Alla fine gli yacht della Ferretti sono un dettaglio. Il vero mare in tempesta non è quello solcato dai Riva o dai Pershing, ma la geopolitica. Così una delle aziende simbolo del lusso diventa terreno di scontro. Con tanto di Golden Power, tribunali, Bank of China, sospetti di voto coordinato e una piccola divisione militare che, improvvisamente, vale molto più dello 0,4% del fatturato.
Tutto comincia quando Kkcg, la holding dell’imprenditore ceco Karel Komárek, decide di sfidare il gigante cinese Weichai. L’idea è semplice: salire dal 14,5 al 30% per orientarne il futuro. Dall’altra parte Weichai, già primo azionista con quasi il 40%, non ha intenzione di mollare. La sfida culmina all’assemblea di maggio per il rinnovo del consiglio di amministrazione. Da una parte Weichai propone il bulgaro Stassi Anastassov come nuovo amministratore delegato. Dall’altra Kkcg punta sulla continuità con Alberto Galassi, affiancato da nomi pesanti come Piero Ferrari e Stefano Domenicali. Quando si aprono le urne il verdetto sembra netto. Weichai conquista il 52,3% e otto consiglieri su nove. Fine della storia? Neppure per sogno. La holding ceca sostiene che intorno a Weichai si sia mossa una molteplicità di soggetti cinesi. Tra questi nientemeno che Bank of China. Presenze che, secondo il ricorso che il tribunale di Bologna esaminerà il 23 luglio, avrebbero agito in modo coordinato permettendo al fronte cinese di superare la soglia del 50%. È il cuore della battaglia giudiziaria. Se davvero fosse esistita un’azione di concerto tra questi soggetti, sostiene Kkcg, ci sarebbe stato un mutamento sostanziale del controllo che andava notificato preventivamente nell’ambito dell Golden Power. La questione, però, va ben oltre una disputa tra avvocati. Perché Ferretti non costruisce soltanto yacht da sogno.
Dentro il gruppo, infatti, esiste la Ferretti Security Division che realizza pattugliatori per la Marina e i Carabinieri. È vero: pesa appena lo 0,4% del fatturato consolidato. Ma il Golden Power non misura con il bilancino. Conta la natura delle tecnologie. Qui la vicenda prende una piega curiosa. Il nuovo amministratore delegato Stassi Anastassov ha assicurato che Ferretti è in uscita dal comparto della difesa. I documenti, a cominciare dal bilancio 2025 e poi i report della stampa specializzata, raccontano una storia meno lineare. Emergono infatti le garanzie prestate nell’ambito delle commesse relative ai pattugliatori destinati alla Marina e all’Arma. E soprattutto resta una divisione che, pur rappresentando una quota minima del gruppo, continua a sviluppare attività in un segmento sensibile.
Ancora più interessante è l’evoluzione del business. La Difesa resta minuscola, ma non arretra. Al contrario. Il fatturato cresce, passando da 4,8 a 5,1 milioni. Numeri modesti, certo, ma sufficienti a dimostrare che il settore non è sparito. Più che un’uscita dalla Difesa, sembra una presenza silenziosa. Ma ciò che accende i riflettori del governo è il fatto che Ferretti produce una tecnologia d’avanguardia che si presta a essere usata in ambito militare e strategico: tipico esempio di dual use. Ecco perchè il timore, richiamato anche nelle iniziative di Kkcg, è che Ferretti costituisca un canale attraverso cui competenze e tecnologie sviluppate in Italia rafforzano il polo produttivo cinese di Qingdao. Si tratta di un’ipotesi tutta da verificare, ma sufficiente a spiegare perché la vicenda abbia ormai superato i confini della Borsa.
La presenza di Bank of China aggiunge un ulteriore elemento politico. Non capita tutti i giorni che una banca centrale entri nel capitale di una società privata estera Una coincidenza, oppure qualcosa di diverso?
Il paradosso, però, arriva da Pechino. Mentre Weichai combatte per consolidare il controllo di Ferretti, il governo cinese ha appena deciso di stringere il guinzaglio sugli investimenti all’estero. Le nuove regole impongono controlli severi sui capitali, sulle tecnologie e perfino sul trasferimento di competenze e personale fuori dalla Cina. L’obiettivo dichiarato è proteggere la sicurezza nazionale e impedire la dispersione del patrimonio tecnologico del Paese. Difficile non cogliere l’ironia. Per anni la Cina ha comprato aziende occidentali inseguendo know-how e competenze. Oggi, mentre difende con le unghie una delle sue partecipazioni industriali più prestigiose in Italia, alza il ponte levatoio attorno alle proprie competenze.
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