La Regione Puglia in campo per tenere chiusa l’ex Ilva

«Mentre Giorgia Meloni festeggia a Bari, partono 2.500 lettere di licenziamento a Taranto destinate ai lavoratori dell’indotto Ex Ilva», attaccava la scorsa settimana Elly Schlein.

Le accuse del Pd al Governo

A fine agosto invece Francesco Boccia, capogruppo dem in Senato e pugliese doc, aveva voluto dare una connotazione politica ai fischi rivolti al premier durante l’inaugurazione dei Giochi del Mediterraneo a Taranto, città proprio dell’ex Ilva. «Non possono essere ignorati», sosteneva in una intervista a Repubblica Bari. «Sono espressione di un disagio della gente».

E per questo auspicava un coinvolgimento diretto della presidente del Consiglio: «Serve la regia diretta di Palazzo Chigi, Meloni deve prendere la vicenda in mano».

Fermi tutti, c’è un problema però: se sono partite le lettere di licenziamento e i sindacati scioperano, la colpa non è dell’esecutivo, ma del Tribunale di Milano che accogliendo il ricorso di un’associazione di genitori tarantini, ha ordinato la sospensione delle attività dell’area a caldo dello stabilimento in nome della tutela della salute entro fine ottobre.

Il paradosso in tribunale a Milano

Ovviamente Acciaierie d’Italia, per la quale si è fatta avanti una cordata di imprenditori siderurgici del Belpaese, ha fatto ricorso. E domani c’è l’Appello a Milano. Piccolo particolare: dalla parte di chi non fa nulla per tenere aperto l’impianto c’è la Regione Puglia guidata dal dem Antonio Decaro.

In pratica il Pd attacca la Meloni per la chiusura dell’ex Ilva, sostenuta invece da un governatore dello stesso Pd. Incredibile. Ma vero.

Ieri infatti la Regione ha fatto sapere di essersi costituita dinanzi alla Corte d’Appello di Milano in vista dell’udienza del 9 settembre, intervenendo nei procedimenti promossi da Ilva e Acciaierie d’Italia in Amministrazione Straordinaria per bloccare la chiusura dell’area a caldo dell’ex Ilva.

La posizione della Regione Puglia

L’atto dell’Avvocatura regionale, presentato per conto del presidente Antonio Decaro, si aggiunge alle difese già depositate dagli 11 cittadini-genitori di Taranto, i quali avevano chiesto al tribunale di attivare l’azione inibitoria che ha partorito il decreto di fine luglio, che impone lo spegnimento degli impianti inquinanti entro il prossimo 28 ottobre.

L’ente regionale – si legge – «in continuità con le precedenti fasi processuali» rimette ai giudici milanesi «ogni valutazione e conseguente decisione che consenta la totale decarbonizzazione dell’impianto a tutela della salute, dell’ambiente e del diritto al lavoro». Attenzione: «in continuità con le precedenti fasi processuali». E come si era comportata la Puglia nelle «precedenti fasi processuali»?

Le conseguenze sui lavoratori dell’indotto

Ecco il passaggio: «Voglia l’Ecc.ma Corte di Appello adita – reiectis contrariis – respingere i reclami ex art. 739 c.p.c. proposti da Ilva S.p.A. in A.S., Acciaierie d’Italia S.p.A. in A.S. e Acciaierie d’Italia Holding S.p.A. in A.S., con ogni conseguenza di legge anche in ordine alle spese di giudizio».

Capito? Con queste parole la Regione Puglia, a Milano, si era costituita contro Ilva e Acciaierie d’Italia, chiedendo espressamente di «respingere i reclami» presentati dalle società per rimuovere il provvedimento che impone la sospensione dell’area a caldo. Un timbro politico evidente. Una responsabilità chiara.

Per cui, rileggendo le dichiarazioni del governatore dem di fine luglio, emergono forti dubbi sulla vera volontà di salvare migliaia di lavoratori e un pezzo di Pil della Puglia e dell’Italia. «Il decreto della Corte d’Appello di Milano richiama tutti ad un’azione di responsabilità e di collaborazione istituzionale», diceva Decaro a fine luglio.

«Ciascuno deve fare quanto è in proprio potere per mettere in campo una soluzione che dia una prospettiva all’ex Ilva», sottolineava il governatore pd. È stata una «azione responsabile» battersi per respingere le richieste di Acciaierie d’Italia? Le 2.500 lettere di licenziamento rispondono da sole. E oggi sindacati, imprese ed enti locali sono a Palazzo Chigi.

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