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Le riceveranno oltre 16 milioni di pensionati e circa 20 milioni di lavoratori pubblici e privati.
Secondo la Cgia di Mestre, la mensilità aggiuntiva garantirà all'erario un gettito Irpef stimato in 13,8 miliardi. La gratifica natalizia resta quindi un'importante entrata per lo Stato.
Maurizio Landini
Dopo i rinnovi da 140 euro lordi in media per 3,5 milioni di lavoratori della Pa, sono in partenza le trattative per il triennio 2025-27. Stanziate già le risorse: a inizio 2026 si può chiudere. Maurizio Landini è rimasto solo ad opporsi.
Sta per finire quella che tra il serio e il faceto nelle stanze di Palazzo Vidoni, ministero della Pa, è stata definita come la settimana delle firme. Lunedì è toccato ai 430.000 dipendenti di Comuni, Regioni e Province che grazie al rinnovo del contratto di categoria vedranno le buste paga gonfiarsi con più di 150 euro lordi al mese. Mercoledì è stata la volta dei lavoratori della scuola, 1 milione e 260.000 lavoratori (850.000 sono docenti) che oltre agli aumenti di cui sopra porteranno a casa arretrati da 1.640 euro per gli insegnanti e 1.400 euro per il personale Ata (amministrativi tecnici e ausiliari). E il giorno prima, in questo caso l’accordo era stato già siglato qualche mese fa, la Uil aveva deciso di sottoscrivere un altro contratto, quello delle funzioni centrali (chi presta opera nei ministeri o nell’Agenzia delle Entrate), circa 180.000 persone, per avere poi la possibilità di sedersi al tavolo dell’integrativo.
Cosa è successo? Cosa ha scatenato questa corsa a rinnovare intese che per mesi erano state osteggiate, basti ricordare il caso della sanità, settore che coinvolge 670.000 dipendenti, dall’inossidabile coppia Landini-Bombardieri (Cgil-Uil)? Semplice, la Uil si è sfilata. Sui motivi del divorzio, che Bombardieri aveva definito «pausa di riflessione», le ipotesi divergono. C’è chi parla di una delusione per le posizioni sempre più intransigenti di Landini e di un efficace pressing ai lati nel ministro Zangrillo (il titolare della Pa) e chi invece mette la centro del dietrofront un fortissimo malcontento della base. Ma poco importa. Ciò che conta è che l’inversione a U ha consentito al governo di mettere a frutto una parte dei circa 20 miliardi stanziati per i rinnovi dei contratti della Pubblica amministrazione. Quelli che riguardano la tornata già scaduta, il triennio 2022-2024. Che oggi sono stati completamente rinnovati e hanno portato nelle tasche dei circa 3 milioni e mezzo di dipendenti pubblici aumenti medi pari al 6%. A un certo punto era sembrato possibile che il governo tirasse dritto e decidesse di smobilizzare i fondi per riversarli su altre partite o al limite per imporre rinnovi per legge. Sarebbe stato un peccato perché i nuovi contratti portano dietro tutta una serie di misure accessorie, dalla possibilità di optare per la settimana da quattro giorni (comunque lavorando 36 ore) al diritto a maturare il buono pasto anche se operi da remoto, che in assenza delle firme delle parti sociali non avrebbero mai visto la luce.
Ma soprattutto non sarebbe stato possibile iniziare subito a discutere il rinnovo del triennio successivo, quello 2025-2027. Perché la decisione della Uil, oltre a isolare la Cgil, spiana la strada alla prossima tornata che dovrebbe raddoppiare gli aumenti portandoli a toccare la forchetta del 12-14%.
«Abbiamo così chiuso a tempo record», evidenziava nei giorni scorsi Paolo Zangrillo, «questa tornata contrattuale per tutti i comparti e cominciamo a lavorare per il ciclo 2025/27. Ciò significa, in termini salariali, che potremo riconoscere ai 3,4 milioni di dipendenti pubblici nel periodo 2022-27, incrementi che oscillano tra il 12 e il 14%. Una risposta nei fatti al tema del recupero del potere d’acquisto. Escludendo Cgil, che continua a fare politica, di fatto isolandosi, abbiamo un fronte sindacale che riconosce il lavoro e l’impegno del Governo».
