Alla fine il sigillo di ceralacca è arrivato. La lettera di dimissioni anticipata da Milano Finanza ha messo la parola fine a una recita che durava da mesi. Leonardo Maria Del Vecchio lascia ogni incarico operativo in EssilorLuxottica. Dal 31 agosto, non sarà più il presidente di Ray-Ban né il chief strategy officer del gruppo. Insomma, chiude il cassetto e lascia libera la scrivania.
La versione ufficiale, buona per non far sobbalzare i mercati, parla di un passo spontaneo verso «nuovi progetti imprenditoriali».
Ma la finanza, è il teatro delle ombre dove le parole servono a nascondere i fatti. Nella lettera d’addio, Leonardo Maria ha scelto la via della filosofia aziendale. Ha accusato l’attuale gestione, saldamente nelle mani del presidente e amministratore delegato Francesco Milleri, di essere diventata «distante» e «impersonale».
Ha scritto che l’entusiasmo si è appannato. Ma a Piazza Affari sanno tutti che quando in una grande famiglia si evocano i massimi sistemi e la memoria del fondatore, significa semplicemente che a qualcuno sono stati negati i galloni del comando. Il vecchio Leonardo, nelle parole del figlio, poteva essere un padrone durissimo, un autocrate d’altri tempi, ma aveva un rapporto fisico con le sue fabbriche, i suoi negozi, le sue tute blu.
Oggi quel filo si è spezzato: e nel mondo reale, «le persone lo sanno prima dei mercati». Dietro le dispute sull’anima dell’azienda c’è una partita più prosaica e rotonda. Quella per il controllo di Delfin, lo scrigno che custodisce i tesori di famiglia.
Leonardo Maria possiede il 12,5% come gli altri eredi. Ma non voleva essere solo uno degli otto condomini seduti allo stesso tavolo. Aveva un piano ambizioso: comprare le quote di due fratelli, salire intorno al 36-37,5% e trasformarsi nel dominus. Il sogno si è però schiantato contro il muro della famiglia. Soprattutto, contro Francesco Milleri , il manager cui il vecchio Leonardo aveva affidato le chiavi di casa prima di andarsene.
La partita per il controllo di Delfin
Oggi Milleri guida EssiLux ed è contemporaneamente al vertice di Delfin. Praticamente è seduto al volante della macchina e, al tempo stesso, presidia il garage. Le tensioni sul riassetto hanno trasformato la successione in una rissosa assemblea condominiale. Solo che sul tavolo non c’erano le spese per la pulizia delle scale, ma un patrimonio da 40 miliardi. Leonardo Maria ha costruito in questi anni una holding personale molto aggressiva, la Lmdv Capital. Una crescita vorticosa, dopata dal debito. L’esposizione complessiva della sua scuderia avrebbe toccato quota 1,3 miliardi di euro.
Ed è qui che i banchieri e i legali di Delfin hanno visto i fantasmi. Per liquidare i fratelli e tentare la scalata interna Leonardo avrebbe dovuto mettere sul piatto 11 miliardi di euro. Per farlo, aveva chiesto alla cassaforte di fare da garante. Una mossa che, agli occhi di chi deve proteggere l’orto di famiglia, è sembrata una roulette russa. I meccanismi della successione si sono inceppati.
Leonardo Maria conserva i soldi, ma perde il potere. Rimane un ricco spettatore col suo 12,5% di una delle holding più importanti d’Europa. Oltre al 32,4% di EssilorLuxottica vanta presenze pesantissime: Generali, Mediobanca, UniCredit e Covivio. Ma un conto è possedere i titoli, un altro è comandare.
Ora la strada per lui è segnata: si occuperà a tempo pieno della sua Lmdv Capital. Una galassia che ormai assomiglia a un bizzarro catalogo del lifestyle milanese e vacanziero: c’è la quota nel Twiga, la ristorazione modaiola col marchio Vesta, i bagni in Versilia, l’Acqua di Fiuggi, ma anche una presenza nell’editoria con il 30% del Giornale e la maggioranza della catena dei quotidiani locali Qn (Il Giorno, La Nazione, Il Resto del Carlino).
Poi cinema con la Leone film e una spruzzata di Intelligenza artificiale e venture capital. In pratica, uscito dalla fabbrica degli occhiali del padre, Leonardo Maria si sta costruendo un altro paio di lenti: quelle per guardare il made in Italy nella sua versione più glamour. Il vero problema è il vuoto simbolico che questa uscita si lascia dietro. Chi rappresenta oggi l’anima italiana di Essilux? La risposta è una sola: Francesco Milleri. Il manager si ritrova arbitro assoluto delle quote di Delfin e dei destini di EssiLux.
Il calo di Essilux apre la porta ai francesi
Ma l’arretramento della famiglia lascia scoperto il fianco al vero convitato di pietra: la componente francese del gruppo.
Il matrimonio tra Essilor e Luxottica è sempre stato un accordo armato. Ora ai francesi basta sedersi sulla sponda del fiume. Il mercato sta già offrendo un’occasione d’oro. Nell’ultimo anno il titolo EssilorLuxottica ha lasciato sul terreno circa il 40% della sua capitalizzazione. Per i grandi investitori quel prezzo non è più un dato numerico: diventa un esplicito invito a prendersi tutto il piatto.
Per ora, dicono i diplomatici della finanza, si tratta soltanto di uno scenario di sfondo. Ma la storia insegna che i predatori arrivano quando vedono una porta lasciata socchiusa dai padroni di casa. L’erede che voleva farsi re ha lasciato le chiavi al custode. I francesi dietro la siepe affilano i coltelli.
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