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2025-11-26
Pace made in Usa più vicina. L’Ue resta inerme
Donald Trump e Volodymyr Zelensky (Ansa)
Washington continua a tessere la sua tela diplomatica per cercare di risolvere la crisi ucraina. Ieri e l’altro ieri, ad Abu Dhabi, il segretario all’Esercito americano, Dan Driscoll, ha avuto dei colloqui separati con alcuni delegati russi e con il capo dell’intelligence militare di Kiev, Kyrylo Budanov. «Nella tarda serata di lunedì e per tutto il resto di martedì, il segretario Driscoll e il suo team hanno discusso con la delegazione russa per raggiungere una pace duratura in Ucraina», ha dichiarato il portavoce dello stesso Driscoll, Jeff Tolbert. «I colloqui stanno procedendo bene e restiamo ottimisti», ha aggiunto. Gli incontri di Abu Dhabi hanno fatto seguito al vertice tenutosi domenica a Ginevra tra il segretario di Stato americano, Marco Rubio, e il team negoziale ucraino: vertice da cui è emerso un piano di pace modificato rispetto a quello di 28 punti, che era stato originariamente preparato dalla Casa Bianca.
La nuova versione, di cui si conoscono ancora pochi dettagli, è stata ben accolta da Kiev, pur con qualche cautela: ieri, un funzionario ucraino ha riferito a Reuters che «l’Ucraina sostiene l’essenza del quadro dell’accordo di pace dopo i colloqui di Ginevra», mentre Volodymyr Zelensky, poco prima, aveva dichiarato: «Ci sono risultati concreti e molto lavoro c’è ancora da fare». Un certo ottimismo è trapelato anche da Washington. Un funzionario statunitense, sempre ieri, ha infatti affermato alla Cbs che «gli ucraini hanno accettato l’accordo di pace». «Ci sono alcuni dettagli minori da sistemare, ma hanno accettato un accordo di pace», ha poi precisato. Poco dopo, la Casa Bianca, pur sottolineando «enormi progressi», ha parlato dell’esistenza di «alcuni dettagli delicati, ma non insormontabili», che «richiederanno ulteriori colloqui tra Ucraina, Russia e Stati Uniti». «Penso che ci stiamo avvicinando molto a un accordo, lo scopriremo. Penso che stiamo facendo progressi», ha poi aggiunto, sempre ieri, Donald Trump in persona.
In tutto questo, il consigliere per la sicurezza nazionale ucraino, Rustem Umerov, ha concretamente aperto alla possibilità che Zelensky si rechi negli Stati Uniti per incontrare il presidente americano entro la fine del mese (forse già domani): ci si attende che i due leader discutano delle questioni più delicate che non sembrano attualmente essere state inserite nella nuova versione del piano di pace. Sono tre i temi su cui si registra ancora lontananza tra le parti: l’adesione di Kiev alla Nato, le dimensioni delle sue forze armate e il nodo delle concessioni territoriali. «Spero che la visita del presidente Zelensky avvenga il prima possibile, perché aiuterà il presidente Trump a proseguire la sua missione storica per porre fine a questa guerra», ha affermato ad Axios il capo di gabinetto del presidente ucraino, Andriy Yermak. Non si conoscono invece ancora le reazioni della Russia alla nuova proposta statunitense: fino a ieri sera, quando La Verità è andata in stampa, Mosca non aveva ancora rilasciato molti commenti ufficiali sulla questione: il New York Post aveva comunque riferito che il Cremlino sarebbe pronto a respingere la nuova versione del piano statunitense e che la guerra potrebbe durare almeno fino a Natale. È tuttavia abbastanza evidente che, con i colloqui di Abu Dhabi, Washington abbia cercato di trovare un compromesso tra le posizioni russe e quelle ucraine. Sembra inoltre che Viktor Orbán si recherà a Mosca il prossimo 28 novembre per incontrare Vladimir Putin: non è escludibile che i due leader parleranno, nell’occasione, del piano di pace statunitense.
