Dopo aver fatto cassa coi nostri soldi, Pfizer scarica i dipendenti di Catania
Pfizer (Imagoeconomica)

Esistono vicende che vanno oltre la cronaca industriale e finiscono per riguardare il rapporto tra impresa privata, interesse pubblico e responsabilità sociale.

La decisione della multinazionale farmaceutica Pfizer d’interrompere definitivamente la produzione delle siringhe pre-riempite Mtx e del dispositivo auto iniettore «pen» nello stabilimento italiano di Catania appartiene a questa categoria. Perché non si tratta soltanto di una riorganizzazione aziendale: riguarda oltre 300 famiglie che rischiano di perdere il lavoro, un territorio economicamente fragile e una domanda che molti cittadini si stanno ponendo: è accettabile che una multinazionale capace di registrare utili e fatturati senza precedenti durante la pandemia – grazie a massicce commesse pubbliche – proceda oggi a una drastica riduzione del personale?

La comunicazione ai sindacati è avvenuta martedì nella sede di Confindustria Catania e parla di un esubero strutturale di poco più di 300 dipendenti diretti, ai quali si aggiungono i lavoratori dell’indotto. Un impatto enorme se si considera che lo stabilimento etneo occupa complessivamente tra i 600 e i 650 addetti ed è uno dei principali poli italiani di Pfizer per la produzione di farmaci sterili e antibiotici ospedalieri, tra cui il Tazocin. Le linee destinate alla chiusura riguardano il Metotrexato, principio attivo utilizzato da decenni in oncologia e nella cura di patologie autoimmuni. Come se non bastasse, l’azienda, almeno finora, non ha annunciato investimenti alternativi capaci di assorbire i licenziamenti annunciati. Non sarebbe neanche la prima volta: già nel 2022 Pfizer aveva aperto una procedura di licenziamento collettivo che interessava 130 lavoratori a tempo indeterminato. Oggi, però, i numeri sono più che raddoppiati e la preoccupazione è inevitabilmente cresciuta.

La multinazionale ha annunciato che attiverà la procedura prevista dalla legge 234 del 2021 presso il ministero delle Imprese, illustrando un piano di «mitigazione dell’impatto occupazionale» e valutando anche strumenti come l’isopensione e perfino la possibile cessione dello stabilimento. Parallelamente, gli stessi sindacati che non hanno battuto ciglio di fronte ai fatturati record di Pfizer negli anni pandemici (Femca Cisl, Filctem Cgil, Uiltec Uil, Ugl Chimici e Fialc Cisal) chiedono che la vertenza venga trattata come una crisi industriale di interesse nazionale, perché riguarda l’intero sistema farmaceutico italiano.

Eppure, negli ultimi anni Pfizer aveva vissuto la stagione economicamente più prospera della propria storia. Nel 2019, ultimo anno prima della pandemia, il fatturato era di circa 41 miliardi di dollari, nel 2020 si attestava a 41,6 miliardi. Nel 2021 è praticamente raddoppiato: 81,3 miliardi di dollari. E nel 2022 ha toccato il record assoluto di 100,3 miliardi, il valore più alto mai registrato. Solo il vaccino anti Covid ha generato nel 2022 ricavi per oltre 37,8 miliardi di dollari, ai quali si sono aggiunti quasi 19 miliardi derivanti dall’antivirale Paxlovid (quello acquistato dai governi di molti Paesi tra cui l’Italia, del quale molte dosi sono scadute nei frigoriferi senza essere utilizzate): mai nella sua storia Pfizer aveva conosciuto una crescita così rapida, né aveva beneficiato di una domanda globale così straordinaria, alimentata – occorre tenerlo sempre a mente – da campagne vaccinali sostenute da contratti pubblici (stipulati a Bruxelles e tenuti segreti) per decine di miliardi di euro di risorse dei contribuenti. Quei risultati, però, non sono arrivati dal nulla: qualche governo nazionale, ad esempio quello italiano guidato da Mario Draghi, ha imposto la vaccinazione, contribuendo ad alimentare quella domanda straordinaria.

Lasciando ai nostalgici del collettivo la pretesa che Pfizer, o qualsiasi altra multinazionale, operi come un ente di beneficenza – un’impresa privata ha il diritto di perseguire il profitto e di riorganizzarsi quando il mercato cambia – esiste tuttavia una responsabilità sociale d’impresa, soprattutto quando una parte così rilevante della crescita è stata sostenuta da decisioni pubbliche e da risorse collettive senza precedenti grazie ai cittadini, gli stessi che oggi rischiano di pagare il prezzo del ritorno alla normalità.

Con un certo gusto per la provocazione, le forze politiche che avevano sostenuto attraverso l’imposizione le campagne vaccinali (contribuendo in modo decisivo ai ricavi record di Pfizer), oggi intervengono sulla vertenza dello stabilimento Pfizer di Catania chiedendo l’attivazione «tempestiva» di un tavolo di crisi. I senatori Pd Antonio Nicita e Antonio Misiani hanno annunciato la presentazione di un’interrogazione ai ministri Adolfo Urso e Marina Calderone in relazione alla comunicazione aziendale e alle sue ricadute occupazionali.

Sul fronte istituzionale, il presidente della Regione Sicilia Renato Schifani ha confermato che il tavolo verrà attivato, precisando che Urso si è impegnato a convocarlo entro il mese di luglio. «Ora è fondamentale che l’azienda chiarisca le proprie prospettive e che tutte le istituzioni lavorino insieme per tutelare i lavoratori, le famiglie e il futuro di un sito produttivo strategico per Catania e per l’intero comparto farmaceutico nazionale», ha dichiarato il governatore siciliano.

La vertenza che si aprirà nei prossimi giorni non riguarda dunque soltanto i dipendenti dello stabilimento di Catania ma un principio molto più generale: se sia accettabile che, esaurita una fase di eccezionali profitti sostenuti dalla spesa pubblica, la risposta sia una riduzione così significativa dell’occupazione. La responsabilità d’impresa non dovrebbe diventare uno slogan da esibire nei bilanci e nelle campagne di comunicazione, salvo poi essere dimenticata quando arriva il momento di tutelare chi, con il proprio lavoro, ha contribuito a costruire quei risultati.

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