In Italia c’è sempre un istante preciso in cui la giustizia decide di scendere in campo con un provvedimento a orologeria. Non è mai un caso, mai un incidente: è una coreografia. E così, nel giorno in cui Mps perde il 4,56%, Mediobanca scivola di un altro -1,9%, e il mercato si chiede cosa stia succedendo, arriva il colpo di teatro: la Procura di Milano notifica avvisi di garanzia a Borsa aperta, come se si trattasse di un profit warning. Tempismo chirurgico. L’effetto è devastante: Mps affonda a 8,330 euro, Mediobanca scivola a 16,750. E tutto perché la notizia - trapelata prima da Corriere.it e poi confermata da un comunicato di Rocca Salimbeni - corre come una scintilla tra gli operatori: Francesco Gaetano Caltagirone, Francesco Milleri e il ceo Luigi Lovaglio sono indagati nell’inchiesta sulla scalata che ha portato l’istituto senese a conquistare l’86,3% di Mediobanca.
Gli inquirenti - i pm Luca Gaglio e Giovanni Polizzi, coordinati dall’aggiunto Roberto Pellicano - ipotizzano reati pesanti: manipolazione di mercato, aggiotaggio, ostacolo alle autorità di vigilanza. Tradotto: l’operazione da 13,5 miliardi che ha ribaltato il controllo di Piazzetta Cuccia potrebbe essere nata da un patto occulto tra i tre. Una parola che, nei tribunali, suona come un reato, ma sui mercati è un terremoto.
A ricevere l’avviso di garanzia è stato direttamente Lovaglio, l’uomo che ha rimesso in piedi la banca toscana e che ora si trova a dover spiegare ai mercati perché la Guardia di Finanza gli perquisisce gli uffici mentre l’azione viene scambiata al ribasso.
Nel suo comunicato ufficiale, Mps mantiene il consueto aplomb istituzionale: si dice «confidente di poter fornire tutti gli elementi a chiarimento della correttezza del proprio operato» e ribadisce «piena fiducia nelle autorità competenti». Una fiducia che oggi vale ben il 4,56% di capitalizzazione in meno. Perché, piaccia o no, la Procura ha scelto il momento più sensibile per far saltare i nervi al mercato. Figuriamoci se la stessa indagine porta la firma di Consob, Bce, Ivass.
Il puzzle investigativo è complesso e elementare nella sua rappresentazione. I partecipanti al patto segreto sono: Francesco Gaetano Caltagirone, costruttore romano e settimo uomo più ricco d’Italia; Francesco Milleri, presidente di Delfin, la cassaforte della famiglia Del Vecchio che gestisce oltre 50 miliardi; Luigi Lovaglio, il settantenne banchiere lucano che ha riportato Mps a respirare. Secondo i pm, avrebbero agito in modo coordinato fin dal novembre 2024, quando, grazie al collocamento curato da Banca Akros, Caltagirone e Delfin rilevarono il 7% di Mps che il Tesoro aveva appena messo sul mercato. Da lì sarebbe nata la testa di ponte per scalare Mediobanca, la cattedrale laica della finanza italiana; scalata poi culminata a settembre con la conquista dell’86,3% del capitale. Ma gli inquirenti sospettano che il «patto» non sia mai stato dichiarato né al mercato né alle autorità.
In più, nel miscuglio si inserisce un dettaglio che non pesa poco: Mediobanca detiene il 13,2% di Generali, di cui Caltagirone e Delfin erano già soci importanti, arrivando insieme al 17% del Leone. E non è un mistero che nel 2022 proprio i due tentarono di ribaltare la governance del gruppo triestino.
Da qui l’ingresso sulla scena anche dell’Ivass, perché quando c’è di mezzo Generali, ogni authority vuole leggere i documenti. E ogni sospetto raddoppia. Il problema, però, è un altro. E non piace affatto ai piani alti del governo: la Procura ha tirato la stoccata nel giorno peggiore e nel minuto peggiore.
Un avviso di garanzia a Borsa aperta equivale a un siluro lanciato sul mercato. E gli effetti collaterali non sono solo finanziari: sono politici. Il governo, che ancora deteneva la quota pubblica di Mps e che ha accompagnato l’intera operazione come garante «silente», oggi sembra subire uno sgambetto. Anzi, una falciata. Perché la narrativa era lineare: Mps risanata; governance solida; controllo di Mediobanca acquisito, dossier Generali da incastrare; lo Stato pronto a uscire a testa alta. Poi arriva la Procura, apre il faldone, avvisa gli indagati, manda la Guardia di Finanza e lascia che sia la Borsa a fare il resto.
Il risultato? In poche ore, due delle principali istituzioni finanziarie del Paese perdono terreno, gli investitori si chiedono se la scalata sia davvero pulita, e il governo si ritrova costretto a spiegare che non è affatto un terremoto, ma solo una «procedura» - parola che ormai spaventa quanto una crisi bancaria.
Sarà pure tutto legittimo. Ma resta il tempismo. Quel tempismo chirurgico che sembra fatto apposta per destabilizzare, non per informare.
Perché se davvero serviva tutelare il mercato, la comunicazione poteva attendere almeno la chiusura della seduta. Ma no: alle 14,30 partono le notifiche, alle 15,15 arrivano le indiscrezioni, alle 16 Mps affonda. E il resto è un grafico in picchiata.
Un’altra giornata italiana, insomma. Dove la giustizia arriva sempre puntuale - anche quando sarebbe meglio arrivasse tardi.





