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2025-11-28
Emiliano rivuole la toga e più soldi
Michele Emiliano (Ansa)
Dopo due mandati da presidente della Regione, Emiliano deve cedere lo scettro al suo ex delfino Antonio Decaro, che gli impedisce di candidarsi al consiglio regionale. Si ipotizza un suo ingresso in giunta, ma niente da fare: Decaro non vuole più saperne di Michele Emiliano, al quale viene prospettata come dicevamo una candidatura in Parlamento alle prossime politiche. Che fare in questi due anni? Ecco l’idea: come riporta Repubblica, ritorna a fare il magistrato, cessando dall’aspettativa. Non solo: Emiliano chiede che gli venga riconosciuta la settima valutazione di professionalità, ovvero la più alta, che gli consentirebbe di raddoppiare lo stipendio che percepiva quando lasciò la toga, e di guadagnare circa 7.000 euro al mese.
Emiliano ha presentato la relativa pratica al Consiglio giudiziario di Bari, che darà il suo parere prima di inviarla alla Quarta commissione del Csm, da cui passerà al Plenum. Una pratica corredata, ed è un fatto curioso, dagli atti messi in campo come sindaco e come presidente di Regione. Emiliano con la magistratura ha avuto anche un problema non irrilevante: nel 2018, in seguito a una sentenza della Corte costituzionale che stabilisce che i magistrati non possano avere tessere di partito, Emiliano dovette rinunciare alla tessera del Pd, del quale era diventato segretario regionale pugliese.
«Ho chiesto un aumento di stipendio? È una sciocchezza totale», commenta Emiliano a Tagadà, su La7, «ogni lavoratore quando torna chiede la ricostruzione della carriera ed è accaduto ad altri magistrati che sono rientrati». «In teoria dovrei tornare a fare il magistrato, anche se, avendo 66 anni», sottolinea ancora all’Adnkronos, «purtroppo mi resterebbero ancora pochi mesi prima della pensione che scatta a 67 anni. In ogni caso l’ultima delle mie preoccupazioni è il mio futuro. Sono come tutti i lavoratori che rientrano dopo l’aspettativa e che ricostruiscono la carriera ai fini della pensione, tutto qua. Alcuni giornali la mettono in modo completamente distorto come se fosse una mia iniziativa. Tutti i magistrati che rientrano al loro lavoro, siccome c’è la progressione di carriera per anzianità automatica, come nel caso di specie, fanno la ricostruzione di carriera. Solo che per la magistratura passa dalle valutazioni del Csm, ovviamente. Altri magistrati hanno fatto la stessa ricostruzione», aggiunge ancora Emiliano, «una l’ho firmata io da presidente, o anche i militari. Si va in pensione e finisce la storia. L’unica pensione è quella, come presidente non c’è pensione, non c’è il vitalizio, né il trattamento di fine mandato. Io rischio di aver perso 10 anni di liquidazione per aver fatto il presidente».
Tutto vero, ma un problema etico si pone. Emiliano, da giudice, potrebbe trovarsi a esaminare casi che hanno legami con il mondo politico, o che vedono come protagonisti esponenti di partiti: nessuno dubita della sua imparzialità, ma come si sentirebbe l’eventuale indagato? Non si può non immaginare qualche preoccupazione derivante dalla lunga militanza politica del giudice Emiliano.
