Il riarmo Ue crea posti di lavoro… negli Usa
Mark Rutte (Ansa)

Se per fare una prova occorrono tre indizi, per qualificare un imbranato bastano due gaffe. Mark Rutte, ex premier olandese e attuale segretario generale della Nato, le ha messe in fila entrambe nel giro di pochi giorni. Prima, la frase sui 500 voli americani partiti dalle basi in Italia durante la guerra in Iran, con cui ha creato molto rumore per nulla. Ieri, il colloquio con il Financial Times, nel quale ha svelato che il riarmo dell’Ue serve ad arricchire gli americani. «La lista degli ordini che Europa e Canada si sono impegnati ad acquistare dagli Stati Uniti nei prossimi anni», ha segnalato Rutte, «ammonta a 300 miliardi di dollari». Il che, ha aggiunto, «sta avendo l’effetto di sostenere circa 195.000 posti di lavoro negli Stati Uniti».

Ricapitolando: noi ci sveniamo; sfrangiamo ulteriormente un welfare già ridotto all’osso; in nome della «difesa comune», rinunciamo persino al Patto di stabilità, che altrimenti è vietato sospendere pure quando si tratta di liberare margini di manovra per aiutare i cittadini alle prese con il caro carburanti; e però il risultato dei nostri sacrifici se lo godono dall’altra parte dell’Oceano. Una beffa epocale, considerando che, al contrario di ciò che il capo della Nato sostiene stia avvenendo in America, qui i posti di lavoro spariscono: in effetti, mentre l’industria automobilistica tedesca prova a reagire al suicidio verde riconvertendosi alle produzioni belliche, Volkswagen annuncia un piano di ristrutturazione choc, che prevede 100.000 esuberi. E parliamo della Germania, il Paese che sta investendo quasi 1.000 miliardi di euro per dotarsi dell’esercito convenzionale più forte d’Europa.

C’è da augurarsi che la sortita di Rutte sia solo l’ennesimo, grottesco tentativo di lisciare il ciuffo giallo a Donald Trump, dimostrandogli che abbandonare gli alleati del Vecchio continente non gli conviene e che costoro, a differenza di quanto va lamentando lui da mesi, in realtà stanno dando una mano al suo Paese. Con la storia dei sorvoli militari, l’operazione simpatia non solo non è riuscita, visto che il tycoon ha continuato a coprire Roma d’improperi, ma ha anche esposto a dei pericoli l’Italia, la quale ha subìto minacce di ritorsione da Teheran, pur essendosi limitata a rispettare gli accordi in vigore con gli statunitensi. Tra l’altro, ieri l’ambasciatore Usa presso l’Alleanza atlantica, Matthew Whitaker, ha di nuovo accusato alcuni Paesi di essere «in ritardo» sui piani per raggiungere il 5% del Pil in spese militari. E questo nonostante il povero Rutte avesse celebrato lo stanziamento complessivo di 250 miliardi di dollari. Il diplomatico ha promosso solo Germania, Polonia, baltici e nordici, minacciando «misure» nei confronti di chi non dovesse rispettare l’impegno e sollecitando una «pressione tra pari», quindi tra nazioni europee.

Ma se l’olandese ha parlato al quotidiano londinese con cognizione di causa, bisognerà domandare chiarimenti ai geni di Bruxelles. Costoro ci hanno propinato il piano Ursula 2030, sciorinando i benefici che avrebbe recato in termini di sviluppo e occupazione. Pur sapendo che, rispetto all’automotive picconato dal masochismo green a vantaggio dei cinesi, l’industria militare si regge su livelli più elevati di automazione; pertanto, non sarebbe in grado di riassorbire l’intera manodopera liquidata dalle fabbriche di veicoli tradizionali. Che non sia tutto ora quello che luccica lo dimostra, tra i vari episodi, la vertenza Pierburg di Lanciano e Livorno: Rheinmetall, per concentrarsi sul business marziale, ha ceduto la divisione Power Systems, che si occupa proprio di automotive a destinazione civile, al gruppo Aequita. I sindacati denunciano la mancanza di garanzie per gli stabilimenti italiani: quello toscano è al terzo anno di ammortizzatori sociali. Perché non glielo spiegano Rutte, Ursula von der Leyen e Kaja Kallas, agli operai, che con i fondi Ue si renderà di nuovo grande… l’America?

La corsa agli arsenali, per l’Unione europea, risponde anche a una mediocre logica politica: priva di un’identità e di una legittimazione, essa la cerca nel nemico esterno. Come ha scritto Giorgio Agamben in un recente pamphlet, l’Europa si conferma uno «stratagemma funzionale rispetto a una particolare emergenza ogni volta diversa». Adesso, quella dell’Orso russo sta alimentando con spregiudicatezza una pericolosa spirale militarista.

A Berlino, in ogni caso, stanno facendo di necessità virtù. Lo stesso Financial Times ha svelato che funzionari tedeschi sono in contatto con le controparti Usa, alle quali sperano di strappare l’assenso per la produzione congiunta di armamenti all’interno di siti tedeschi. Un accordo che confidano di concludere prima del vertice Nato di Ankara del 7-8 luglio. La joint venture si concentrerebbe sui missili a lungo raggio Tomahawk, nonché sulle batterie installate nelle contraeree Patriot, i PAC-3. Sembra che l’amministrazione statunitense sia ricettiva alla proposta: la Germania ha saputo giocarsi la carta della sua ampia base industriale, una delle poche che, in Europa, è già pronta alla grande riconversione bellica. Così, i tedeschi si augurano di costringere Washington a tenere almeno un piede nel Vecchio continente.

Il colmo è che, in questo clima di discordia, a metà luglio, a Roma si celebreranno i 75 anni del Nato defense college, con una cerimonia il cui costo si aggirerebbe attorno al milione di euro. Peccato che il catering non sia americano. Che ne pensa Rutte?

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