C’è una vecchia storiella che circola tra le scrivanie dei broker. Dice che se un cittadino qualunque decidesse di gestire casa come il governo di Tokyo gestisce le finanze del Giappone, nel giro di tre mesi si ritroverebbe con l’ufficiale giudiziario alla porta, il pignoramento della lavatrice e i parenti che si girano dall’altra parte quando lo incrociano al supermercato. Ma se a farlo è il Sol Levante, allora non si chiama bancarotta ma politica monetaria.
L’ultimo bollettino diramato dal ministero delle Finanze nipponico lancia il nuovo allarme. Alla fine di giugno, la montagna del debito pubblico giapponese ha toccato la strabiliante cifra record di 1.346.683,3 miliardi di yen. Per noi fa la bellezza di circa 7.327,3 miliardi di euro. Per dare una dimensione basti pensare che sulla base di una popolazione stimata in 122,93 milioni di abitanti, ogni singolo cittadino – dal centenario di Okinawa al neonato in una clinica di Kyoto – si ritrova sulle spalle uno zaino di pietre del valore di 10,95 milioni di yen. Circa 59.579 euro a testa. Altro che il libretto di risparmio regalato dai nonni per il battesimo. In Giappone si nasce già con un mutuo sulla schiena, ma senza avere la casa.
La macchina statale di Tokyo viaggia da decenni su un binario unico: la spesa pubblica corre come un treno a levitazione magnetica, mentre le entrate fiscali camminano al passo stanco di un pensionato. Nello specchio dei mercati, solo negli ultimi tre mesi analizzati dal ministero, il debito è cresciuto di altri 2.840,7 miliardi di yen (15,5 miliardi di euro). La spiegazione ufficiale è un capolavoro di burocratismo: «Il continuo ricorso all’indebitamento per gestire le finanze». Come dire, continuiamo a fare debiti per pagare i debiti vecchi. Il debito pubblico totale del Giappone equivale oggi al 222,6% del Pil.
Il debito giapponese è una bomba per i mercati
Facciamo un piccolo gioco delle proporzioni. L’Italia, storicamente considerata la pecora nera d’Europa, viaggia intorno al 138%. Gli Stati Uniti, che pure stampano dollari come se non ci fosse un domani per finanziare il loro deficit si fermano al 122%. Con la spesa dei bilanci supplementari già approvati, gli analisti prevedono che alla fine dell’anno fiscale 2026 il debito complessivo del Giappone schizzerà al 246,7% del Pil. Fino a qui, dirà il lettore europeo, la questione riguarda gli abitanti del Sol Levante. Errore. Perché, nel grande condominio della finanza globale, i muri sono sottili come fogli di carta velina. Se crolla il soffitto a Tokyo, si allaga il salotto a Milano e salta la corrente a Parigi.
Se lo yen dovesse scivolare in una crisi di fiducia, l’intero assetto geopolitico ed economico dell’Asia salterebbe in aria. A quel punto, la Federal reserve americana non potrebbe permettersi il lusso di stare a guardare. Kevin Warsh deve indossare l’elmetto da pompiere e intervenire. Ma qui scatta il paradosso perfetto.
La Fed pronta a scendere in campo per lo yen
Per difendere lo yen, occorre comprarlo in massa sui mercati internazionali. Ma con cosa lo compri? Se la Fed usasse i propri dollari per fare incetta di valuta giapponese, finirebbe per indebolire il biglietto verde. A Washington possono rinunciare a tutto, tranne che all’egemonia del dollaro come valuta rifugio globale.
Il conto del salvataggio rischia di finire in Europa
La soluzione ideata dai banchieri americani è tanto cinica quanto geniale: usare il portafoglio degli altri. Cioè quello dell’Europa.
I primi segnali di questa manovra sotterranea si vedono già sui monitor delle sale trading. Mentre il cambio dollaro-yen resta inchiodato sulla parità a 159,2 (segno che lo scudo americano sul Giappone sta funzionando), la moneta unica europea scivola a 183,75 contro lo yen. Non è un caso, è una precisa strategia geopolitica. La Fed sta immettendo sul mercato massicce dosi di euro per fare spazio allo yen. È la dura e immutabile legge del Far West valutario: quando i due sceriffi dell’asse transpacifico Washington e Tokyo iniziano a tremare, c’è sempre un terzo ospite destinato a pagare il conto della cena.
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