Detto ciò, il fenomeno dell’astinenza da auto blu è assai diffuso, soprattutto tra i protagonisti della politica che dopo aver ricoperto incarichi di primo livello si ritrovano ad affrontare la vita da semplici cittadini. Niente autista, corsie preferenziali, privilegi: per chi ha perso l’abitudine ad affrontare problemi come quello di trovare un parcheggio per la propria auto il ritorno alla normalità può essere vissuto con grande difficoltà e un senso di frustrazione. Frustrazione che dovrebbe durare pochi secondi, giusto il tempo di rendersi conto che milioni di cittadini non hanno mai avuto la possibilità di avere un autista, un’auto blu e uno stipendio di 7.000 euro al mese. Basterebbe pensarci. Basterebbe…
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Dopo 22 anni di politica, l’ex governatore chiede di rientrare in magistratura (con uno stipendio raddoppiato). E se dovesse indagare su esponenti di partito?Dipendenza dalla toga: dopo ben 22 anni di attività politica, Michele Emiliano vuole tornare a fare il magistrato. Non ha intenzione di restare disoccupato neanche per un paio d’anni (sono insistenti le voci di una sua candidatura in Parlamento nel 2027) questo istrionico protagonista della vita pubblica italiana, che ha appeso la toga al chiodo nel 2003, quando è diventato sindaco di Bari, carica ricoperta per due volte e alla quale è seguita quella di presidente della Regione Puglia, un altro decennio di attività istituzionale. Emiliano, prima di indossare la fascia tricolore a Bari, dal 1990 al 1995 aveva lavorato presso la Procura di Brindisi occupandosi di lotta alla mafia; poi si era trasferito a Bari come sostituto procuratore della Direzione Distrettuale Antimafia. Emiliano viene rieletto primo cittadino nel 2009, dopo aver tentato invano la scalata alla presidenza della Regione Puglia, e resta in carica fino al 2014. Prima di diventare governatore, nel 2015, ricopre l’incarico di assessore alla legalità di San Severo.Dopo due mandati da presidente della Regione, Emiliano deve cedere lo scettro al suo ex delfino Antonio Decaro, che gli impedisce di candidarsi al consiglio regionale. Si ipotizza un suo ingresso in giunta, ma niente da fare: Decaro non vuole più saperne di Michele Emiliano, al quale viene prospettata come dicevamo una candidatura in Parlamento alle prossime politiche. Che fare in questi due anni? Ecco l’idea: come riporta Repubblica, ritorna a fare il magistrato, cessando dall’aspettativa. Non solo: Emiliano chiede che gli venga riconosciuta la settima valutazione di professionalità, ovvero la più alta, che gli consentirebbe di raddoppiare lo stipendio che percepiva quando lasciò la toga, e di guadagnare circa 7.000 euro al mese. Emiliano ha presentato la relativa pratica al Consiglio giudiziario di Bari, che darà il suo parere prima di inviarla alla Quarta commissione del Csm, da cui passerà al Plenum. Una pratica corredata, ed è un fatto curioso, dagli atti messi in campo come sindaco e come presidente di Regione. Emiliano con la magistratura ha avuto anche un problema non irrilevante: nel 2018, in seguito a una sentenza della Corte costituzionale che stabilisce che i magistrati non possano avere tessere di partito, Emiliano dovette rinunciare alla tessera del Pd, del quale era diventato segretario regionale pugliese. «Ho chiesto un aumento di stipendio? È una sciocchezza totale», commenta Emiliano a Tagadà, su La7, «ogni lavoratore quando torna chiede la ricostruzione della carriera ed è accaduto ad altri magistrati che sono rientrati». «In teoria dovrei tornare a fare il magistrato, anche se, avendo 66 anni», sottolinea ancora all’Adnkronos, «purtroppo mi resterebbero ancora pochi mesi prima della pensione che scatta a 67 anni. In ogni caso l’ultima delle mie preoccupazioni è il mio futuro. Sono come tutti i lavoratori che rientrano dopo l’aspettativa e che ricostruiscono la carriera ai fini della pensione, tutto qua. Alcuni giornali la mettono in modo completamente distorto come se fosse una mia iniziativa. Tutti i magistrati che rientrano al loro lavoro, siccome c’è la progressione di carriera per anzianità automatica, come nel caso di specie, fanno la ricostruzione di carriera. Solo che per la magistratura passa dalle valutazioni del Csm, ovviamente. Altri magistrati hanno fatto la stessa ricostruzione», aggiunge ancora Emiliano, «una l’ho firmata io da presidente, o anche i militari. Si va in pensione e finisce la storia. L’unica pensione è quella, come presidente non c’è pensione, non c’è il vitalizio, né il trattamento di fine mandato. Io rischio di aver perso 10 anni di liquidazione per aver fatto il presidente».Tutto vero, ma un problema etico si pone. Emiliano, da giudice, potrebbe trovarsi a esaminare casi che hanno legami con il mondo politico, o che vedono come protagonisti esponenti di partiti: nessuno dubita della sua imparzialità, ma come si sentirebbe l’eventuale indagato? Non si può non immaginare qualche preoccupazione derivante dalla lunga militanza politica del giudice Emiliano. Detto ciò, il fenomeno dell’astinenza da auto blu è assai diffuso, soprattutto tra i protagonisti della politica che dopo aver ricoperto incarichi di primo livello si ritrovano ad affrontare la vita da semplici cittadini. Niente autista, corsie preferenziali, privilegi: per chi ha perso l’abitudine ad affrontare problemi come quello di trovare un parcheggio per la propria auto il ritorno alla normalità può essere vissuto con grande difficoltà e un senso di frustrazione. Frustrazione che dovrebbe durare pochi secondi, giusto il tempo di rendersi conto che milioni di cittadini non hanno mai avuto la possibilità di avere un autista, un’auto blu e uno stipendio di 7.000 euro al mese. Basterebbe pensarci. Basterebbe…
«Quando ci si adopera per una cura adeguata della nostra Casa comune e di tutti, deve essere considerato un approccio integrale», scrivono i cardinali Michael Czerny e Kevin Joseph Farrell - prefetti rispettivamente dei due citati dicasteri - nell’introduzione al testo dove, peraltro, non manca una citazione di papa Benedetto XVI.
