La proposta dell’Oman: «Per Hormuz pedaggio volontario»
Ansa

Nessun incontro diretto tra Stati Uniti e Iran a Doha. Nonostante Donald Trump abbia annunciato che Teheran avrebbe richiesto un colloquio in Qatar, il confronto si svolgerà esclusivamente attraverso la mediazione qatariota, confermando quanto il percorso diplomatico resti fragile e accompagnato da continui messaggi contrastanti.

Secondo Al Arabiya, i colloqui indiretti riguarderanno l’attuazione del memorandum d’intesa raggiunto dopo il cessate il fuoco, con particolare attenzione alla sicurezza dello Stretto di Hormuz e allo sblocco dei beni iraniani congelati all’estero. A confermarlo è stato il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baqaei, precisando che la delegazione discuterà soltanto dell’applicazione delle clausole dell’accordo e non di un’intesa definitiva. L’emittente araba riferisce che entro la fine della settimana Teheran potrebbe ottenere tre miliardi di dollari dei propri fondi congelati. Rimane invece aperta la questione dei sei miliardi di dollari custoditi in Qatar dal 2023 e destinati esclusivamente all’acquisto di beni umanitari. Il portavoce del ministero degli Esteri del Qatar, Majid al-Ansari, ha chiarito che non esiste ancora alcun accordo sul loro trasferimento, smentendo le dichiarazioni del presidente iraniano Masoud Pezeshkian, che aveva definito l’intesa con Washington «una grande vittoria». Teheran continua inoltre a escludere qualsiasi negoziato diretto con gli Stati Uniti. «Non avevamo in programma alcun incontro con la controparte americana e non intendiamo recarci a Doha per colloqui bilaterali», ha ribadito Baqaei.

La posizione americana resta diversa. La Casa Bianca ha confermato che l’inviato speciale Steve Witkoff è arrivato a Doha insieme al consigliere senior Jared Kushner, per una serie di incontri di alto livello con i mediatori qatarini. L’obiettivo dichiarato dell’amministrazione è raggiungere un accordo definitivo che impedisca alla Repubblica islamica di mantenere scorte di uranio altamente arricchito. Tuttavia, i primi effetti concreti del memorandum sembrano riguardare soprattutto l’allentamento delle sanzioni economiche e lo sblocco dei fondi iraniani, più che il programma nucleare. Proprio questo aspetto ha alimentato un duro confronto al Congresso americano. Durante una conference call con i parlamentari, il segretario di Stato Marco Rubio e Witkoff hanno difeso l’intesa, respingendo anche le accuse sui presunti conflitti d’interesse dell’inviato. Il leader democratico al Senato, Chuck Schumer, ha denunciato il rischio che l’Iran possa incassare miliardi di dollari grazie alla ripresa delle esportazioni petrolifere mantenendo al tempo stesso la propria leva sullo Stretto di Hormuz. Sul fronte marittimo la situazione resta lontana dalla normalità. Secondo Kpler, lunedì quaranta navi hanno attraversato Hormuz, un numero ancora inferiore ai livelli precedenti al conflitto. L’Oman ha presentato agli Stati Uniti una proposta, concordata con l’Iran, per la gestione dello Stretto di Hormuz. Secondo il New York Times, il piano prevede contributi volontari delle navi in transito per finanziare i servizi di navigazione. La mediazione di Muscat, però, non ha ridotto le distanze: Teheran continua a pretendere pedaggi obbligatori, mentre Washington chiede il pieno ripristino della libertà di navigazione. Il vice ministro degli Esteri iraniano, Kazem Gharibabadi, ha avvertito che, senza un’intesa, l’Iran è pronto a procedere unilateralmente. Dopo l’annuncio dello sblocco dei fondi iraniani e dell’allentamento di alcune sanzioni, in molti hanno parlato di una svolta diplomatica, ma è una dinamica ormai nota: ogni concessione ottenuta da Teheran viene rapidamente seguita da nuove pretese, rendendo sempre più difficile arrivare a un accordo definitivo e duraturo. Una lezione per chi non ha ancora capito cosa significhi davvero trattare con i mullah.

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