Le assemblee di Delfin, la cassaforte di casa Del Vecchio ormai sembra il set di una serie Netflix che continua a essere rinnovata stagione dopo stagione. Ieri la nuova puntata. Leonardo Maria, quarto figlio del fondatore di Luxottica e l’unico ad avere un incarico operativo nel gruppo, dove guida Ray-Ban, ha deciso di non presentarsi. Non un contrattempo dell’ultimo minuto, ma una scelta accompagnata da una lettera non certo diplomatica. Parla di «criticità irrisolte» e descrive una governance che, a suo giudizio ha perso la bussola.
In altre parole, non è mancato all’assemblea. Ha deciso di far sapere a tutti perché non voleva sedersi a quel tavolo. Gli altri sette eredi hanno tirato dritto segnandone l’isolamento definitivo. Il bilancio è stato approvato senza problemi. Del resto Delfin continua a funzionare come uno sportello Bancomat con il turbo. Nel 2025 ha archiviato un utile di circa 1,5 miliardi, alimentato da oltre 1,2 miliardi di dividendi provenienti dalle partecipazioni. Il 32,4% di EssilorLuxottica continua a essere il motore principale, mentre Covivio, Monte dei Paschi, Generali e Unicredit completano un portafoglio che farebbe invidia a molti gestori. L’impero costruito da Leonardo Del Vecchio continua a stampare ricchezza con impressionante regolarità. I figli sono incapaci di decidere chi debba tenere le chiavi della cassaforte. L’assemblea ha riservato un’altra delusione a Leonardo Maria. È stata respinta la candidatura di Marco Talarico, ex amministratore delegato della sua Lmdv Capital, al collegio dei revisori. Sono passati invece Lara Forte e Fabio Scoyni. Anche qui il messaggio è arrivato forte e chiaro: l’operazione con cui Leonardo Maria puntava a riequilibrare gli assetti della holding non piace. Da mesi cerca di acquistare le quote dei fratelli Luca e Paola Del Vecchio, pari al 25% del capitale di Delfin. Un’operazione da circa dieci miliardi di euro finanziata dalle banche che gli consentirebbe di salire al 37,5% della holding e diventare il punto di riferimento del gruppo familiare. Sulla carta il progetto è lineare. Nella realtà una corsa a ostacoli. Per ottenere il finanziamento era necessaria una lettera di garanzia della holding. Il consiglio di amministrazione non l’ha concessa. Da quel momento la trattativa si è impantanata fra pareri legali, richieste di chiarimenti, scambi di lettere, diffide e interpretazioni statutarie. Una montagna di carta che cresce molto più velocemente delle possibilità di trovare un accordo.
Nella lettera Leonardo Maria sostiene che alcuni consiglieri si sarebbero limitati a sollevare dubbi generici senza affrontare davvero il merito dell’operazione. Racconta di richieste di documentazione rimaste senza risposta, di interlocuzioni solo telefoniche e di informazioni mai formalmente consegnate. Persino il materiale relativo al bilancio, afferma, sarebbe arrivato con modalità tali da impedirne una valutazione completa.
Come se non bastasse, è riesploso anche il capitolo Rocco Basilico. Leonardo Maria chiedeva che il figlio di Nicoletta Zampillo e del finanziere Paolo Basilico non partecipasse al voto, ritenendo esistesse un conflitto d’interessi. Il consiglio ha deciso diversamente. Ma l’assemblea non ha nemmeno preso in considerazione la proposta avanzata da Basilico di consentire alla holding di riacquistare, con uno sconto, quote dei soci. Un’ipotesi definita «sconveniente e illogica». Insomma, in casa Del Vecchio perfino scegliere chi vota e chi no è diventato un esercizio di alta ingegneria societaria. Neppure il capitolo dividendi è riuscito a riportare il sereno. Ad aprile gli eredi avevano aperto alla possibilità di distribuire fino all’80% degli utili per facilitare il riassetto immaginato da Leonardo Maria. Questa volta, però, i sei voti necessari non sono arrivati. Così è scattata la norma statutaria: distribuzione del 10% dell’utile. Morale della favola: 150 milioni complessivi, pari a 18,75 milioni per ciascuno degli otto soci. Una cifra che, per molti rappresenterebbe il premio di una carriera. A casa Del Vecchio, invece, sembra appena sufficiente per rinviare la discussione alla prossima assemblea.
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