Era il 1906 quando Werner Sombart si interrogò sul perché il marxismo non fosse riuscito a prender piede negli Stati Uniti. Eppure oggi, a due secoli e mezzo dalla Dichiarazione d’Indipendenza, il famoso sociologo resterebbe probabilmente stupito.
«Nel nostro Paese si assiste a una rinascita della minaccia comunista, anche da parte di nuovi arrivati che abbracciano idee totalmente opposte al nostro stile di vita», ha affermato Donald Trump venerdì, durante un discorso per i 250 anni della Dichiarazione d’Indipendenza. «Si può essere o comunisti o patrioti. Non si può essere entrambi», ha proseguito, bollando inoltre il comunismo come «nemico della Costituzione». «Quanto a coloro che diffondono le menzogne di Marx sulla nostra eredità, che raccontano ai nostri figli che viviamo su una terra rubata o che i nostri eroi erano degli oppressori, stanno facendo qualcosa di molto peggio che diffamare il nostro passato: stanno attaccando il nostro futuro», ha continuato. Ora, c’è chi vede in queste parole una riedizione della «paura rossa» e chi una strategia volta a demonizzare il Partito democratico in vista delle Midterm. Eppure, le dichiarazioni di Trump rivelano una dinamica più profonda. Per comprenderla, vale la pena di metterle in relazione con il discorso tenuto, sempre l’altro ieri, da Zohran Mamdani.
«Vediamo monopoli che dominano ogni settore e oligarchi che comprano le elezioni. Vediamo agenti mascherati che terrorizzano le nostre strade, mangiando il cibo cucinato dai nostri vicini senza documenti prima di portarli via in furgoni senza contrassegni», ha dichiarato il sindaco di New York, attaccando le politiche migratorie della Casa Bianca. Ha inoltre elogiato «esploratori come Verrazzano e Hudson», evitando di citare Cristoforo Colombo, che è ormai diventato un bersaglio dei movimenti woke proni alla Cancel Culture. «Il patriottismo non è mai stato sinonimo di fingere che la nostra nazione sia priva di difetti. Il patriottismo è ogni atto di giusto dissenso, è ogni marcia guidata sotto il sole cocente, è ogni protesta organizzata con un decennio di anticipo sui tempi», ha aggiunto.
I due discorsi sono innanzitutto interessanti dal punto di vista simbolico. Entrambi sono stati pronunciati per la celebrazione dei 250 anni dalla Dichiarazione d’Indipendenza: se Trump ha tenuto il suo davanti al Monte Rushmore, Mamdani ha parlato seduto alla scrivania che fu di George Washington. Tuttavia, l’aspetto di maggiore interesse risiede nelle prospettive radicalmente differenti che il presidente e il sindaco hanno espresso. Sotto questo profilo, la domanda da porsi è una: l’accusa di «comunismo» mossa da Trump è davvero del tutto derubricabile a un artificio retorico volto a fomentare la polarizzazione? Forse no. È un dato di fatto che Mamdani, l’anno scorso, abbia vinto le elezioni comunali di New York con un programma molto spostato a sinistra. Si pensi solo alle sue posizioni radicalmente anti-israeliane, alle sue ricette fiscali o al suo controverso piano casa. È anche un dato di fatto come, nelle scorse settimane, a vincere varie primarie dem, tanto a New York quanto in Colorado, siano stati candidati socialisti assai vicini al sindaco della Grande Mela.
E qui emergono due dinamiche interessanti. La prima riguarda il settarismo della sinistra americana. Le ultime primarie parlamentari dem per il settimo distretto di New York hanno spaccato la coalizione che, a novembre, aveva portato Mamdani al potere. Antonio Reynoso, sostenuto dal Working Families Party, è stato sconfitto da Claire Valdez, che fa capo ai Democratic Socialists of America (organizzazione in cui milita anche il primo cittadino newyorchese e che ospita una fazione denominata Marxist Unity Group). Ebbene, la Valdez, appoggiata da Mamdani, ha accusato Reynoso di non essere abbastanza anti-israeliano su Gaza e, alla fine, ha prevalso. Ricordiamo che l’anno scorso, il Working Families Party aveva dato il proprio endorsement all’attuale sindaco newyorchese. Tutto questo fa capire come i socialisti in ascesa, preda della loro intransigenza ideologica, siano portati a un settarismo, che lascia perplessi anche alcuni storici settori della base dem (la maggior parte dei sindacati, guarda caso, aveva appoggiato Reynoso, non la Valdez). Insomma, se un tempo i democratici erano divisi tra un’ala centrista e una di sinistra, adesso si profila una spaccatura, in seno alla sinistra stessa, tra progressisti e socialisti. Si tratta di una vulnerabilità che Trump – a cui ieri Vladimir Putin ha fatto gli auguri dicendo che Usa e Russia «hanno una responsabilità speciale nel mantenere la sicurezza e la stabilità internazionali» – sta cercando di sfruttare in vista delle Midterm.
Tuttavia, venendo alla seconda dinamica, il presidente americano deve fare attenzione. Quanto sta accadendo a sinistra è (anche) frutto di un nuovo sentimento antisistema che, a destra, stanno cercando di incarnare figure come Tucker Carlson. Un sentimento non poi così dissimile da quello che, nel 2016, animò le campagne presidenziali di Trump e Bernie Sanders. La differenza, almeno per ora, è che questo nuovo moto anti-establishment non ha una base sociale solida come quello di dieci anni fa. Trump e Sanders, all’epoca, puntavano al voto dei colletti blu della Rust Belt: un elettorato a cui Mamdani e Carlson fanno fatica a parlare. Resta però un fatto. Il presidente deve stare attento a non lasciare la narrazione antisistema ai sui avversari (a sinistra come a destra): una simile eventualità rischierebbe infatti di danneggiarlo.
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