchi è il contingente che dovrebbe essere spedito in Ucraina. Lo vogliono Keir Starmer ed Emmanuel Macron; lo reputano un’ipotesi «fuori questione» in Russia. È vero che la coalizione dei volenterosi ha ricevuto un appoggio importante: la Turchia, dalla condotta ambigua, ha espresso interesse per l’iniziativa. Con un distinguo importante, però: anzitutto, serve il cessate il fuoco. È la stessa posizione degli estoni, nonostante la loro esibizione di posture muscolari nei confronti della Federazione di Putin. E anche il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, ha frenato ancora: «È troppo presto», ha tagliato corto, «non sarà sicuramente possibile prima di eventuali negoziati di pace». Non è della partita nemmeno Giorgia Meloni, da sempre immune alla fumisteria franco-inglese. Ieri, il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha dato pane al pane: «La sicurezza dell’Ucraina», ha commentato, «non può essere garantita da truppe europee che vanno laggiù, perché quante dovrebbero essere? Duecentomila? Trecentomila?». A Downing Street e all’Eliseo, qualcuno dovrebbe ricordarsi che nel Donbass c’è un fronte; mica una passerella.L’unica opzione seria in ballo è un meccanismo modellato sull’esempio dell’articolo 5 del Trattato Nato, come suggerito da Roma. Solo che gli Stati Uniti non intendono regalare nulla a Kiev: ai rappresentanti dell’Ue, Marco Rubio avrebbe riferito che, prima di sottoscrivere le garanzie per l’Ucraina, gli americani vogliono l’armistizio. È un altro mezzo di pressione su Zelensky, il quale ringrazia Trump e auspica «ulteriori progressi positivi nella diplomazia». È una sfida pure all’Unione, la cui sincera apertura al negoziato resta quanto meno dubbia.Lo Stato profondo tedesco, ad esempio, non crede manco a mezza rassicurazione di Putin. Anzi, è convinto che la cessazione delle ostilità darebbe a Mosca tempo e modo di riorganizzarsi, per poi sferrare un attacco alla Nato, magari in anticipo rispetto alla fatidica scadenza del 2029. Sarebbe sorto da questa paura un «piano segreto», talmente segreto da essere stato illustrato ieri dal Wall Street Journal. Già due anni e mezzo fa, 12 alti ufficiali della Bundeswehr si sarebbero riuniti a Berlino e avrebbero partorito l’Operation plan Germany, alias Oplan Deu: 1.200 pagine, che prevedono il dispiegamento di 800.000 soldati ai confini orientali, dettagli sul trasporto di uomini e mezzi, investimenti per adeguare le infrastrutture alle esigenze belliche. Un progetto che sembra in parte confluito nella «Schengen militare» lanciata dall’Europa, oltre che nel programma per il potenziamento dei collegamenti ferroviari ad alta velocità. L’Ue l’ha venduto come un traguardo a beneficio dei civili; al contrario, potrebbe diventare un ennesimo tassello degli inquietanti prodromi bellici.Per di più, Politico riferisce che gli europei starebbero mettendo a punto una serie di attacchi ibridi in reazione ai blitz russi: offensive cyber, rapida attribuzione a Mosca di ogni sospetto sabotaggio, addirittura operazioni di propaganda, speculari alla diffusione in Occidente della disinformazia putiniana. Forse, la guerra che aspettavamo per il 2029 è già cominciata.
«I sette quadranti» (Sky)
Eppure, per le ragioni di cui sopra, per il traino che la coppia Chibnall-Christie saprebbe assicurare a qualsivoglia prodotto, non c'è nemmeno un'ombra di noia ad oscurarne l'arrivo. I sette quadranti, al debutto su Sky nella prima serata di giovedì 15 gennaio, è accompagnata dalla promessa di regalare a chiunque, amante del whodunit o meno, una parvenza di felicità. O, senza tanta enfasi e poesia, un po' di intrattenimento degno di questo nome.Lo show, creato ancora una volta da Chibnall e interpretato, tra gli altri, da Helena Bonham-Carter e Martin Freeman, rilegge la storia così come Agatha Christie l'ha scritta.
Torna indietro, dunque, all'Inghilterra ricca e sfarzosa del 1925, ad un'immensa villa di campagna, teatro di una vacanza d'élite. Erano partiti con il solo intento di proseguire la loro vita d'agi altrove, lontano dalla città, i ragazzi protagonisti della serie. Erano ricchi, di nobile lignaggio. Si conoscevano e giocavano. E di giochi avrebbero voluto parlare per l'intera durante del weekend fuoriporta, se solo la morte non avesse fatto irruzione nella villa. Uno dei giovani, preso in giro dal gruppo perché pigro la mattina, viene trovato morto nel suo letto, accanto a lui sette sveglie. I ragazzi inorridiscono. L'amico è morto, circondato dagli stessi orologi con i quali, una di quelle mattine, avrebbero voluto giocargli uno scherzo. Da piani, avrebbero dovuto essere otto. Invece, quella mattina sarebbero state sette.