Un aspetto sicuramente interessante risiede nella scelta del Paese che ha ospitato i colloqui di Driscoll con gli ucraini e i russi. Gli Emirati arabi uniti intrattengono buone relazioni tanto con Kiev quanto con Mosca. Ma la questione è ben più profonda. Trump sta infatti cercando di risolvere la crisi ucraina connettendola al dossier mediorientale. La Casa Bianca sa bene che Putin ha necessità di recuperare terreno in Siria e che sta, al contempo, cercando di ritagliarsi il ruolo di mediatore tra Washington e Teheran sul nucleare. Lo zar vuole inoltre essere coinvolto nella ricostruzione di Gaza e, più in generale, nel rilancio degli Accordi di Abramo: Accordi a cui gli Emirati hanno già aderito nel 2020. Non solo. Nella stesura del piano di pace statunitense hanno giocato un ruolo di primo piano l’inviato americano per il Medio Oriente, Steve Witkoff, e il genero di Trump, Jared Kushner: le due figure che tengono principalmente i rapporti della Casa Bianca con Israele e Arabia Saudita. Tra l’altro, entrambi, oltre allo stesso Driscoll, avevano accompagnato Rubio a Ginevra domenica scorsa. E così, mentre il Medio Oriente diventa sempre più centrale, Bruxelles è finita, ancora una volta, marginalizzata. Secondo Politico, Rubio avrebbe infatti rifiutato di accettare una richiesta di bilaterale da parte dell’Alto rappresentante Ue per gli affari esteri, Kaja Kallas. È quindi evidente come l’amministrazione Trump consideri l’Unione europea un interlocutore secondario nella crisi ucraina. Guarda caso, non risulta che ad Abu Dhabi ci fossero funzionari dell’Ue.
Emerge infine il nodo cinese. Il presidente americano punta infatti a far leva su economia e commercio per cercare di sganciare il più possibile Mosca da Pechino. Non a caso, la bozza del piano di pace statunitense originario prevedeva un «accordo di cooperazione economica a lungo termine» tra Usa e Russia. Trump sa che Putin teme l’abbraccio soffocante con Xi Jinping. E vuole sfruttare questo fattore per cercare di arrivare a un accordo di pace in Ucraina.
I volenterosi spiazzati insistono sui beni russi e le truppe in Ucraina
Con le trattative sul piano di pace per l’Ucraina in pieno svolgimento, la coalizione dei volenterosi si è riunita ieri per tentare di avere voce in capitolo. La videoconferenza, oltre ai membri della coalizione, ha visto la partecipazione per la prima volta anche del segretario di Stato americano, Marco Rubio. Durante la riunione, il premier britannico, Keir Starmer, ha riconosciuto che «sono stati fatti progressi» visto che i colloqui sul cessate il fuoco si stanno «muovendo in una direzione positiva». Ha spiegato che l’Ucraina ha «proposto alcuni cambiamenti costruttivi» alla bozza del piano proposto dalla Casa Bianca, aggiungendo che «dalle indicazioni ricevute oggi, Volodymyr Zelensky sta segnalando che in larga parte la maggioranza del testo può essere accettata».
A frenare l’entusiasmo, collegato da Parigi, è il presidente francese, Emmanuel Macron: ha sottolineato che Kiev ha bisogno di «una serie di garanzie di sicurezza molto solide e non cartacee». Rubio, d’altro canto, ha confermato che le garanzie di sicurezza «sono una componente fondamentale» di qualsiasi accordo di pace. Tra l’altro, Macron, da una parte ha ammesso che «i negoziati stanno ricevendo un nuovo slancio» che andrebbe colto, dall’altra ha confermato una scarsa aderenza alla realtà, ripetendo che «l’Ucraina è solida, la Russia è lenta e l’Europa è risoluta». Al termine della riunione, Macron ha comunicato la necessità di esercitare pressioni sulla Russia, accusandola di «non avere alcuna volontà di accettare un cessate il fuoco». Si è quindi detto favorevole a «un esercito ucraino forte». Ma centrale è anche la questione degli asset russi congelati. Il presidente francese ha annunciato che «una soluzione» verrà «definita nei prossimi giorni». Il presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, a tal proposito, ha scritto su X: «Un punto centrale dei negoziati è la questione del finanziamento dell’Ucraina, compreso l’utilizzo dei beni sovrani russi immobilizzati». Di «Europa salda e unita» ha parlato il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, osservando che «qualsiasi piano che incida sugli interessi e sulla sovranità europea richiede l’approvazione dell’Europa».
