Taranto si prepara a una possibile emergenza occupazionale senza precedenti. La Corte d’Appello di Milano ha ordinato la sospensione dell’area a caldo dell’ex Ilva entro 90 giorni, mettendo a rischio migliaia di posti di lavoro e il futuro dell’intero stabilimento. Il governo Meloni prende atto della decisione e conferma altri 100 milioni di euro per garantire la continuità dell’azienda, ma il finanziamento dell’esecutivo sarà ormai concentrato soprattutto sulle attività a freddo e sul completamento della procedura di cessione.
«Le sentenze sono sentenze, valgono per tutti», ha riconosciuto il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti al termine del consiglio dei ministri. Il provvedimento, ha aggiunto, è «assolutamente chiaro» nell’ordinare la chiusura dell’area a caldo e «stravolge completamente» una fase di cessione ormai avanzata e prossima alla definizione con la controparte. Antonio Gozzi, presidente di Federacciai, attacca invece duramente i giudici, parlando dell’«apoteosi di un approccio giudiziario che ignora la realtà industriale» e di una «clamorosa ingiustizia» destinata a colpire migliaia di lavoratori, le loro famiglie e l’intera filiera siderurgica italiana. Federmeccanica avverte che ridurre Taranto alle sole lavorazioni a freddo «potrebbe decretare la morte dello stabilimento», favorendo i concorrenti stranieri, e chiede al governo un intervento straordinario per salvare il sito.
La decisione, infatti, arriva alla vigilia dell’annuncio dell’accordo con Jindal Steel International (per il ministro Adolfo Urso un «primario operatore su scala globale») che avrebbe dovuto rilevare l’intero complesso. Ora la trattativa rischia di saltare: la rimozione integrale dell’amianto dai cowper viene considerata dall’industria tecnicamente incompatibile con il mantenimento in funzione degli altoforni. L’impugnazione appare quindi l’unica strada immediata, ma anche un eventuale ricorso potrebbe soltanto rinviare il problema. Dopo dieci anni di cassa integrazione, lo stop definitivo dell’area a caldo rischia di trasformare gli ammortizzatori sociali in oltre 5.000. L’effetto concreto del decreto, pur adottato a tutela della salute, potrebbe così essere la chiusura «giudiziaria» del cuore produttivo dell’ex Ilva e l’apertura della più grave crisi occupazionale mai vissuta da Taranto. Non a caso ieri l’Usb (Unione sindacale di base) ha iniziato a chiedere tutele straordinarie e un «reddito di transizione» per dipendenti diretti e indotto.
Di fondo è un nuovo fronte di tensione tra magistratura e governo. La Corte blocca il cuore produttivo dell’ex Ilva proprio mentre l’esecutivo preparava la cessione dell’intero complesso e stanziava altre risorse per mantenerlo operativo. Il senatore di Fratelli d’Italia Matteo Gelmetti parla di «giustizia a orologeria» e accusa la magistratura di aver colpito l’ultima possibilità di rilancio dell’ex Ilva, sacrificando migliaia di lavoratori e il futuro della siderurgia italiana.
A disporre la sospensione è stata la Sezione specializzata in materia di impresa della Corte d’Appello di Milano, con un decreto firmato dalla presidente Marianna Galioto (consiglieri Rossella Milone e Cristina Ravera). I giudici hanno accolto il reclamo di alcuni cittadini tarantini, legati all’associazione Genitori tarantini e assistiti dagli avvocati Ascanio Amenduni e Maurizio Rizzo Striano, contro Ilva, Acciaierie d’Italia e Acciaierie d’Italia Holding, tutte in amministrazione straordinaria.
I 90 giorni decorreranno dalla comunicazione del decreto e serviranno a fermare in sicurezza gli impianti. Ma il dispositivo è netto: alle condizioni attuali l’area a caldo non può continuare a produrre.
La ripartenza sarà possibile soltanto dopo la rimozione integrale dell’amianto ancora presente negli impianti e l’adozione di misure capaci di ricondurre le emissioni di PM10 e PM2,5 entro limiti di sicurezza. I livelli dovranno essere calcolati sullo scenario produttivo autorizzato di sei milioni di tonnellate di acciaio all’anno.
Il procedimento era stato promosso da alcuni cittadini per eliminare il rischio sanitario. Già a febbraio il Tribunale di Milano aveva disposto lo stop dell’area a caldo, lasciando però aperta la possibilità di evitarlo con un’integrazione dell’Aia (Autorizzazione integrata ambientale) 2025. La Corte d’Appello ha scelto una linea più rigida: non bastano nuovi piani, servono interventi concreti. Il nodo principale riguarda l’amianto nei cowper degli altoforni, che poteva restare fino alla fine della vita degli impianti. Sulle polveri sottili, i giudici affermano che «è dimostrato il legame tra PM10 e aumento di malattie e mortalità» e richiamano un «rischio sanitario residuo non accettabile» nello scenario produttivo da sei milioni di tonnellate. Le valutazioni sanitarie hanno registrato eccessi di mortalità e ricoveri nei quartieri vicini allo stabilimento anche con valori inferiori alle soglie di legge e con una produzione molto più bassa dei sei milioni di tonnellate autorizzati.
«L’area a caldo è definitivamente chiusa», sostiene l’avvocato Rizzo Striano, secondo cui anche un eventuale nuovo decreto potrebbe essere disapplicato perché la decisione si fonda sulla sentenza della Corte di giustizia europea.
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