Perché, per come, è tutto da vedersi.Sulla morte, per nulla accidentale, comincia ad indagare la giovane protagonista de I sette quadranti, versione tv: Lady Eileen Bundle Brent, giovane, brillante e curiosa, dotata di un istinto fuori dal comune. Tocca a lei rivelare che quel delitto non è colposo, ma premeditato, parte di un complotto ben più ampio. Il tutto, mentre segreti, false piste e intrighi politici emergono uno dopo l’altro.
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Maurizio Belpietro commenta la generosità e l’affetto dimostrato dagli italiani nei confronti del vicebrigadiere Emanuele Marroccella. La raccolta fondi della «Verità» ha già raccolto 238.000 euro in quattro giorni.
Jerome Powell (Ansa)
Trump affila i coltelli, Powell indossa l’elmetto. I mercati decidono che non è il caso di aspettare. In poche ore argento, platino e oro riscrivono i massimi storici, il dollaro scivola e Wall Street si guarda allo specchio temendo che la festa possa degenerare.
Il detonatore è un fatto senza precedenti. Jerome Powell, il banchiere centrale più potente del mondo, rompe ogni protocollo e si presenta in video. Non per annunciare un taglio dei tassi ma per comunicare che è sotto indagine penale. Roba da tribunali, non da conferenze stampa ovattate. La Procura vuole vederci chiaro sulla ristrutturazione della storica sede della Federal Reserve a Washington: un progetto partito nel 2022 e lievitato fino a circa 2,5 miliardi di dollari, con almeno 600 milioni in più rispetto al budget. Una cifra che, anche per gli standard americani, fa sobbalzare. Che materiali hanno usato e quanti operai hanno impiegato per spendere tanto? E il costo record dei ponteggi?
L’accusa formale è tecnica: Powell avrebbe mentito o omesso dettagli nella testimonianza resa lo scorso giugno davanti alla Commissione bancaria del Senato. Il problema non è l’edilizia. È la politica monetaria.
Powell lo dice senza giri di parole. Definisce l’indagine «un’azione senza precedenti» e la inserisce in un contesto di «minacce e pressioni continue» da parte della Casa Bianca. Insomma una ritorsione. Il peccato di Powell, nella sua ricostruzione è quello di aver fissato i tassi di interesse sulla base dei dati macroeconomici - inflazione, occupazione - invece che sulle preferenze del presidente.
Trump, naturalmente, nega tutto. «Non ne so nulla», dice a Nbc News. Ma la smentita dura il tempo di un respiro. Subito dopo riparte l’attacco: Powell «non è molto bravo alla Fed e non è molto bravo a costruire edifici». Tradotto: se i tassi fossero più bassi, nessuno parlerebbe dei muri della Fed.
I mercati non aspettano le Procure. Reagiscono. L’oro vola oltre 4.600 dollari l’oncia, chiudendo intorno 4.620. L’argento schizza a 86 dollari, con rialzi giornalieri da capogiro. Il platino sfiora i 2.400 dollari, il palladio si avvicina ai 2.000. È la corsa ai beni rifugio nella sua forma più pura, quasi didattica. Il dollaro, invece, paga il conto. Inverte la rotta della settimana precedente e perde terreno contro l’euro. I Treasury a 10 anni salgono al 4,2%, i trentennali al 4,86%. Segnali chiari di tensione. Segnali che raccontano una cosa sola: la fiducia non è infinita. E quando viene messa in discussione la credibilità della banca centrale americana, il mondo intero prende appunti. In Europa si fa finta di niente, come spesso accade quando il problema è grande. Milano e Parigi restano immobili, Londra avanza di un timido +0,16%, Francoforte sale dello 0,57% trainata dai titoli della difesa - perché in tempi di guerra, vera o metaforica, qualcuno guadagna sempre. Wall Street galleggia appena sopra la parità, con l’aria di chi spera che sia solo un brutto sogno. Ma non lo è. Perché qui non siamo più alle schermaglie verbali, ai tweet, ai soprannomi irridenti. Qui siamo allo scontro istituzionale. E se è vero che il capo dellla Fed non può sentirsi al di sopra della legge è altrettanto vero che l’atmosfera intorno alla banca centrale Usa si è fatta incandescente. Kevin Hassett, direttore del Consiglio economico nazionale e possibile successore di Powell, butta benzina sul fuoco parlando di un edificio «enormemente più costoso di qualsiasi altro nella storia di Washington». Un messaggio neanche troppo cifrato.
Il mandato di Powell scade a maggio. Da qui ad allora i mercati resteranno nervosi. Perché nessuno sa dove porterà questa escalation. Se l’indagine andrà avanti. Se il precedente diventerà prassi. Se, domani, ogni decisione sui tassi dovrà passare al vaglio della politica. È questo lo spettro che spaventa gli investitori molto più di un bilancio fuori controllo.
La guerra nucleare dei mercati, insomma, è già iniziata. Non fa rumore, non lascia crateri visibili, ma brucia fiducia, erode certezze e spinge capitali a nascondersi sotto terra, in lingotti luccicanti. E come in ogni guerra, c’è una sola verità: quando saltano i tabù, nessuno può dirsi al sicuro. Nemmeno la Federal Reserve.
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Ecco #DimmiLaVerità del 13 gennaio 2026. Il grande esperto di geopolitica Daniele Ruvinetti ci rivela i retroscena delle strategie di Usa, Russia e Cina.