E sia Londra sia Parigi insistono sull’invio di truppe di peacekeeping in Ucraina qualora si raggiunga il cessate il fuoco. La posizione è stata ribadita sia prima che durante l’incontro dei Volenterosi. Macron, in un’intervista a radio Rtl, ha dichiarato: «Ci sono soldati britannici, francesi e turchi che il giorno della firma della pace sono lì per condurre operazioni di addestramento e sicurezza». Sulla stessa linea Starmer: convinto che «la forza multinazionale» in Ucraina abbia «un ruolo vitale» nel garantire la sicurezza del Paese, ha esortato gli alleati a «confermare» gli impegni inerenti all’eventuale operazione di peacekeeping. Zelensky ha così colto la palla al balzo per invitare i Volenterosi a elaborare un quadro per l’invio di «una forza di rassicurazione».
Che il niet di Mosca sull’invio di una forza multinazionale sia dietro l’angolo è evidente dalle affermazioni del ministro degli esteri russo, Sergej Lavrov. Bollando le dichiarazioni di Macron nell’intervista come «aggressive», ha precisato che le parole sull’invio «delle truppe nelle zone di Kiev e Odessa» sono «solo sogni che non hanno nulla a che fare con una soluzione pacifica». E mentre l’alto rappresentante Ue, Kaja Kallas, ha espresso contrarietà circa la possibilità che la Russia rientri a far parte del G8, secondo i media di Budapest il primo ministro ungherese, Viktor Orbán incontrerà Vladimir Putin questo venerdì a Mosca.
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Colloqui separati dei funzionari americani ad Abu Dhabi con delegati di Mosca e Kiev. Volodymyr Zelensky: «Pronti ad andare avanti». Gelo del Cremlino sul piano modificato. Intanto Bruxelles prende un altro schiaffo: Marco Rubio nega il bilaterale chiesto da Kaja Kallas.Keir Starmer ed Emmanuel Macron come dischi rotti: «Serve una forza multinazionale sul campo».Lo speciale contiene due articoliWashington continua a tessere la sua tela diplomatica per cercare di risolvere la crisi ucraina. Ieri e l’altro ieri, ad Abu Dhabi, il segretario all’Esercito americano, Dan Driscoll, ha avuto dei colloqui separati con alcuni delegati russi e con il capo dell’intelligence militare di Kiev, Kyrylo Budanov. «Nella tarda serata di lunedì e per tutto il resto di martedì, il segretario Driscoll e il suo team hanno discusso con la delegazione russa per raggiungere una pace duratura in Ucraina», ha dichiarato il portavoce dello stesso Driscoll, Jeff Tolbert. «I colloqui stanno procedendo bene e restiamo ottimisti», ha aggiunto. Gli incontri di Abu Dhabi hanno fatto seguito al vertice tenutosi domenica a Ginevra tra il segretario di Stato americano, Marco Rubio, e il team negoziale ucraino: vertice da cui è emerso un piano di pace modificato rispetto a quello di 28 punti, che era stato originariamente preparato dalla Casa Bianca.La nuova versione, di cui si conoscono ancora pochi dettagli, è stata ben accolta da Kiev, pur con qualche cautela: ieri, un funzionario ucraino ha riferito a Reuters che «l’Ucraina sostiene l’essenza del quadro dell’accordo di pace dopo i colloqui di Ginevra», mentre Volodymyr Zelensky, poco prima, aveva dichiarato: «Ci sono risultati concreti e molto lavoro c’è ancora da fare». Un certo ottimismo è trapelato anche da Washington. Un funzionario statunitense, sempre ieri, ha infatti affermato alla Cbs che «gli ucraini hanno accettato l’accordo di pace». «Ci sono alcuni dettagli minori da sistemare, ma hanno accettato un accordo di pace», ha poi precisato. Poco dopo, la Casa Bianca, pur sottolineando «enormi progressi», ha parlato dell’esistenza di «alcuni dettagli delicati, ma non insormontabili», che «richiederanno ulteriori colloqui tra Ucraina, Russia e Stati Uniti». «Penso che ci stiamo avvicinando molto a un accordo, lo scopriremo. Penso che stiamo facendo progressi», ha poi aggiunto, sempre ieri, Donald Trump in persona.In tutto questo, il consigliere per la sicurezza nazionale ucraino, Rustem Umerov, ha concretamente aperto alla possibilità che Zelensky si rechi negli Stati Uniti per incontrare il presidente americano entro la fine del mese (forse già domani): ci si attende che i due leader discutano delle questioni più delicate che non sembrano attualmente essere state inserite