Il Consiglio dei ministri del 10 settembre ha approvato, insieme alla proroga dello sconto sulle accise del gasolio, un decreto che accelera i procedimenti per la ricerca e la coltivazione di idrocarburi sulla terraferma. Il decreto è stato poi presentato da Giorgia Meloni con un video in cui promette di andare «avanti fino in fondo», perché aumentare la produzione nazionale di idrocarburi «significa ridurre la dipendenza dall’estero, difendere la sicurezza energetica della nazione e generare royalties e benefici economici e occupazionali per i territori».
«Dobbiamo mettere in sicurezza questa nazione sul piano energetico attraverso un mix», ha ribadito la presidente del Consiglio, rivendicando la necessità di «produrre tutta l’energia possibile». Nello stesso giorno il governo ha chiesto a Bruxelles di attivare la clausola di flessibilità del Patto di stabilità per investimenti in difesa e in energia, questi ultimi per 14 miliardi in tre anni, segno che l’energia comincia finalmente a essere trattata come una questione di sicurezza nazionale.
Sulla terraferma i permessi di ricerca e le concessioni di coltivazione vengono rilasciati dal ministero soltanto con l’intesa della Regione interessata, perché l’energia è materia concorrente, e negli ultimi 15 anni molte Regioni hanno usato il silenzio come veto di fatto. Il decreto interviene su questo punto. Quando la Regione non si esprime entro 45 giorni, Palazzo Chigi assegna un termine ulteriore, al massimo di 60 giorni, e se anche questo scade nel silenzio il governo nomina un commissario che dà l’intesa al posto della Regione. La procedura vale per permessi di ricerca, concessioni, proroghe e perforazione dei pozzi.
La produzione nazionale di gas è scesa dai 15 miliardi di metri cubi del 2001, un quinto del consumo italiano, ai 3,25 miliardi del 2025, poco più del 5% del fabbisogno. L’area coperta da permessi di ricerca si è ridotta a un quarto rispetto al 2009.
Quanto gas vi sia nel sottosuolo patrio lo dice lo studio dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) commissionato dal ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica e presentato a maggio. Le riserve sono volumi commercialmente sfruttabili in produzione o in sviluppo, le risorse contingenti sono anch’esse già scoperte ma non ancora portate in produzione per ragioni autorizzative o economiche, e le risorse prospettiche sono invece volumi stimati in strutture geologiche non ancora perforate. Le riserve certe e probabili ammontano a 65 miliardi di metri cubi, due terzi a terra, mentre le contingenti valgono altri 58 miliardi (quasi tutti nell’Adriatico settentrionale) e le prospettiche arrivano a 230 miliardi, che scendono a 93 se pesate per il grado di maturità. Per il greggio, le riserve certe valgono circa 19 anni della produzione attuale, pari a circa 4 milioni di tonnellate all’anno su un consumo di circa 60. Volumi che non significano autosufficienza, ma questo non esclude che valga la pena estrarli, proprio in un’ottica di sicurezza e indipendenza energetica. Una produzione nazionale di gas riportata ad esempio a sei miliardi di metri cubi l’anno, il doppio di oggi, coprirebbe il 10% del fabbisogno per almeno vent’anni, con royalties allo Stato e alle Regioni e una quota di gas che non transita per gasdotti e rigassificatori esposti alle crisi internazionali. Poiché tra permesso, perforazione e produzione passano anni, ha senso iniziare adesso.
Naturalmente sulla mossa del governo sono piovute critiche da sinistra. Nicola Fratoianni ha sostenuto che «le lobby del petrolio e del gas conquistano Palazzo Chigi», Angelo Bonelli ha accusato la premier di dire «quattro bugie» citando 42 miliardi di metri cubi di riserve che coprirebbero «appena otto mesi» di consumi, Annalisa Corrado del Pd ha definito le riserve «scarse, costose» e la strategia «antistorica», e dalla Basilicata il capogruppo dem Piero Lacorazza ha evocato la Costituzione e la formula «non un barile in più». A coronare i commenti, il Wwf ha fatto sapere che l’Italia non è il Texas e che il governo scimmiotta il «drill, baby drill» di Trump.
Va detto che i 42 miliardi di cui parla Bonelli sono soltanto le riserve a terra, alle quali vanno aggiunti i 23 a mare e i 58 già scoperti e mai sviluppati, mentre l’obiezione che il gas nazionale non abbassa i prezzi perché si vende al prezzo internazionale è proprio sbagliata, poiché ogni molecola di gas in più lato offerta contribuisce ad abbassare il prezzo marginale.
C’è anche un precedente storico. Nel 2022 il Psv ha quotato per alcuni mesi sotto il Ttf, segno che l’Italia, grazie alla diversificazione delle forniture, era meno esposta del Nord Europa al taglio del gas russo.
L’Italia importa oltre il 90% del gas che consuma e ogni miliardo prodotto in casa alleggerisce la bilancia energetica e la dipendenza dall’estero, restando disponibile quando una crisi come quella di Hormuz fa saltare i flussi di Gnl.
Cina e Stati Uniti insegnano che il tema dei prossimi anni non è certo il green, ma è l’indipendenza energetica e la sicurezza degli approvvigionamenti in chiave strategica. Ignorare questa lezione significa condannarsi a una lunga e dolorosa dipendenza.
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