Gli Huthi hanno intensificato le operazioni militari nell’area del Mar Rosso, colpendo con missili balistici il porto di al-Makha, noto anche come Mocha. Lo scalo, controllato dalle forze governative yemenite, si trova vicino allo stretto di Bab el-Mandeb, nel Sud-ovest del Paese.
La notizia è stata diffusa dagli organi d’informazione legati al movimento sciita sostenuto dall’Iran. Secondo le autorità yemenite, martedì i ribelli hanno attaccato anche la Tihamah, una nave commerciale battente bandiera della Tanzania in navigazione nel Bab el-Mandeb.
Nel bombardamento sarebbero morti quattro componenti dell’equipaggio e due membri delle Forze di resistenza nazionale, schierate al fianco del governo. A comunicarlo su X è stato il ministro degli Esteri del Pakistan, Ishaq Dar. «Il Pakistan condanna con fermezza l’attacco degli Huthi contro un’imbarcazione mercantile priva di funzioni militari», ha scritto.
Secondo Dar, azioni di questo genere «espongono a gravi rischi persone innocenti, violano il diritto internazionale e minacciano seriamente la libertà di navigazione, la sicurezza marittima e i traffici commerciali nel Mar Rosso». Successivamente, l’emittente Al-Masirah, vicina agli Huthi, ha annunciato un’ulteriore operazione contro una nave che, secondo il gruppo, trasportava «materiale militare» destinato all’Arabia Saudita.
Gli Huthi tornano ad attaccare nel Mar Rosso
Per gli esperti, la ripresa degli attacchi non segnala necessariamente l’apertura di un nuovo fronte nella guerra contro l’Iran. Rappresenterebbe piuttosto l’incrocio di due conflitti: da una parte gli Huthi continuano a perseguire i propri obiettivi, dall’altra le loro iniziative contribuiscono ad aumentare la pressione sui nemici di Teheran, soprattutto sull’Arabia Saudita. Gli analisti divergono sul coinvolgimento diretto dell’Iran e sulle ragioni della ripresa delle operazioni del movimento yemenita. Intanto, la tensione ha raggiunto anche l’Iraq, dove quattro droni iraniani sarebbero precipitati nella provincia di Erbil, secondo la piattaforma curda Rudaw.
Il Pakistan prova a mediare con Teheran
Sul piano diplomatico, il ministro dell’Interno pakistano, Mohsin Naqvi, si trova in visita a Teheran. La sua presenza è stata confermata da un portavoce del ministero degli Esteri di Islamabad attraverso un video pubblicato in rete. Naqvi dovrebbe incontrare «alti funzionari» iraniani per affrontare i rapporti bilaterali, i temi della sicurezza e gli sviluppi regionali, riservando particolare attenzione alle iniziative dirette a favorire «la pace, la stabilità e un confronto costruttivo tra le parti nella regione».
Il nodo del cessate il fuoco tra Iran e Usa
Restano invece controverse le condizioni del cessate il fuoco tra Iran e Stati Uniti. Un alto funzionario iraniano ha spiegato a Reuters che i due Paesi non hanno negoziato alcuna proroga, poiché Teheran non considera l’intesa vincolata a una data iniziale. Dal punto di vista iraniano, dunque, non ci sarebbe stato «nulla da prolungare». La stessa fonte ha accusato Washington di avere violato un accordo provvisorio appena 48 ore dopo la sua conclusione e di essersene ritirata pochi giorni più tardi.
Tra i punti al centro del confronto figurerebbero il «ritorno degli Stati Uniti» a un memorandum d’intesa e la definizione di una scadenza entro la quale il governo americano dovrebbe rispettare gli impegni assunti. Il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha auspicato che l’Accordo di difesa congiunta della Mecca, firmato da Turchia, Pakistan e Arabia Saudita, favorisca «sicurezza e stabilità» in Medio Oriente. Abbas ha inoltre ringraziato Recep Tayyip Erdoğan e il popolo turco per il sostegno alla causa palestinese.
Permangono sempre interrogativi sulla sorte di Mojtaba Khamenei, designato Guida suprema dopo la morte del padre Ali Khamenei ma mai comparso pubblicamente. Mohammad Reza Naqdi, consigliere di alto livello del comandante dei Guardiani della rivoluzione, ha attribuito l’assenza a ragioni di protezione. «Naturalmente dipende da esigenze di sicurezza. Non esistono altri motivi», ha dichiarato in un’intervista alla rete statunitense Pbs. Quando gli è stato chiesto se avesse incontrato personalmente Mojtaba Khamenei, Naqdi ha risposto: «È meglio non affrontare questo argomento», alimentando ulteriormente le incertezze sulle condizioni della nuova Guida suprema.
Trump: «Controlliamo lo Stretto di Hormuz»
Da Washington, il presidente Donald Trump ha adottato toni duri nei confronti di Teheran. «Non mi fido dell’Iran. Siamo noi, non loro, a controllare lo Stretto di Hormuz», ha detto ai giornalisti, aggiungendo che la Repubblica islamica «non diventerà il prepotente del Medio Oriente».Trump ha ribadito il concetto anche su Truth: «Gli Stati Uniti esercitano un controllo completo sullo Stretto di Hormuz e credo che continueremo a mantenerlo».
Il presidente ha inoltre definito il blocco navale americano «un muro d’acciaio», sostenendo che l’Iran non sarebbe in grado di contrastarlo. Pronta la risposta iraniana con Mohammad Reza Naqdi, consigliere senior delle Guardie rivoluzionarie iraniane che ha dichiarato alla Pbs che Teheran potrebbe prolungare la guerra con gli Stati Uniti fino alla fine del mandato di Trump nel 2029, con l’obiettivo di logorare Washington e rafforzare la propria deterrenza.
Secondo Naqdi, l’Iran avrebbe già ottenuto la vittoria, mentre l’esercito americano si sarebbe dimostrato più debole del previsto e privo di una strategia coerente. Il consigliere ha inoltre sostenuto che Teheran produce più missili di quanti ne impieghi quotidianamente, minacciando di colpire gli interessi economici statunitensi nel mondo anche nell’eventualità di esaurire il proprio arsenale.
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