nella nuova versione del piano di pace. Sono tre i temi su cui si registra ancora lontananza tra le parti: l’adesione di Kiev alla Nato, le dimensioni delle sue forze armate e il nodo delle concessioni territoriali. «Spero che la visita del presidente Zelensky avvenga il prima possibile, perché aiuterà il presidente Trump a proseguire la sua missione storica per porre fine a questa guerra», ha affermato ad Axios il capo di gabinetto del presidente ucraino, Andriy Yermak. Non si conoscono invece ancora le reazioni della Russia alla nuova proposta statunitense: fino a ieri sera, quando La Verità è andata in stampa, Mosca non aveva ancora rilasciato molti commenti ufficiali sulla questione: il New York Post aveva comunque riferito che il Cremlino sarebbe pronto a respingere la nuova versione del piano statunitense e che la guerra potrebbe durare almeno fino a Natale. È tuttavia abbastanza evidente che, con i colloqui di Abu Dhabi, Washington abbia cercato di trovare un compromesso tra le posizioni russe e quelle ucraine. Sembra inoltre che Viktor Orbán si recherà a Mosca il prossimo 28 novembre per incontrare Vladimir Putin: non è escludibile che i due leader parleranno, nell’occasione, del piano di pace statunitense.Un aspetto sicuramente interessante risiede nella scelta del Paese che ha ospitato i colloqui di Driscoll con gli ucraini e i russi. Gli Emirati arabi uniti intrattengono buone relazioni tanto con Kiev quanto con Mosca. Ma la questione è ben più profonda. Trump sta infatti cercando di risolvere la crisi ucraina connettendola al dossier mediorientale. La Casa Bianca sa bene che Putin ha necessità di recuperare terreno in Siria e che sta, al contempo, cercando di ritagliarsi il ruolo di mediatore tra Washington e Teheran sul nucleare. Lo zar vuole inoltre essere coinvolto nella ricostruzione di Gaza e, più in generale, nel rilancio degli Accordi di Abramo: Accordi a cui gli Emirati hanno già aderito nel 2020. Non solo. Nella stesura del piano di pace statunitense hanno giocato un ruolo di primo piano l’inviato americano per il Medio Oriente, Steve Witkoff, e il genero di Trump, Jared Kushner: le due figure che tengono principalmente i rapporti della Casa Bianca con Israele e Arabia Saudita. Tra l’altro, entrambi, oltre allo stesso Driscoll, avevano accompagnato Rubio a Ginevra domenica scorsa. E così, mentre il Medio Oriente diventa sempre più centrale, Bruxelles è finita, ancora una volta, marginalizzata. Secondo Politico, Rubio avrebbe infatti rifiutato di accettare una richiesta di bilaterale da parte dell’Alto rappresentante Ue per gli affari esteri, Kaja Kallas. È quindi evidente come l’amministrazione Trump consideri l’Unione europea un interlocutore secondario nella crisi ucraina. Guarda caso, non risulta che ad Abu Dhabi ci fossero funzionari dell’Ue.Emerge infine il nodo cinese. Il presidente americano punta infatti a far leva su economia e commercio per cercare di sganciare il più possibile Mosca da Pechino. Non a caso, la bozza del piano di pace statunitense originario prevedeva un «accordo di cooperazione economica a lungo termine» tra Usa e Russia. Trump sa che Putin teme l’abbraccio soffocante con Xi Jinping. 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Durante la riunione, il premier britannico, Keir Starmer, ha riconosciuto che «sono stati fatti progressi» visto che i colloqui sul cessate il fuoco si stanno «muovendo in una direzione positiva». Ha spiegato che l’Ucraina ha «proposto alcuni cambiamenti costruttivi» alla bozza del piano proposto dalla Casa Bianca, aggiungendo che «dalle indicazioni ricevute oggi, Volodymyr Zelensky sta segnalando che in larga parte la maggioranza del testo può essere accettata».A frenare l’entusiasmo, collegato da Parigi, è il presidente francese, Emmanuel Macron: ha sottolineato che Kiev ha bisogno di «una serie di garanzie di sicurezza molto solide e non cartacee». Rubio, d’altro canto, ha confermato che le garanzie di sicurezza «sono una componente fondamentale» di qualsiasi accordo di pace. Tra l’altro, Macron, da una parte ha ammesso che «i negoziati stanno ricevendo un nuovo slancio» che andrebbe colto, dall’altra ha confermato una scarsa aderenza alla realtà, ripetendo