La festa è rumorosa. I grafici sembrano rampe di lancio. Piazza Affari macina record uno dopo l’altro. Dall’inizio dell’anno ha guadagnato circa il 15%. È arrivato oltre 55 mila punti riscrivendo il libro dei primati. La capitalizzazione complessiva ha sfondato i 1.209 miliardi. Tutto sembra funzionare. Ma non è esattamente così come spiega Chiara Mosca che ieri ha segnato un doppio primato: è la prima donna a tenere la relazione annuale della Consob ed è anche la prima vice presidente a farlo visto che Paolo Savona non è stato ancora sostituito. Il ministro Giancarlo Giorgetti assicura che se ne occuperà in settimana.
Il testo della Commissione parla per numeri e tabelle. Il senso è questo: Borsa italiana assomiglia a un grande albergo con sempre meno clienti. Gli indici salgono, le società quotate scendono. Alla fine del 2025 le società presenti sul mercato principale erano scese sotto quota 200 (199 per l’esattezza). Nel 2005 erano 300. È come osservare una grande piazza cittadina. Da anni il mercato italiano perde pezzi e l’anno scorso il processo ha accelerato. Sul mercato principale zero nuove quotazioni. In compenso sono arrivate undici uscite. Alcune di gran peso. In molti casi anche con iniziative ostili legate al risiko bancario.
Le offerte pubbliche si sono moltiplicate . Il controvalore è balzato da circa 4 miliardi a quasi 18 miliardi di euro. Un incremento del 350%. Più di quindici miliardi arrivano soltanto da tre grandi partite. Il Monte dei Paschi ha lanciato l’assalto a Mediobanca. Bper ha messo nel mirino la Banca Popolare di Sondrio. Banca Ifis ha conquistato Illimity. Tre operazioni che da sole spiegano come il risiko bancario stia ridisegnando il panorama finanziario. Ma la grande fuga dal listino racconta anche un’altra storia. Per molte imprese restare quotate è diventato meno conveniente che uscire. Tra obblighi regolamentari, costi di permanenza e valutazioni considerate troppo basse, la Borsa rischia di trasformarsi da trampolino di lancio in una zavorra. Il vero nodo è proprio questo. Le società italiane, troppo spesso, ritengono di valere più di quanto il mercato sia disposto a riconoscere. E quando un investitore industriale, un fondo di private equity oppure un concorrente offre un premio significativo rispetto alle quotazioni, molti azionisti non ci pensano due volte. Il confronto con Wall Street rende il quadro ancora più evidente.
Negli Stati Uniti il mercato azionario non è solo più grande. È soprattutto più profondo e più generoso nelle valutazioni. Le imprese innovative trovano capitali abbondanti, investitori specializzati e multipli che in Europa sembrano fantascienza. L’esempio di Bending Spoons è emblematico. Una delle realtà digitali italiane di maggior successo non ha guardato Piazza Affari. Il richiamo di Wall Street è troppo forte. Oltreoceano non si compra soltanto un titolo. Si compra una storia. E le storie, quando convincono, vengono pagate molto di più. L’Italia non è un’eccezione.
È parte di una malattia europea. Negli ultimi dieci anni il numero delle società quotate è diminuito del 30% sia in Italia sia nel Regno Unito. La Francia ha fatto persino peggio, perdendo il 46% delle aziende quotate. La distanza emerge con maggiore evidenza osservando il rapporto tra capitalizzazione e Prodotto interno lordo. Piazza Affari vale il 51% del Pil dopo il rally di quest’anno. La media europea arriva al 71%. Gli Stati Uniti viaggiano su un impressionante 222%. Un altro pianeta. In questo scenario l’unico cantiere che mostra un po’ di movimento è l’Euronext Growth Milan, il mercato dedicato alle piccole e medie imprese. Le matricole non mancano e il numero complessivo delle quotate è salito a 212. Sembra una buona notizia. Almeno fino a quando non si guarda il listino.
Le società dell’Egm nell’insieme valgono dieci miliardi. Più o meno la capitalizzazione di una sola azienda medio-grande del listino principale. Ancora più impressionante è il dato sulla liquidità. Ogni titolo scambia mediamente appena 57 mila euro al giorno. Sommando tutte le società si arriva a tre o quattro milioni di euro quotidiani. Troppo poco per attrarre investimenti veri. Solo trading. Da questo piccolo vivaio comunque arriva uno dei rarissimi segnali positivi. Kruso Kapital ha compiuto il salto al mercato principale dove, peraltro, oggi debutta Gens Aurea. La prima vera Ipo sul listino maggiore dopo il digiuno.
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