Philippe Donnet, il manager al timone di Generali, si chiama fuori dal gioco delle indiscrezioni sul futuro della compagnia. Una estraneità su cui ha insistito nella conference call per i conti del primo semestre 2026: il Leone di Trieste non si farà coinvolgere nel gioco delle fanta-aggregazioni bancarie o assicurative.
La rotta è tracciata dal piano industriale e l’unico obiettivo è pompare utili veri nelle tasche degli azionisti. L’esordio è stato chiaro «Confermo solo che tutta la squadra di manager è focalizzata sull’implementazione del nostro Piano strategico che crea valore per tutti gli stakeholders. Quindi andiamo avanti senza pensarci».
Mentre a Piazza Affari e nei corridoi della politica romana si fantastica di incroci bancari, fusioni a tavolino e fanta-scambi di poltrone, a Trieste si preferisce far parlare i fatti. Tanto più che in questa fase il ruolo della compagnia è di soggetto passivo. La partita vera si gioca ai piani alti con l’Opas lanciata da Intesa su Mps. Finita questa partita comincerà il secondo tempo. Ma tutto a suo tempo.
Il pragmatismo è obbligatorio: meno diplomazia finanziaria e più redditività reale, mantenendo il timone dritto sull’efficienza e lasciando i giochi da tavolo ad un altro momento. Se e quando ci sarà.
I conti del semestre spingono Generali
La semestrale del Leone mette in vetrina una pioggia di miliardi che mette a tacere qualunque speculazione. Sul banco un utile netto di 2,54 miliardi, in crescita del 13,7%, un risultato operativo complessivo balzato a 4,5 miliardi (+11,2%) e premi lordi totali saliti al tetto di 53,4 miliardi di euro complessivi. Questo teso non rimarrà fermo a prender polvere nei forzieri della compagnia perché Donnet sa bene che il miglior modo per blindare l’autonomia e l’indipendenza di un’azienda è rendere felici i gli azionisti. Proprio per premiare tanta fedeltà, l’amministratore delegato ha annunciato un nuovo buyback da 500 milioni.
Partirà la settimana prossima e le azioni raccolte verranno annullate. Questa mossa ridurrà il circolante sul mercato, aumentando il valore delle quote rimaste in mano ai risparmiatori e garantendo una remunerazione aggiuntiva che si somma a dividendi già generosi. Gli analisti di Goldman Sachs hanno applaudito sottolineando come la visibilità totale sui target di fine piano e la ricca politica di remunerazione per i soci rappresentino uno scudo di tranquillità che poche altre blue chip continentali possono vantare. Siamo sulla traiettoria giusta per raggiungere tutti i target a fine 2027, ha scandito Donnet smentendo le voci speculative e ribadendo la ferrea indipendenza del gruppo. Trieste si barrica così dietro successi industriali, protetta da una redditività che lascia pochissimo spazio alle manovre di corridoio e alle velleità dei predatori istituzionali. Il Leone, però, non è l’unico a ruggire in una Piazza Affari mai così frizzante.
Mediobanca e Banco Bpm trainano Piazza Affari
A dare manforte alla finanza tricolore ci ha pensato Mediobanca, azionista di riferimento del Leone con il 13,4%, che ha messo a segno un utile record da 711,2 milioni di euro. Piazzetta Cuccia si conferma una straordinaria macchina da commissioni, trainata dai servizi di Wealth Management e dalla solidità del comparto della consulenza strategica. A questo si aggiunge l’exploit di Banco Bpm che proprio ieri ha guidato il rialzo Piazza Affari con un rialzo del 3,9% dopo la presentazione di conti record. Una conferma che il sistema bancario e assicurativo ha raggiunto livelli di solidità senza paragoni in Europa.
Piazza Affari ai massimi grazie a banche e assicurazioni
La combinazione esplosiva tra la solidità d’acciaio delle assicurazioni e il vento in poppa delle banche ha letteralmente messo le ali al nostro listino milanese. Gli investitori internazionali hanno riscoperto in massa il valore reale delle blue chip italiane, scatenando una corsa all’acquisto che non si vedeva da più di 25 anni. Grazie a questa spinta coordinata, l’indice Ftse Mib ha abbattuto per la prima volta nella sua storia il muro dei 54.000 punti. Una cavalcata trionfale guidata dai fatti, dai dividendi distribuiti e da manager che preferiscono la concretezza dei bilanci alle chiacchiere da salotto. La borsa italiana dimostra così che quando l’economia reale corre, i margini tengono e le aziende macinano profitti, la speculazione distruttiva deve fare un passo indietro, lasciando spazio a un mercato che premia la sostanza rispetto alla finanza creativa.
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