Per quasi novant’anni Volkswagen è stata molto più di una casa automobilistica. È stata il cuore meccanico della Germania, il rombo che accompagnava il miracolo economico, il simbolo di un Paese capace di trasformare acciaio, ingegno e disciplina in automobili vendute in ogni angolo del pianeta.
Se la Germania era la locomotiva d’Europa, Volkswagen era il motore. Oggi quel motore comincia a perdere colpi. E non si tratta soltanto della crisi di un gigante dell’auto costretto a fare i conti con bilanci sempre più magri. Quello che sta accadendo a Wolfsburg racconta molto di più. Racconta la fine di un modello industriale che sembrava invincibile. L’ultima doccia gelata arriva da una bozza del piano strategico anticipata dal quotidiano Bild. Il gruppo starebbe preparando la più profond ristrutturazione della propria storia: fino a 120 mila posti di lavoro in meno nel mondo. Significa altri ventimila esuberi che si aggiungono ai circa centomila di cui si parla con insistenza.
E come se il conto non fosse già abbastanza salato, il piano prevede anche la progressiva chiusura di quattro storici stabilimenti tedeschi: Emden e Zwickau dal 2031, Hannover nel 2032 e Neckarsulm nel 2034. Il messaggio è brutale: la Volkswagen che ha motorizzato la Germania del dopoguerra non riesce più a sostenere il costo di vivere in Germania. Per decenni costruire automobili in patria era motivo di orgoglio. Oggi gli stabilimenti sono prigionieri di una montagna di costi: energia, lavoro, burocrazia. Ancora più impressionante, però, è il linguaggio utilizzato dai vertici aziendali. Parlano di «minaccia per la sopravvivenza» del gruppo. Parole che fanno rumore. Significa che l’incendio è arrivato al tetto.
I numeri aiutano a capire la portata della crisi. Nel 2025 Volkswagen ha consegnato circa nove milioni di vetture. Un dato che in apparenza straordinario. Purtroppo rispetto al 2019 manca all’appello quasi un’automobile su cinque. A pesare è soprattutto il crollo del mercato cinese. Ed è proprio qui che affondano le radici della crisi. Per anni Bruxelles ha disegnato il Green Deal come un’autostrada verso il futuro. Peccato che nessuno si sia fermato a controllare se le imprese avessero davvero il carburante necessario per percorrerla fino in fondo. Errore ancora più sanguinoso perché a disegnare il tracciato sono state due leader tedesche: Angela Merkel ha dato la strategia, Ursula von der Leyen l’ha applicata. Il mercato però ha girato le spalle. Le vendite delle auto elettriche hanno rallentato, i consumatori hanno cominciato a fare i conti con prezzi elevati e infrastrutture insufficienti. Mentre l’Europa produceva regolamenti, la concorrenza produceva automobili.
L’altro errore è stato ancora più clamoroso. Per oltre vent’anni l’industria tedesca ha guardato alla Cina come al supermercato dove vendere milioni di vetture. Volkswagen ha investito capitali, ha trasferito tecnologia, ha costruito joint venture, ha formato tecnici e ingegneri locali. Convinta che quel mercato sarebbe rimasto per sempre il bancomat dell’automobile europea. La storia, però ha preso un’altra direzione. Gli allievi sono diventati maestri. I costruttori cinesi producono oggi automobili elettriche tecnologicamente avanzate a prezzi che gli altri non riescono nemmeno ad avvicinare. Hanno conquistato il mercato domestico e adesso bussano con forza alle porte dell’Europa. Da qui la scelta di Vw di intervenire con una gigantesca operazione chirurgica: tagliare personale, ridurre i costi, semplificare la struttura e rendere il gruppo più rapido nelle decisioni. Ma ogni bisturi lascia cicatrici.
I sindacati sono già sul piede di guerra e parlano apertamente di conflitto sociale. Non potrebbe essere diversamente. Volkswagen è un pezzo della storia economica della Germania. Ogni fabbrica significa migliaia di famiglie, centinaia di fornitori, interi territori costruiti attorno alle linee di montaggio. Chiudere uno stabilimento non significa soltanto spegnere una catena produttiva. Significa spegnere le speranze di una comunità. Non sorprende quindi che il Land della Bassa Sassonia, primo azionista del gruppo, segua la vicenda con il fiato sospeso. Sul tavolo c’è l’ipotesi di riconvertire alcuni impianti alla difesa, seguendo il modello dell’impianto di Osnabrück. Dalle Golf ai carri armati.
In realtà la vicenda Volkswagen va ben oltre i cancelli delle sue fabbriche. È il sintomo di un malessere che attraversa tutta l’industria europea. È il segnale che la transizione ecologica, senza una politica industriale capace di difendere competitività, innovazione e occupazione, si è trasformata in una corsa verso il nulla.
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