Certo, ci sono pure vari richiami a papa Francesco, com’è inevitabile avendo egli dedicato all’ecologia un’intera enciclica, la Laudato si' (2015). Tuttavia, il testo è del tutto coerente con la linea di papa Leone XIV, il quale, pur citando spesso papa Bergoglio, guida ora la Chiesa su acque dottrinalmente ben più tranquille. Prova ne è il fatto che L’ecologia integrale nella vita della famiglia non si limita, si potrebbe ironizzare, a invitare a fare la raccolta differenziata, ma dedica più passaggi a richiamare il ruolo stesso di quella che, per i cattolici, è la cellula fondamentale della società. Il documento infatti non parla genericamente di famiglia, ma lo fa sempre in riferimento al sacramento matrimoniale; non è un caso che il termine «matrimonio» ricorra ben dieci volte.
A tal proposito, sovvengono le parole di papa Prevost, che nell’omelia in occasione della Messa per il giubileo delle Famiglie, nelle prime settimane del suo pontificato, aveva precisato, esprimendo una linea cristallina, che «il matrimonio non è un ideale ma il canone del vero amore». Non stupisce, allora, che nelle pagine del documento appena pubblicato la famiglia fondata sul sacramento del matrimonio sia richiamata così spesso. Ma c’è più. In un testo che si presenta come di «ecologia integrale», con cioè una prospettiva che si prende cura del creato nel suo insieme, traspare con forza l’idea che non esista cura dell’ambiente senza quella dell’uomo, tanto che viene sottolineata con forza la necessità di far «rispettare la vita umana dal concepimento alla morte naturale dicendo no all’aborto, all’eutanasia, alla maternità surrogata e alle tecniche di fecondazione assistita e alla loro promozione» (p. 34).
Poco prima, anche una condanna all’ideologia antinatalista: «Oggi c’è la tendenza a considerare la crescita demografica come la principale minaccia per l’umanità» (p. 29). A seguire, un ammonimento ai governi che «operano attivamente per la diffusione dell’aborto, promuovendo talvolta l’adozione della pratica della sterilizzazione» e impongono «un forte controllo delle nascite» (p. 30).
Anche le proposte educative alle giovani generazioni, sia pure calibrate sul tema ambientale, sposano sempre un’antropologia cristiana. Così, nelle pagine dedicate all’istruzione, troviamo sì riferimenti all’importanza di «chiedere alla scuola di aggiornare le proprie attività e manuali didattici in materia di ecologia» e a quella di «educare a non sprecare il cibo» (p. 58); ma quest’ultimo impegno arriva comunque dopo l’esortazione a «parlare in maniera adeguata all’età della necessità di proteggere la vita umana da aborto, maternità surrogata ed eutanasia» (p. 57). Il solco tra l’ecologia integrale cristiana e l’ambientalismo caro al mainstream è davvero lampante.
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Il professor Pier Luigi Petrillo ha dato l’anima per questo traguardo. Ieri 27 aprile s’è scoperto grazie alla mobilitazione della Coldiretti - ha portato al passo del Brennero 10.000 agricoltori - che alcuni piatti simbolo di questa cucina sono fatti con ingredienti che d’italiano hanno solo l’etichetta. Una rivelazione scioccante riguarda le mozzarelle campane della serie «tu vulive a pizza c’ha mozzarella e a pummarola in coppa e niente chiù». Secondo l’analisi di Coldiretti e Centro Studi Divulga su dati del ministero della Salute, «l’Italia ha importato nel 2025 circa 1,5 milioni di quintali di cagliate su un totale di 6,4 milioni di quintali di formaggi che arrivano nel nostro Paese (+9% rispetto al 2024)». Passano quasi tutti dal Brennero e «oltre la metà delle cagliate importate finiscono a Napoli (306.000 quintali) a Benevento (183.000 quintali), Campobasso (134.000) e Salerno (92.000)». Due terzi delle cagliate tedesche e polacche sono lavorate al Sud con la Campania che ne assorbe il 46,7%. Ieri al Brennero – Coldiretti aveva il supporto della Guardia di Finanza - hanno scoperto i «Tir dell’orrore». Correva il 9 gennaio 2026 quando sempre il ministro Francesco Lollobrigida annunciava che contrariamente a quanto sostenuto per anni l’Italia diceva sì al Mercosur - il trattato commerciale col Sud America – perché si erano ottenute da Ursula von der Leyen stringenti garanzie sulle clausole di reciprocità, sull’applicazione dell’etichetta d’origine e sullo stabilire in Italia l’autorità doganale europea visto che nessuno si fida dei controlli che fanno gli olandesi. La dogana europea ora sta Lille in Francia che ha detto no al Mercosur. Ursula forse s’è distratta. Al Brennero sono saltati fuori kiwi cileni (l’Italia è il primo produttore al mondo di questi frutti avendo superato anche la Nuova Zelanda) fettine di pollo sudamericano che diventano crocchette italiane, carciofi egiziani, lavorati e venduti come sottaceto italiani, arance sudafricane che diventano succhi di frutta italiani, grano canadese trasformato in pasta italiana. Tutta roba che passa da Rotterdam mentre i nostri partner europei ci danno le cosce di maiale fresche – sono le più «spacciate» al Brennero - che arrivano dalla Germania, dall’Olanda, dalla Danimarca, dalla Francia e diventano prosciutti italiani, così come tonnellate di miele tedesco, centinaia di migliaia di litri di latte francese e polacco e le mozzarelle tedesche già confezionate col tricolore. Un danno enorme alla nostra agricoltura, ma anche alla nostra reputazione commerciale dovuto al codice doganale europeo che consente di etichettare come italiano il prodotto che subisce in Italia anche solo il confezionamento.
