del vecchio apollo
Leonardo Maria Del Vecchio (Ansa)

Mettere d’accordo otto eredi seduti intorno al tavolo di una cassaforte da miliardi è un’impresa che farebbe perdere la pazienza anche al più scafato dei mediatori. Deve averla pensata esattamente così Leonardo Maria Del Vecchio, l’impaziente quartogenito della dinastia, che per risolvere i fastidiosi dissidi condominiali con i fratelli ha alzato il telefono per chiamare direttamente Wall Street per chiedere un finanziamento di 11 miliardi.

Secondo quanto rivelato dal Messaggero, il rampante erede ha trovato un alleato d’eccezione nel colosso americano del private equity Apollo Global Management. Un nome che evoca divinità greche e splendore artistico, anche se nel mondo degli affari è noto per muoversi con il passo felpato e il piglio deciso.

Chissà se avrebbe apprezzato una iniziativa del genere il vecchio Leonardo, che ha costruito un impero mondiale mattone su mattone con proverbiale sobrietà, e culto sacrale del risparmio, vedere uno degli eredi che si lancia nella finanza americana, contraendo un debito da undici miliardi non faceva parte della sua storia. L’operazione, prevede una prima, succulenta tranche di finanziamento da ben 1,1 miliardi di euro. A cosa serve tutta questa montagna di denaro fresco? Una parte per rifinanziare le esposizioni personali che il giovane Del Vecchio ha accumulato in questo anni. Il resto a garantirgli una robusta dose di liquidità. Ma il vero capolavoro deve ancora venire. Apollo, comportandosi da partner incredibilmente premuroso, si sarebbe detto pronto a estendere l’impegno creditizio di altri dieci miliardi di euro. L’obiettivo? Fornire tutte le munizioni pesanti necessarie per salutare i fratelli Luca e Paola, liquidandoli una volta per tutte e offrendo loro un’elegantissima via d’uscita dall’intricato labirinto delle otto quote paritetiche. D’altronde, si sa, l’affetto fraterno ha un prezzo preciso, e in casa Del Vecchio si misura in 5,5 miliardi per le quote di ognuno dei fratelli.

Fin qui, sembrerebbe la classica mossa da manuale della finanza. Se non fosse per un sanguinoso dettaglio: il prezzo del biglietto. Il generoso prestito di Apollo è regolato a un tasso d’interesse che si aggira intorno all’8%. Una cifra che, di questi tempi, definire semplicemente «importante» è un eufemismo. Sul mercato ordinario, le aziende di grandi dimensioni si finanziano con assoluta tranquillità a tassi che oscillano tra il 3% e il 4%. Pagare l’8% significa accettare consapevolmente un costo quasi doppio rispetto ai saldi della finanza tradizionale.

Un tasso che ha il profumo della fretta. Un disperato «tasso di fidanzamento» concesso a chi vuole chiudere la partita in tempi brevi. Soprattutto dimostra una certa carenza di garanzie. Si dirà che il rischio si paga caro, che i fondi americani non sono organizzazioni dedite alla beneficenza e che muovere miliardi di euro per chiudere un contenzioso familiare che dura da anni non è come andare allo sportello sotto casa a chiedere un mutuo per la prima casa. Resta il fatto inoppugnabile che l’operazione ha un costo molto elevato per il giovane Leonardo Maria. Il quale, pur di ridisegnare la governance della cassaforte, chiudere la partita e apporre la sua firma esclusiva sui destini futuri di colossi del calibro di EssilorLuxottica, Mediobanca, Generali e Unicredit, ha deciso che non era proprio il caso di badare a spese. Resta adesso da vedere se il resto della numerosa dinastia assisterà in silenzio a questa sfilata di miliardi nei corridoi della holding lussemburghese, o se l’affollato e litigioso condominio dei Del Vecchio riserverà agli spettatori qualche altro clamoroso colpo di scena a base di carta bollata e colpi bassi. Un copione purtroppo che nelle grandi dinastie comincia a diventare frequente.

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