C’è chi tira la cinghia e chi tira a vincere facile. Mentre i cittadini cercano il giudice terzo che abita nelle foreste letterarie, la categoria dei magistrati si accontenta del giudice primo e del giudice secondo, vale a dire quelli del Tar e del Consiglio di Stato. I quali hanno deciso all’unisono di aumentare gli stipendi dei colleghi accogliendo i ricorsi dell’Anm contro un decreto governativo che stabiliva un adeguamento degli arretrati giudicato troppo basso.
Secondo le sentenze «la determinazione è illegittima», di conseguenza lo Stato dovrà riaprire la borsa e riconoscere ai magistrati di ogni ordine e grado (per il triennio 2018-2020) non il 4,85% ma il 6,22%. In soldoni si tratta di 200 milioni in più da trovare nella prossima manovra; circa 16.000 euro a testa, non certo «argent de poche». Con un’aggravante per le casse del ministero dell’Economia. Poiché i ricorsi vinti indurranno l’Associazione nazionale magistrati a proporli pari pari per i successivi trienni (2021-2023 e 2024-2026), ecco che il conto è destinato a lievitare e a sfiorare il miliardo di euro.
La battaglia a colpi di carte bollate va avanti da qualche anno, esattamente dall’agosto 2021, ed è un’eredità di Mario Draghi a palazzo Chigi. Allora l’Anm contestò gli adeguamenti per errori nei meccanismi di calcolo e per aver privilegiato il parametro della «media ponderata». Ora quel fiume di denaro ricade in testa a Giancarlo Giorgetti, costretto a calzare il cappello da mago Merlino per accontentare le toghe, alle quali altre toghe (Tar e Consiglio di Stato) hanno dato ragione in toto. Quasi amici. Nell’ordinanza numero 5140 depositata qualche giorno fa è anche contenuto un ultimatum: i giudici amministrativi hanno dato tempo al governo fino al 5 settembre per «illustrare modalità e tempi di conclusione del procedimento di adeguamento». La sentenza ha messo sull’avviso anche i professori universitari, che adottano lo stesso meccanismo e non avevano ancora fatto ricorso.
Tutti maledetti e subito, per favore. Toga chiede, toga dà. Didascalia di noi perfidi: avete voluto sfidarci con il referendum sulla separazione delle carriere? Allo showdown economico si è arrivati perché i giudici amministrativi hanno riconosciuto tre punti deboli del decreto Draghi:
1 non aveva preso a riferimento tutti gli emolumenti che concorrono a formare il trattamento economico dei dipendenti pubblici;
2 non aveva tenuto conto degli incrementi conseguiti nel triennio precedente da tutte le categorie di dipendenti, anche del personale non contrattualizzato;
3 in luogo del criterio della media aritmetica degli incrementi pro capite, aveva erroneamente applicato il parametro della media ponderata.
Ora la controversia è chiusa, a meno che il Mef non imbastisca un nuovo ricorso che rischierebbe di accentuare il braccio di ferro. In questi casi torna alla mente la frase di Flaminio Piccoli sulla famigerata progressione automatica delle carriere (1984) alla quale erano fortemente contrari Francesco Cossiga e Giuseppe Gargani. «Senti Gargani, o passa la legge o ci arrestano tutti». Aggiornamento recente dello scettico blu Massimo Cacciari: «La giustizia è solo la legge del più forte».
Come anticipato dal Sole 24 Ore, l’Istat ha già rifatto i conti attestandosi sulla percentuale del 6,22%, destinata ad aumentare poiché negli anni più recenti i costi sono lievitati almeno in due parametri: l’adeguamento del triennio precedente fa crescere la base di calcolo e l’inflazione fa salire i numeri. Uno scherzo da un miliardo, una tredicesima in più per una categoria che non soffre certo di indigenze.
Ad oggi la magistratura ordinaria ha emolumenti medi da 154.000 euro lordi all’anno su 13 mensilità (11.800 al mese), quella militare da 152.000 (11.600), quella contabile da 174.300 (13.400), quella amministrativa da 188.500 (14.500), mentre la magistratura tributaria viaggia sui 201.000 euro annuali (15.400) e l’Avvocatura dello Stato sui 189.500 (14.500). La fonte è la Ragioneria generale dello Stato.
È curioso notare come, di fronte a un problema non uguale ma affine per corrispondenza logica, alcuni anni fa la soluzione adottata dalla Corte Costituzionale fu diametralmente opposta. Dobbiamo tornare al 2015, quando fu dichiarato incostituzionale il blocco dei contratti del Pubblico impiego operato dai governi di Silvio Berlusconi, Mario Monti ed Enrico Letta. Allora la Consulta accertò l’illegittimità del provvedimento ma non riconobbe gli effetti retroattivi ai lavoratori, ai quali fu impedito di recuperare le somme pregresse.
Si parlò di sentenza di carattere politico. Fu sbandierato l’articolo 36 della Costituzione («Il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa»).
Si discettò sul principio giuridico che il blocco degli stipendi deve essere circoscritto nel tempo. Ma il governo di Matteo Renzi non dovette restituire un euro bucato ai dipendenti pubblici. La mossa fece perdere il 15% di potere d’acquisto agli insegnanti, mai più recuperato. E loro non avevano il paracadute (6-7.000 euro netti al mese) dei magistrati.
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