Addio alle ciabatte di spugna e ai pigiamoni in flanella beige taglia XL. Victoria’s Secret ha svuotato gli armadi dal politicamente corretto, e ha deciso che l’inclusività a tutti i costi può anche andare in pensione anticipata. Torna il pizzo, torna il corsetto claustrofobico e, soprattutto, torna il caro vecchio sex appeal. Con buona pace delle profetesse della rivoluzione di genere. Ma per la gioia incontenibile di Wall Street, dove il titolo è tornato a galoppare.
Il cambio di rotta non è solo estetico, ma innanzitutto finanziario. Per capire la portata della rivoluzione bisogna guardare il listino di New York.
Il nuovo ticker «Vsxy» e il boom in Borsa
Il 2 giugno l’azienda ha compiuto un gesto ad altissimo valore simbolico: ha rottamato il vecchio ticker Vsco per adottare il nuovo, esplicito simbolo Vsxy. Per i non addetti ai lavori, il ticker non è altro che la sigla abbreviata (fatta di poche lettere) che identifica un’azione sui tabelloni di borsa.
Ebbene, quel vecchio «Vsco» ricordava troppo l’era della transizione, dell’inclusività a tutti i costi e delle sfilate che somigliavano più a grigie riunioni di condominio che a eventi di alta moda. La nuova sigla, Vsxy, contiene un richiamo esplicito alla parola «sexy».
Una vera e propria dichiarazione d’intenti: basta intellettualizzare l’intimo, si torna a vendere quello che è sempre riuscito meglio. La risposta dei mercati? Un decollo immediato. Coincidendo con il rilascio di dati finanziari del primo trimestre 2026 che hanno letteralmente stracciato le previsioni degli analisti, il titolo ha messo a segno un rally istantaneo del 50% in una sola sessione.
Dal debutto del nuovo ticker a oggi, 26 agosto 2026, le azioni sono volate da 78,00 dollari di apertura fino a quota 91,19 dollari, registrando un guadagno netto del 16,91% in meno di tre mesi.
Tornano gli Angeli, il pizzo e il vecchio sex appeal
In un anno la performance è invece del 313%, iniziata dopo il ritorno degli Angeli in passerella. Sulla scia di metoo, woke e gender nel 2019 il marchio cancellò 23 anni di occhi spalancati di fronte a collezioni da urlo. A ottobre 2025, la svolta: stop al «politicamente corretto a tutti i costi».
Quel bizzarro periodo storico in cui i celebri Angeli erano stati messi a riposo forzato con l’accusa di essere troppo attraenti, sostituiti da una pattuglia di attiviste, intellettuali e testimonial scelte rigorosamente per il loro spessore morale e la loro totale refrattarietà al concetto di pizzo trasparente.
Ammettiamolo: nessuno ha mai sfogliato il catalogo di Victoria’s Secret per sentirsi compreso psicologicamente o per trovare risposte ai propri enigmi esistenziali. Si guarda per sognare una vita di piume, strass e leggi della fisica costantemente sfidate da miracolosi ferretti rinforzati.
La svolta inclusiva ci aveva provato a convincerci che un reggiseno sportivo accollato in nylon riciclato fosse il nuovo sexy. Ci sono state sfilate che sembravano più grigie riunioni di condominio o sedute di autocoscienza collettiva che eventi di alta moda.
Ma i bilanci aziendali, purtroppo per la filosofia di genere, parlano una lingua spietata: la solidarietà femminile non paga le bollette se poi le clienti, stanche del minimalismo punitivo, vanno a comprare le giarrettiere altrove. E così, con un colpo di spugna (o forse di mascara), ecco il grande ritorno alla realtà.
Tornano le ali di struzzo giganti. Tornano i tacchi a spillo inverosimili su cui oscillano modelle che non hanno alcuna intenzione di fare un dibattito sul patriarcato. Torna soprattutto quel magico e misterioso tessuto che copre lo 0,5% del corpo femminile ma costa quanto un mese d’affitto in centro.
Il messaggio del brand oggi è chiaro: basta intellettualizzare l’intimo. La vera parità si raggiunge soffrendo tutte insieme dentro un corsetto stringato che impedisce la respirazione profonda, ma fa miracoli per la postura. Com’era ampiamente prevedibile, il dietrofront non è passato inosservato.
La rivincita della seduzione fa infuriare gli attivisti
Il mondo dell’attivismo militante ha reagito con il consueto travaso di bile. Sui social è scattato immediato il rito delle vesti stracciate: accuse di «tradimento della causa», dita puntati contro il ritorno dello «sguardo maschile» e dotti editoriali sul drammatico ritorno del patriarcato a balconcino.
C’è chi ha gridato al boicottaggio, piangendo la scomparsa della sfilata inclusiva-terapeutica. Ma mentre nei salotti progressisti si discuteva del sesso degli angeli (in tutti i sensi), la nuova amministratrice delegata Hillary Super guardava un altro genere di grafici.
Quelli con il segno più. Davanti a questa pioggia di dollari, anche le grandi banche d’affari hanno dovuto riporre i loro manuali sulla sostenibilità sociale per correre a comprare. Wells Fargo ha immediatamente alzato il tiro fissando un target price a 90 dollari, prontamente superato dalla realtà dei fatti.
Non è stata da meno Ubs, che ha ritoccato le sue stime al rialzo portando il prezzo obiettivo a 95 dollari, convinta che il business della seduzione vecchio stile abbia ancora praterie immense da conquistare. Bentornati Angeli.
Ci eravamo quasi dimenticati di quanto potesse essere meravigliosamente superficiale, politicamente scorretto, ma maledettamente redditizio il mondo della moda quando smette di fare politica e ricomincia a fare business.
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