Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni, davanti alla Commissione Attività produttive della Camera, sceglie il linguaggio della lama: «L’Europa ha fatto di tutto per distruggere la chimica». Aggiunge il passaggio «ce lo dice in faccia: dovete portare via l’industria chimica dall’Europa».
Una frase che, nel palazzo romano suona come una sirena dentro una fabbrica abbandonata. Perché la chimica non è un vecchio capannone arrugginito da chiudere con un lucchetto. La chimica è il sangue dell’industria moderna. Scorre nei farmaci, nelle auto, nei computer, nei fertilizzanti, negli imballaggi, nei materiali che tengono insieme il mondo contemporaneo. Senza chimica non c’è industria. Il rischio, secondo Descalzi, è proprio questo: che l’Europa abbia deciso di trasformarsi nel museo più ecologico del pianeta. Con tante belle targhe sui muri e molte promesse sul futuro. Ma con sempre meno fabbriche. La grande contraddizione della rivoluzione verde europea è tutta qui: per salvare il futuro si rischia di spegnere il presente. La transizione energetica è diventata una religione amministrativa. Un catechismo fatto di obiettivi, scadenze e percentuali. Ma fuori dalle tabelle di Bruxelles esiste un mondo meno ordinato: quello delle imprese che devono competere con Stati Uniti e Asia, difendere posti di lavoro e margini. Le fabbriche non vivono di slogan. Vivono di energia. E l’energia, negli ultimi anni, ha presentato conti salati. Prima la pandemia, poi la guerra in Ucraina.
Ora Hormuz. Tre terremoti in pochi anni. Tre scosse che hanno demolito l’idea rassicurante di un mercato energetico stabile e prevedibile. Descalzi lo dice senza giri di parole: «La vecchia architettura è finita». Il mondo costruito per decenni sulla combinazione Russia-Medio Oriente è andato in frantumi. Chi pensava di poter tornare indietro, semplicemente aspettando che la tempesta passasse, rischia di scoprire che la casa non è più quella di prima. Non si torna allo stato pre-guerra. È questa la vera fotografia del nuovo mondo. L’inverno energetico non è soltanto una questione di temperature. È una questione di potere. Hormuz è diventato il collo di bottiglia del pianeta. Una porta stretta attraverso cui passa una parte enorme dell’energia mondiale. Se quella porta si chiude, anche solo parzialmente, il sistema rallenta. I mercati tremano. Le riserve strategiche diventano una coperta corta: tirata da una parte lascia scoperta l’altra.
L’Europa, nel frattempo, scopre una verità poco elegante: la sicurezza energetica non si costruisce con una dichiarazione in conferenza stampa. Serve industria. Serve capacità produttiva. Serve avere ancora qualcosa da difendere. E qui arriva il capitolo più doloroso: la chimica. Perché mentre altri Paesi hanno protetto i propri campioni industriali, l’Europa ha spesso trattato la manifattura come un ospite ingombrante. Una presenza tollerata finché non disturbava il grande progetto della decarbonizzazione. Il risultato è che molti impianti hanno chiuso, gli investimenti hanno rallentato, le produzioni si sono spostate altrove. Descalzi rivendica una scelta diversa. Eni non ha scaricato il problema sui lavoratori. Non ha semplicemente abbassato la serranda. Da Gela a Venezia ha provato a trasformare la vecchia industria in qualcosa di nuovo: bioraffinerie, riciclo, biochimica. Una fuga in avanti, non una fuga dall’industria. «Noi non mandiamo a casa nessuno», dice. La domanda, allora, diventa inevitabile: chi difenderà l’industria europea? Perché il mondo non aspetta l’Europa. Gli Stati Uniti investono, l’Asia produce, altri Paesi cercano di attirare aziende e capitali. La competizione globale non è una gara di buone intenzioni. È una gara di costi, energia, tecnologia e velocità. Il futuro verde non sarà costruito sulle rovine industriali. Una transizione senza competitività rischia di essere un’autostrada perfetta dove però nessuno ha più automobili per viaggiare. Anche il gas racconta questa nuova fragilità. L’uscita definitiva del gas russo aggiunge un altro vuoto da riempire. L’Europa dovrà affidarsi sempre di più alle navi americane e ai mercati asiatici. Una nuova geografia energetica sta nascendo. Prima il gas arrivava attraverso tubi considerati quasi eterni. Ora arriverà dal mare, seguendo rotte geopolitiche che possono cambiare da un giorno all’altro. Il mondo ha smesso di essere un grande distributore automatico di energia. Chi ha risorse decide. Chi ha industria resiste. Chi non ha né l’una né l’altra soffre. La sfida europea è tutta qui.
Non scegliere tra ambiente e industria, ma capire che senza industria anche l’ambiente rischia di diventare un lusso. Perché un continente che chiude le fabbriche per diventare più verde rischia di scoprire una verità amara: il verde più brillante, alla fine, potrebbe essere soltanto il colore della speranza rimasta.
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