che «l’Ucraina è solida, la Russia è lenta e l’Europa è risoluta». Al termine della riunione, Macron ha comunicato la necessità di esercitare pressioni sulla Russia, accusandola di «non avere alcuna volontà di accettare un cessate il fuoco». Si è quindi detto favorevole a «un esercito ucraino forte». Ma centrale è anche la questione degli asset russi congelati. Il presidente francese ha annunciato che «una soluzione» verrà «definita nei prossimi giorni». Il presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, a tal proposito, ha scritto su X: «Un punto centrale dei negoziati è la questione del finanziamento dell’Ucraina, compreso l’utilizzo dei beni sovrani russi immobilizzati». Di «Europa salda e unita» ha parlato il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, osservando che «qualsiasi piano che incida sugli interessi e sulla sovranità europea richiede l’approvazione dell’Europa».E sia Londra sia Parigi insistono sull’invio di truppe di peacekeeping in Ucraina qualora si raggiunga il cessate il fuoco. La posizione è stata ribadita sia prima che durante l’incontro dei Volenterosi. Macron, in un’intervista a radio Rtl, ha dichiarato: «Ci sono soldati britannici, francesi e turchi che il giorno della firma della pace sono lì per condurre operazioni di addestramento e sicurezza». Sulla stessa linea Starmer: convinto che «la forza multinazionale» in Ucraina abbia «un ruolo vitale» nel garantire la sicurezza del Paese, ha esortato gli alleati a «confermare» gli impegni inerenti all’eventuale operazione di peacekeeping. Zelensky ha così colto la palla al balzo per invitare i Volenterosi a elaborare un quadro per l’invio di «una forza di rassicurazione».Che il niet di Mosca sull’invio di una forza multinazionale sia dietro l’angolo è evidente dalle affermazioni del ministro degli esteri russo, Sergej Lavrov. Bollando le dichiarazioni di Macron nell’intervista come «aggressive», ha precisato che le parole sull’invio «delle truppe nelle zone di Kiev e Odessa» sono «solo sogni che non hanno nulla a che fare con una soluzione pacifica». E mentre l’alto rappresentante Ue, Kaja Kallas, ha espresso contrarietà circa la possibilità che la Russia rientri a far parte del G8, secondo i media di Budapest il primo ministro ungherese, Viktor Orbán incontrerà Vladimir Putin questo venerdì a Mosca.
Jannik Sinner durante il suo incontro di singolare maschile contro Andrey Rublev agli Internazionali d'Italia di tennis a Roma (Ansa)
Quest’anno il Foro Italico tocca un vertice di popolarità quasi inedito. È agorà di celebrazioni sontuose, con due tennisti italiani in semifinale, re Brenno Sinner disceso dalle Dolomiti pronto a far dei vinti - oggi è toccato a Andy Rublev - un sol boccone, e Luciano Darderi emigrato dalla pampa argentina che si è imposto sia sul più quotato Zverev, sia sul castigliano di belle speranze Jodar.
Ma è pure un evento planetario, a detta della questura, «importante quanto il derby Roma-Lazio»: in un Paese di calciofili, collocare il fiero individualismo aristocratico del tennis sullo stesso piano del collettivismo popolare del pallone significa creare un precedente. Insomma, domenica pomeriggio, giorno della finale, ci sarà carne al fuoco. E se per caso in finale ci arrivasse Sinner, troverebbe sugli spalti ad applaudirlo Sergio Mattarella. La presenza del presidente della Repubblica è confermata. Riecheggiano ancora le polemiche di gennaio 2025 sull’assenza del numero uno Atp al Quirinale durante un incontro celebrativo dell’Italtennis, e qualcuno ha già azzardato la battuta: se Sinner non va da Mattarella, è Mattarella ad andare da Sinner. All’epoca la faccenda costò al povero Jannik un’ondata di punzecchiature. È un italiano riluttante, disse di lui Corrado Augias. Sbaglia a coniugare i verbi, scrissero altri. Non conosce l’inno, non mangia la pizza. Fino all’immancabile: ha la residenza a Montecarlo, e di solito chi lo scrive si scorda di ricordare che tra i tanti atleti accasati nel principato, lui è uno dei pochi a viverci davvero. Mai come oggi l’ex «italiano riluttante» è il vero beniamino dell’intero sport nazionale. Soprattutto perché, mentre il calcio garantisce delusioni e caos, Jannik inanella record.
