I mercati finanziari possiedono una dote: sanno pesare le ambizioni senza farsi distrarre dal rumore di fondo. Alle indiscrezioni secondo cui Luigi Lovaglio, amministratore delegato di Mps, ha tentato di riaprire il dialogo con il Banco Bpm, la risposta di Piazza Affari non è stata un’ovazione e nemmeno una protesta. È stata un’alzata di spalle.

Il tentativo di scompaginare le carte sul tavolo della grande Opas arrivata a 35 miliardi lanciata da Intesa Sanpaolo si è scontrato con lo scetticismo degli investitori. Per imbastire un blitz capace di far saltare un banco di queste dimensioni, serve una forza d’urto che l’istituto senese non può dispiegare.

Il movimento vero si è registrato altrove, a dimostrazione di dove il mercato intraveda il reale valore della partita: Intesa Sanpaolo ha guadagnato il 2,87%, consolidando la propria posizione di forza; Banco Bpm è salito del 2,38%, spinto dall’appeal speculativo della contesa. Unicredit ha messo a segno un progresso identico a quello di Intesa (+2,87%).

Proprio il balzo della banca guidata da Andrea Orcel offre la chiave di lettura più interessante. Nelle sale operative, il movimento di Unicredit viene interpretato come il segnale di un sornione, ma concreto, ritorno di interesse sul Banco Bpm.

Perché il mercato non crede all’offerta di Mps

Ma quali sono i veri scogli che rendono l’iniziativa di Mps su Milano una missione ai limiti dell’impossibile? Il primo, probabilmente il più invalicabile, si trova sull’asse Parigi-Milano e ha il volto del Crédit Agricole. Con una quota blindata al 29,3% del capitale, la Banque Verte è oggi il socio di riferimento assoluto di Banco Bpm. E da Oltralpe la scorsa settimana è arrivato un altolà che non ammette repliche.

Olivier Gavalda, amministratore delegato dei francesi, ha affidato alle colonne del Financial Times una bocciatura diplomatica ma netta dell’ipotesi di fusione tra Mps e la banca guidata da Giuseppe Castagna, manifestando l’ostilità per una fuga in avanti non concordata. Per Crédit Agricole ogni operazione straordinaria deve basarsi su criteri rigorosi: interesse strategico, minimizzazione dei rischi di esecuzione e capacità di generare valore. Requisiti che, a detta dei vertici francesi, un’unione con Siena non sembra possedere. Nei piani di Parigi, semmai, l’opzione preferibile resta un’aggregazione tra il Banco e la propria controllata italiana.

A complicare la navigazione di Lovaglio non sono però solo le correnti esterne. Le resistenze più insidiose albergano proprio all’interno delle mura amiche. Il consiglio di amministrazione di Mps si scopre diviso: quattro consiglieri hanno formalizzato le proprie critiche al metodo seguito nelle operazioni straordinarie. Inoltre, un azionista del calibro di Francesco Gaetano Caltagirone si è espresso contro l’integrazione con Banco Bpm. Muoversi su uno scacchiere così instabile senza il pieno controllo della propria truppa riduce lo spazio di manovra di Lovaglio.

Esiste poi un ostacolo tecnico che congela le ambizioni senesi: la cosiddetta passivity rule. Con l’offerta di Intesa Sanpaolo pendente, la legge impedisce a Mps di assumere qualsiasi iniziativa che possa ostacolarne il successo, a meno di una preventiva e complessa autorizzazione da parte dell’assemblea straordinaria.

La strategia di Lovaglio si trova così sospesa a un triplo filo teso: dovrebbe incassare l’apertura del Crédit Agricole, ricomporre la fronda nel proprio consiglio e ottenere il via libera dei soci. Senza la contemporanea quadratura di questi tre elementi, il progetto Mps-Banco Bpm rischia di ridursi a una mera arma di distrazione di massa.

L’Opas di Intesa resta il vero baricentro del risiko bancario

Mentre il mercato liquida come poco probabile l’opzione senese, gli analisti preferiscono concentrarsi sulla nascita della nuova Intesa Sanpaolo a valle dell’Opas.

I dati pro forma al 31 dicembre scorso descrivono la nascita di un autentico gigante del credito europeo. 1.192 miliardi di euro di attività complessive (rispetto ai 960 miliardi della sola Intesa da sola); 645 miliardi di crediti verso la clientela. 587 miliardi di raccolta diretta.

Dimensioni che proietterebbero l’istituto italiano direttamente nell’olimpo dei big continentali, al livello di Ing e a ridosso di colossi come Bnp Paribas, Santander e lo stesso Crédit Agricole. Una rete commerciale da 27 milioni di clienti complessivi e una leadership indiscussa nel wealth management, forte di 988 miliardi di raccolta indiretta (di cui 649 nel risparmio gestito).

L’operazione ridisegnerà anche i pesi azionari della banca, vedendo l’ingresso dei grandi soci di Mps e Bpm (Delfin al 3,8%, Caltagirone al 3%, il Mef all’1% e Bpm allo 0,8%), sotto la regia dei grandi fondi internazionali guidati da BlackRock (5,4%). È questo il baricentro su cui si sposterà la finanza italiana. Un baricentro di fronte al quale i tentativi di blitz estivi, per quanto suggestivi, faticano a trovare spazio.

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