Il commissario europeo al Commercio Maroš Šefčovič ha incontrato lunedì a Bruxelles il ministro del commercio cinese Wang Wentao per discutere del deficit europeo di 360 miliardi di euro con la Cina. «Il divario si sta ampliando, le esportazioni cinesi verso l’Ue continuano ad aumentare, mentre la nostra quota di mercato in Cina continua a diminuire, e questa tendenza non è sostenibile», ha detto il commissario.
Le trattative non cominciano benissimo, dato che Pechino ha fatto sapere preliminarmente che la Cina non avrebbe problemi se l’Ue raffreddasse i rapporti commerciali con la Cina: «Siamo in grado di reggere una situazione in cui le relazioni economiche e commerciali Cina-Ue peggiorino o arrivino persino al punto di congelamento», ha fatto sapere la TV di stato cinese.
Al termine dell’incontro di lunedì, comunque, i due funzionari hanno lanciato il Trade and Investment Consultations, un forum dove affrontare i problemi del commercio bilaterale, ed anche un meccanismo di monitoraggio del surplus cinese. Cioè Ue e Cina hanno stabilito di continuare a parlarsi, nulla più.
L’impressione però è che il mandato negoziale di Šefčovič sia piuttosto zoppo, o almeno deboluccio. L’Ue, infatti, è spaccata in due, con paesi come Italia e Francia che spingono per proteggere l’industria europea dall’assalto cinese con una linea dura. Mentre la Germania, la cui economia è strettamente intrecciata con quella cinese, prosegue con il suo atteggiamento ambiguo. Berlino non vuole dazi sulla Cina che vadano oltre quel minimo che consenta di dire che qualcosa si è fatto. Il governo di Friedrich Merz è impegnato a indebolire anche le regole «made in Europe» in discussione a Bruxelles, che la Commissione vorrebbe imporre in alcuni settori, tra cui l’automobile.
Il punto però è che vi è una contraddizione di fondo tra la missione stessa dell’Ue, cioè campare di domanda estera comprimendo il mercato interno alla ricerca di una competitività sui mercati mondiali, e la necessità di contrastare il surplus cinese per non vedersi sottrarre base produttiva. La Cina in fondo sta replicando il modello tedesco di forti esportazioni e contenimento della domanda interna, solo che lo fa su scala molto più vasta e con maggiore efficienza. Ora l’Ue si accorge che chi di surplus ferisce di surplus (altrui) perisce.
Intanto, persino il premio Nobel per l’economia Paul Krugman, fiero avversario di Donald Trump, in questi giorni ha dovuto riconoscere in una intervista che i dazi europei sulle auto cinesi alla fine saranno necessari, se l’Europa vuole evitare che la propria industria dell’automobile sia spazzata via.
Come ha detto l’economista Michael Pettis, la drammatica sottovalutazione del rischio rappresentato dagli squilibri commerciali ha portato a peggiorarlo, comprimendo la domanda interna e spingendo per le competitività sui mercati esteri. Ciò che Mario Draghi chiedeva con il suo rapporto sulla competitività, insomma, cioè la lotta per la competitività a tutti i costi, in realtà deprime la crescita globale.
In un sistema che premia gli squilibri macroeconomici come gli enormi surplus commerciali, tutti i Paesi sono sotto pressione per reprimere la crescita salariale e mantenere l’occupazione manifatturiera, ma il vincitore è quello che riesce a farlo nel modo più efficace, cioè oggi la Cina.
Come ha notato l’analista Brad Setser, finché esportare dalla Cina sarà più vantaggioso che produrre in Europa, gli industriali europei avranno ogni motivo per utilizzare le loro fabbriche cinesi per esportare a loro volta in Europa. La perdita di posti di lavoro in Europa (vedi i 100.000 licenziamenti di Volkswagen) sarà travolgente se non si affronta il tema degli squilibri commerciali e dei surplus eccessivi. Ma, dice Pettis, la vera soluzione non è un’alleanza globale contro la Cina a base di dazi, bensì la fine della pressione al ribasso sulla crescita salariale e sul reddito delle famiglie.
Intanto, per non sbagliare, l’Ue tassa i soliti noti. Inizia oggi ad essere applicato, infatti, un dazio di tre euro sui pacchi di valore inferiore a 150 euro in arrivo da Paesi al di fuori dell’Ue. Termina la cosiddetta esenzione de minimis sull’import di basso valore, per cui si pagheranno 3 euro per ogni articolo contenuto nel pacchetto spedito a casa. La tassa si applica sui codici merceologici dei beni e non sul singolo pacco, per cui, ordinando tre articoli con codici diversi si pagheranno 9 euro di tassa. Ad essere colpiti saranno soprattutto i clienti delle piattaforme cinesi a basso prezzo come Temu e Shein, ma non solo. La Commissione europea ha stimato che nel 2025 sono arrivati in Europa 5,9 miliardi di articoli da paesi extra-Ue, pari a 16 milioni di pacchi al giorno (il 97% dalla Cina). Il balzello non provocherà alcun danno ai commerci di Pechino mentre inciderà sulla spesa delle famiglie, già tartassate da tasse e sovratasse. L’Iva, poi, si calcolerà sul valore della merce aumentato della tassa. Secondo alcuni calcoli, il dazio costerà l’incredibile cifra di 17 miliardi all’anno alle famiglie europee. Un salasso che non fermerà l’invasione di merci cinesi a basso costo e servirà soltanto a impoverire le famiglie, da una parte, e a finanziare le follie regolatorie dell’Unione europea dall’altra.
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