Con il 6-2 6-4 rifilato a Rublev oggi pomeriggio nei quarti di finale del torneo capitolino, il nostro campione ha raggiunto la trentaduesima vittoria in un match di un torneo Master 1000, polverizzando il primato di Nole Djokovic. I pronostici erano tutti per Sinner. Rublev, moscovita numero 13 del mondo, capello svolazzante da poeta romantico, cresciuto alla scuola tennistica dei picchiatori da fondo campo spagnoli, si è dannato l’anima per rispondere ai colpi poderosi di Dolomiti Kid, non facendo altro che evidenziare una differenza: laddove Sinner, su ogni superficie, terra rossa compresa, possiede soluzioni polivalenti e variazioni di ritmo, Andy si piazza sulla linea di fondo alla ricerca di geometrie a esecuzione rapida, ma conosce un solo spartito. La disinvoltura con cui Sinner inventava tocchi smorzati e sberloni liftati, con percentuali di prime palle elevate e un solo passaggio a vuoto nel secondo set, quando ha ceduto il servizio, ha tratteggiato una sfida a senso unico. Il cammino di Sinner fino a oggi gli ha consentito di portare a casa lo scalpo dell’austriaco Ofner, dell’australiano Popyrin, e di imporsi nel derby con il mestierante di talento Andrea Pellegrino, proveniente dalle qualificazioni e bella sorpresa del torneo assieme all’exploit di Luciano Darderi, che conferma le sue doti da top 20 sulla terra battuta, con prospettive da estendere su ogni contesto. Sinner, che in semifinale troverà il russo Daniil Medvedev, dal canto sta puntellando una costanza di rendimento spaventosa, e può beneficiare dell’assenza del rivale Carlitos Alcaraz per puntare a un obiettivo molto ghiotto: se, con tutti gli scongiuri del caso, dovesse alzare il trofeo di Roma, metterebbe in bacheca l’ultimo Master 1000 che ancora gli manca. Sarebbe la sesta vittoria consecutiva in un evento di quella caratura. Un sogno che il calcio da tempo non ci regala più. Con la benedizione di Mattarella.
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Nella combo, a sinistra i tifosi della Roma nella curva sud dello stadio Olimpico; a destra i tifosi della Lazio nella curva nord (Ansa)
È l’esito di un accordo trovato tra Lega, Prefetto, Questore e sindaco dopo che il Tar del Lazio aveva scelto di non trasformarsi nel supplente di un sistema incapace di parlarsi e trovare una soluzione. In serata il tribunale amministrativo aveva rinviato il caso all’avvocatura dello Stato, spingendo Prefettura e Lega verso una soluzione condivisa sulla data e sull’orario del derby e delle altre quattro gare coinvolte nella lotta per la prossima Champions League.
Politicamente, hanno perso tutti. Formalmente, ha vinto la Lega. Ha perso meno degli altri perché alla fine ha ottenuto quasi tutto ciò che chiedeva: la domenica, la contemporaneità e la salvaguardia della regolarità sportiva. Ma non esce indenne. Per arrivare a giocare quasi quando voleva, ha dovuto passare da un ricorso al Tar, da un braccio di ferro con il prefetto e da 48 ore di incertezza che hanno esposto il campionato a un’immagine di totale improvvisazione. Il fatto che alla fine la Lega abbia avuto ragione sull’orario non cancella la sua responsabilità iniziale: il calendario era stato costruito dimenticando una sovrapposizione prevedibile tra derby, Internazionali di tennis e finale di Coppa Italia. Ha perso la Prefettura, perché dopo aver spostato il derby a lunedì sera per ragioni di ordine pubblico ha finito per accettare la domenica a mezzogiorno, cioè una variante minima della soluzione respinta all’inizio. Ha perso la Questura, costretta a rincorrere un’emergenza che avrebbe dovuto essere prevista. Ha perso una Figc sempre più allo sbando, spettatrice mentre la regolarità del campionato finiva schiacciata tra calendario, ordine pubblico e diritto amministrativo.
