Volkswagen non frena sui tagli:  «In pericolo 140.000 dipendenti»

Non è piaciuto ai dipendenti Volkswagen quanto ha detto a 10.000 di loro il ceo Oliver Blumenel quartier generale di Wolfsburg. Le sue parole: «Il piano per il futuro è il più grande programma di trasformazione nella storia della nostra azienda.

Il piano di ristrutturazione e gli impianti a rischio

Affinché ciò avvenga, ora tutti devono unire le forze». Tradotto, potranno perdere il posto fino a 50.000 addetti in tutto il mondo, ma in particolare in Germania, un provvedimento che si somma a quelli oggi in corso e che fanno salire il numero globale dei licenziati al record di 100.000.

Per ora non è stato dichiarato da quali impianti saranno espulsi i lavoratori, ma è certo che nel 2027 chiuderà lo stabilimento di Osnabrück, mentre nulla ancora trapela riguardo al destino dei centri di Hannover, Emden, Zwickau e Neckarsulm.

Lo scontro con i sindacati e le proposte alternative

Il capo dei sindacalisti Volkswagen, Daniela Cavallo, ha dichiarato: «La nostra fiducia nel comitato esecutivo di questa azienda, e in particolare nel ceo Oliver Blume è stata compromessa. Seppur non ancora in modo irreparabile».

La Cavallo e i suoi colleghi avevano proposto alcune soluzioni per impiegare la forza lavoro non più indispensabile, come convertire parte degli impianti alla produzione militare e portare in Europa alcuni modelli di automezzi sviluppati e costruiti soltanto per l’estero, in particolare per la Cina.

Il giorno della verità e la tempesta perfetta

Il giorno della verità sarà il 4 settembre, data nella quale le parti si riuniranno nel Consiglio di sorveglianza per il voto sul piano dei tagli che, secondo indiscrezioni, a livello globale potrebbe toccare 140.000 posti, quasi la metà in più di quelli indicati inizialmente.

La tempesta su Volkswagen è di quelle perfette: da un lato il mercato cinese che non tiene le vendite, dall’altra il costo della manodopera e dell’energia tedesche, il tutto aggravato dalla capacità produttiva degli stabilimenti europei non più saturabile e infine l’effetto dei dazi di Trump sulle vendite.

Riduzione della produzione e margini finanziari

Impossibile non ridurre ancora il numero di automobili costruite, così ci si aspetta un taglio di altri 500.000 esemplari nel Vecchio Continente e una riduzione dei modelli. Fino a quando il margine del gruppo non tornerà al 9%, obiettivo di Blume. Anche in questo caso, traducendo in soldi, sarebbero dieci miliardi di euro di costi in meno e un divario delle spese strutturali del 30% rispetto ai concorrenti. Se Volkswagen arriverà a tagliare 140.000 dipendenti, mai l’industria automobilistica europea sarà arrivata a tanto.

Pressioni politiche e richieste degli azionisti

Lunedì scorso il premier della regione Bassa Sassonia, Olaf Lies, che è anche membro del Consiglio di sorveglianza Volkswagen in quanto la Regione è tra gli azionisti dell’azienda, ha chiesto alle parti di trovare una soluzione che permetta di evitare la chiusura di impianti. Ma i dipendenti hanno ragione: finiranno per essere loro a pagare gli errori dei dirigenti che hanno ceduto alla scellerata politica Green di Bruxelles facendo errori annunciati.

A farsi sentire anche i grandi azionisti come Porsche-Piëch che hanno il controllo del colosso tedesco: 20 giorni fa avevano chiesto a Blume di affrettare la ristrutturazione poiché il crollo degli utili sta tagliando i dividendi e le risorse da investire. Tutte grane che il ceo ora deve affrontare.

Ma la verità è scritta da tempo: tutto nacque dal Volkswagen-gate del 2015, quando Angela Merkel fece pagare a tutti i Paesi eurpei un problema tedesco ribattezzandolo diesel-gate, e dai sogni green della Commissione Ue a guida Ursula von der Leyen. Che però siede ancora a Bruxelles e non rischia il posto.

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