L’Opa di Vecchioni e Dompè su BF conquista oltre l’88% del capitale
Federico Vecchioni

L’Opa su Bf è andata in porto. E, soprattutto, è riuscita esattamente come era stata progettata. A lanciarla erano stati i due principali azionisti: la Axum che fa capo a Federico Vecchioni (presidente e amministratore delegato del gruppo) e la cassaforte dell’industriale farmaceutico Sergio Dompè. I promotori non cercavano un colpo di teatro né volevano staccare la spina a Piazza Affari. Puntavano invece a rafforzare il controllo di BF senza privarla del mercato. Missione compiuta. I due soci di riferimento partivano già da una posizione di forza, con una partecipazione vicina al 49% del capitale. L’offerta pubblica di acquisto ha aggiunto un altro 38,9%, portando la quota complessiva all’88%. L’investimento complessivo è stato di circa 509 milioni considerando che ogni azione verrà pagata 5 euro. Un risultato che consegna una maggioranza granitica e, allo stesso tempo, lascia la società sul listino. È questo il vero messaggio dell’operazione: consolidare il comando senza rinunciare ai vantaggi della quotazione. Del resto, fin dall’inizio la strategia era stata dichiarata con chiarezza. L’Opa non nasceva per cancellare BF dalla Borsa, ma per darle un assetto proprietario stabile. L’obiettivo era blindare la governance attraverso un patto parasociale, mettere al riparo il gruppo dalle turbolenze del mercato e garantire la continuità necessaria per sostenere investimenti che richiedono anni, non trimestri.

La scelta è controcorrente. In un mercato dove molte offerte pubbliche finiscono per accompagnare le società verso il delisting, BF percorre la strada opposta. Restare quotata significa conservare visibilità internazionale, mantenere aperto il canale dei capitali e offrire agli investitori un titolo che continua a essere negoziabile. Non solo. Gli offerenti avevano già chiarito che, anche nell’ipotesi di un superamento del 90% del capitale, avrebbero comunque ricostituito un flottante sufficiente a garantire la permanenza sul mercato.
Anche le condizioni economiche dell’offerta hanno contribuito al successo. Il corrispettivo di 5 euro per azione, interamente in contanti, incorporava un premio del 13,8% rispetto alle quotazioni precedenti all’annuncio dell’operazione. Un incentivo sufficiente per convincere una parte significativa degli azionisti ad aderire, senza trasformare l’Opa in una costosa corsa all’ultimo titolo. L’esborso massimo previsto sfiorava i 666 milioni di euro, ma il risultato finale dimostra che il rapporto tra prezzo e obiettivo era stato calibrato con precisione. Dietro questa operazione c’è anche la trasformazione di BF negli ultimi anni. Sotto la guida di Federico Vecchioni il gruppo ha cambiato pelle, passando da realtà agricola a principale polo agroindustriale italiano.

Oggi controlla una filiera integrata che va dalla ricerca genetica sulle sementi alla produzione, dalla trasformazione industriale fino al prodotto finito. Gestisce oltre 5.500 ettari di terreni, ha accelerato l’espansione internazionale con BF International e ha rafforzato il comparto zootecnico con l’acquisizione di Fratelli Martini per 220 milioni di euro. I numeri raccontano meglio di qualsiasi slogan la portata della crescita: dai 45 milioni di ricavi del 2017 il gruppo è arrivato a superare 1,3 miliardi di fatturato. Il prossimo traguardo è quota 2 miliardi entro il 2027. Con l’Opa appena conclusa, BF si presenta a questo appuntamento con una governance molto più solida, un azionariato stabile e la convinzione che la Borsa non sia un vincolo, ma uno strumento da utilizzare per continuare a crescere.

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