Ha perso anche la Fitp, perché gli Internazionali d’Italia, con un italiano come Jannik Sinner numero uno del mondo nel ranking, si sono ritrovati dentro una rissa istituzionale con il calcio. E ha perso l’industria televisiva, Dazn compresa, perché il prodotto venduto come premium ha mostrato il suo punto debole più banale: fino all’ultimo non si è capito quando si sarebbe giocato.
Soprattutto, hanno perso i tifosi. Ancora una volta presi a pesci in faccia. Hanno comprato biglietti, organizzato viaggi, turni, treni, alberghi e rientri. Poi hanno scoperto che una partita decisiva poteva essere spostata da domenica a lunedì sera. E poi di nuovo a domenica.
La cronologia del caos è semplice da ricordare. La Lega aveva previsto la contemporaneità tra Roma-Lazio, Como-Parma, Genoa-Milan, Juventus-Fiorentina e Pisa-Napoli. Una scelta logica: quando più squadre competono per lo stesso obiettivo, devono giocare in contemporanea. E qui l’obiettivo non era secondario. La Champions League vale decine di milioni, incide sui bilanci, sul mercato, sugli sponsor e sul valore delle rose.
Poi è intervenuta la Prefettura di Roma. La concomitanza con la finale maschile degli Internazionali d’Italia al Foro Italico ha portato alla decisione di spostare il derby a lunedì 18 maggio alle 20.45. Per effetto della contemporaneità, anche le altre quattro partite sarebbero slittate. La Lega ha reagito con durezza e ha presentato ricorso al Tar.
Il paradosso è che la soluzione prefettizia, nata in nome dell’ordine pubblico, rischiava di costituire un altro problema ancora più spinoso. Il lunedì sera a Roma era già previsto uno sciopero del trasporto pubblico locale. In più, i gruppi ultrà romanisti avevano annunciato che, in caso di derby al lunedì, sarebbero rimasti fuori dallo stadio. Sul fronte laziale, una parte del tifo organizzato aveva già annunciato la diserzione per la contestazione contro Lotito. Il rischio non era solo uno stadio meno pieno, ma un derby più vuoto dentro e più carico fuori. Anche perché le tifoserie avrebbero potuto fronteggiarsi all’esterno dell’Olimpico creando ulteriori problemi di ordine pubblico.
Dentro questo caos, Maurizio Sarri, allenatore della Lazio, ha scelto le barricate. Di fronte all’ipotesi di giocare il derby domenica a mezzogiorno, aveva dichiarato che lui non si sarebbe nemmeno presentato in campo. Ora cosa farà? Diserterà davvero la panchina in quello che potrebbe essere il suo ultimo suo derby coi biancocelesti?
Poi è arrivato persino Angelo Binaghi con il lanciafiamme. Il presidente della Fitp ha ricordato che gli il Master capitolino fa parte di un circuito internazionale e che una finale Atp non si sposta con leggerezza, soprattutto con il capo dello Stato atteso in tribuna. Poi ha attaccato il calendario della Serie A, definendolo «fatto con i piedi da un deficiente» e parlando di «grandi coincidenze» tra derby di Torino durante le Atp Finals, finale di Coppa Italia e derby romano durante gli Internazionali.
È vero: il tennis internazionale non è una sagra. Ma proprio per questo la Fitp non può chiamarsi fuori. Se Roma sogna il quinto Slam, deve contribuire a una regia urbana da evento globale. Invece un primo allarme era già arrivato mercoledì, quando il fumo dei fuochi d’artificio della finale di Coppa Italia all’Olimpico ha invaso il Foro Italico e interrotto i quarti di finale tra l’italiano Luciano Darderi e lo spagnolo Rafa Jodar. Un’immagine perfetta e imbarazzante: il tennis italiano che sogna il quinto Slam, oscurato dai fumi del calcio italiano.
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