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Un soldato Houthi monta la guardia nei pressi dell'aeroporto di Sana'a in un clima di crescente tensione (Ansa)

La tensione tra Stati Uniti e Iran torna a salire proprio mentre la diplomazia regionale cerca di costruire un’intesa capace di evitare una nuova escalation.

Nelle prime ore di ieri le forze americane hanno sparato contro una nave battente bandiera panamense che avrebbe tentato di superare il blocco imposto da Washington ai porti iraniani.

Secondo un funzionario statunitense citato dal Wall Street Journal, un elicottero militare ha aperto il fuoco contro il timone dell’imbarcazione dopo che l’equipaggio non aveva risposto agli avvertimenti. Non risultano vittime. Quasi contemporaneamente un altro episodio ha aggravato la situazione lungo una delle principali rotte commerciali mondiali. Gli Huthi hanno colpito una nave nello stretto di Bab El Mandeb provocando quattro morti.

Il ministero dei Trasporti del governo yemenita riconosciuto internazionalmente ha riferito che le vittime sono tre cittadini pakistani e un indonesiano. Contro il mercantile yemenita sarebbero stati lanciati tre missili balistici. Un altro ordigno avrebbe, poi, preso di mira le squadre intervenute per prestare soccorso, ferendo un operatore yemenita. Il doppio fronte di Hormuz e Bab El Mandeb conferma quanto la crisi stia mettendo sotto pressione le arterie fondamentali del commercio energetico.

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Il traffico a Hormuz crolla

I dati elaborati da Kpler mostrano un drastico calo del traffico nello Stretto di Hormuz: ieri sono transitate appena sei navi, contro una media di circa undici nei dieci giorni precedenti. Quattro mercantili, comprese due petroliere vuote, sono entrati nello stretto e soltanto due ne sono usciti. Prima della guerra i passaggi giornalieri erano normalmente tra 130 e 140. Più stabile Bab El Mandeb, attraversato ieri da 25 imbarcazioni, sostanzialmente in linea con la media recente.

Teheran continua intanto ad accompagnare i negoziati con minacce dirette agli Stati Uniti. Hossein Mohebi, portavoce delle Guardie rivoluzionarie, ha sostenuto che l’Iran sarebbe riuscito a trasferire parte dei costi della guerra sugli interessi americani e dei loro alleati. Infrastrutture energetiche, centrali elettriche e sistemi collegati alle reti digitali sarebbero potenzialmente esposti alla risposta iraniana.

Mohebi ha inoltre avvertito che qualsiasi nuova minaccia proveniente da Washington riceverà una contromossa sfruttando i punti strategici del traffico energetico controllati dall’Iran, a cominciare dallo Stretto di Hormuz.

Washington e Teheran cercano un’intesa

Nonostante il clima, sul terreno diplomatico emergono segnali di possibile distensione. Il ministro della Difesa pakistano, Khawaja Asif, ha dichiarato a Bloomberg che Washington e Teheran sarebbero ormai vicine a «una sorta di accordo». A suo giudizio, gli sviluppi degli ultimi giorni mostrerebbero un ritorno verso una possibile intesa.

Anche il Qatar segnala progressi: i colloqui tra Oman e Iran sul futuro della navigazione attraverso Hormuz sarebbero entrati in una fase avanzata ma qui va registrata la posizione di Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano, che accusa gli Stati Uniti di alimentare l’instabilità nel Golfo e avverte che lo Stretto di Hormuz resterà chiuso finché Washington non accetterà le condizioni di Teheran.

Tra le richieste iraniane figurano la fine della guerra, lo sblocco dei fondi congelati e la cessazione dei conflitti regionali, compresi quelli in Libano e Gaza. Un eventuale accordo con l’Oman sul transito nello Stretto, precisa Rezaei, sarebbe separato dalla questione della sua riapertura.

Da Abu Dhabi, Anwar Gargash, consigliere diplomatico del presidente degli Emirati Arabi Uniti, ha avvertito che il Medio Oriente non può continuare indefinitamente in una condizione sospesa tra guerra e pace. La stabilità, ha sottolineato, dovrà fondarsi sul rispetto della sovranità, sul diritto internazionale e su regole condivise. Berlino ha, invece, chiesto direttamente a Teheran di partecipare in maniera costruttiva ai negoziati. Dopo un colloquio con Abbas Araghchi, il ministro degli Esteri tedesco, Johann Wadephul, ha sollecitato la riapertura senza condizioni di Hormuz e il ripristino della libertà di navigazione.

A rendere ancora più complesso il negoziato è intervenuto Donald Trump. Su Truth il presidente americano ha reagito alla richiesta iraniana di ottenere compensazioni per i danni provocati durante cinque mesi di guerra sostenendo che anche Washington presenterà il proprio conto. Trump ha ordinato ai suoi rappresentanti di inserire la questione dei risarcimenti nei prossimi colloqui, chiamando Teheran a rispondere delle vittime americane attribuite alle attività iraniane e delle conseguenze dell’azione della Repubblica islamica e dei suoi alleati in Libano, Siria, Yemen e Gaza.

Trump punta sulla pressione economica

Trump ha rivendicato la strategia di pressione economica sulla Repubblica islamica. In un’intervista a Real America’s Voice si è definito provocatoriamente «il loro banchiere», sostenendo che l’Iran avrebbe un’inflazione vicina al 300%, una moneta ormai priva di valore e difficoltà nel pagare i soldati. Secondo il presidente americano, Washington non deve allentare la pressione: il deterioramento dell’economia potrebbe costringere Teheran a cedere al tavolo negoziale.

Teheran, però, si prepara anche allo scenario opposto. La Guida suprema Mojtaba Khamenei (o chi per lui) ha chiesto alle forze armate e ai Basij di aumentare la prontezza militare. Intanto Oman, Qatar e Pakistan lavorano comunque ad un’intesa tra Washington e Teheran, ma minacce e incidenti mantengono alto il rischio di escalation.

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