«Al centro della mobilitazione che da mesi ha coinvolto almeno 100.000 agricoltori e ha la sua tappa finale qui al Brennero», spiega il segretario generale di Coldiretti Vincenzo Gesmundo, «c’è la battaglia per la revisione della normativa sull’ultima trasformazione che penalizza il lavoro agricolo nazionale e altera profondamente la trasparenza del mercato. E poi vogliamo l’etichetta di origine». Ettore Prandini, che di Coldiretti è il presidente, ribadisce: «L’agroalimentare rappresenta una filiera strategica per il Paese, che vale 707 miliardi di euro e garantisce 4 milioni di posti di lavoro, assistiamo a meccanismi che alterano la concorrenza, comprimono il reddito degli agricoltori e compromettono l’immagine del vero Made in Italy. Vogliamo un intervento europeo immediato. A partire da tre elementi: la sicurezza alimentare, la salute dei consumatori, il reddito degli agricoltori». E giovedì in Coldiretti si replica. A Roma si parla di cibo e salute con il commissario europeo Olivér Várhelyi.
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Matteo Salvini e coniugi Trevaillon (Ansa)
Dopo un colloquio di un’ora nel Municipio dove ha incontrato il sindaco Giuseppe Masciulli, Salvini si è recato nella casa nel bosco dove tutto ha avuto inizio. E dove, dopo la scadenza del contratto con il B&B che la ospitava, la coppia ha fatto ritorno proprio in questi giorni. Ma senza figli. «Ci sono i pannelli solari, il bosco, il fiume, le piante, l’asino. È stato chiesto loro di sistemare casa, fatto. La questione sanitaria, c’è il pediatra, le vaccinazioni, fatto. Sistemate le domande educative, c’è l’insegnante pronta. Non capisco cosa si deve aspettare!», ha detto ancora Salvini. «Io sono sicuro che tutti hanno agito in buona fede ma probabilmente qualcuno ha sbagliato valutazione», ha proseguito riferendosi alla decisione del tribunale per i minorenni dell’Aquila dello scorso 20 novembre con cui aveva sospeso la responsabilità genitoriale della coppia sui tre figli. E all’odissea che ne è seguita. Come l’allontanamento di mamma Catherine dalla casa famiglia deciso lo scorso 6 marzo, in quanto ritenuta un possibile ostacolo al percorso educativo dei minori.
Da allora gli incontri sono stati limitati al massimo. Solo negli ultimi giorni è arrivata la concessione di una videochiamata, forse un piccolo segnale di riavvicinamento, mentre per un incontro in presenza si dovranno attendere ulteriori sviluppi nel percorso stabilito dal tribunale. Che ancora non è chiaro. Come ha sottolineato il sindaco, che ha puntato il dito contro l’assenza di un programma che faccia intravedere un esito finale positivo della vicenda. Una lacuna inaccettabile, spiega, a cinque mesi dall’ordinanza e dopo la soluzione di gran parte delle criticità. Anche perché la gestione dell’intera vicenda è costata al Comune di 850 abitanti già 50.000 euro. Una spesa che, in assenza di un percorso definito, potrebbe raddoppiare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 28 aprile 2026. Il nostro Alessandro Da Rold ci spiega perché giovedì sarà il giorno cruciale per l'inchiesta su Rocchi e gli arbitri.