E qui siamo al punto. In questo momento abbiamo un governo che ha già stanziato le risorse per i nuovi contratti. Un fronte sindacale che si è compattato verso il sì ai rinnovi grazie alla posizione da sempre dialogante e riformista della Cisl e alla inversione a U della Uil. E una Cgil isolata e felice. Perché stringi stringi a Landini interessa solo continuare a mantenere una posizione movimentista e barricadera a prescindere rispetto a tutte le decisioni del governo. Una posizione politica che snobba i quasi 300 euro lordi al mese in più che potrebbero nel giro di pochi mesi arrivare nelle tasche di 3,5 milioni di lavoratori. E minimizza anche la possibilità di sedersi al tavolo e contrattare l’integrativo che per gli statali equivale agli accordi di secondo livello del privato. Insomma, tanta roba.
Messa così, la strada per una seconda tornata di rinnovi (quella 2025-2027) è in discesa. E secondo quanto risulta alla Verità ci sarebbe anche una sorta di mini-programma per le trattative. Si partirebbe tra qualche settimana - fine novembre o inizio dicembre - con il tavolo dei ministeriali (le funzioni centrali), quindi ai primi del 2026 sarebbe la volta della sanità e a stretto giro toccherebbe di nuovo a scuola ed enti locali (dipendenti di Regioni, Comuni e Province). Incrementi dei salari del 12-14% in pochi mesi che se escludiamo il balzo dei prezzi nel periodo post Covid vorrebbero dire un sostanziale recupero del potere d’acquisto degli italiani. Come non si vedeva da anni.
Ma questo è meglio non dirlo alla Cgil.
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Maurizio Landini (Ansa)
L’inflazione non ha tolto risorse ai lavoratori grazie alle riforme del governo. E dal 2022 gli stipendi hanno superato il carovita
Negli ultimi tempi al segretario della Cgil, Maurizio Landini, non ne va bene una. Terminata l’infatuazione per flottiglie varie in giro per il Mediterraneo, ha deciso di occuparsi di qualcosa di più coerente con il suo «core business»: i salari dei lavoratori. E si è gettato su un tema su cui credeva di poter vincere facile: il fiscal drag. Cioè la crescita della pressione fiscale e del gettito a causa dell’aumento dei salari nominali e dell’automatica applicazione di aliquota marginali più alte, per via della struttura progressiva dell’imposizione.
In altre parole, tutti gli aumenti contrattuali faticosamente ottenuti per recuperare almeno parzialmente l’inflazione e quindi mantenere inalterato il potere d’acquisto e i salari reali, alla fine provocano un maggiore carico fiscale.
Le decine di miliardi che Landini ha asserito essere state sottratte ai salariati solo per questa via, alla prima verifica, si sono però sciolte come neve al sole. Una recente ricerca della Bce ha dimostrato che le riforme fiscali del 2022-2023, unitamente alla riduzione dei contributi sociali, hanno quasi completamente azzerato questo tipo di prelievo fiscale surrettizio sui salari. Inoltre, aspetto che Landini trascura, da metà 2022 ad oggi i salari reali sono aumentati, risalendo dal minimo e, ovviamente, anche per questo motivo, l’imposizione progressiva ha fatto sentire il proprio morso. Quindi Landini fornisce numeri errati due volte: la prima quando denuncia un fiscal drag che è stato quasi del tutto restituito, la seconda quando non riconosce che la pressione fiscale sui salari può anche aumentare, com’è accaduto, senza che sia all’opera il fiscal drag ma solo per il (benvenuto) aumento dei salari (reali), cioè aumenti nominali dei salari che a partire dal 2022 hanno superato l’inflazione cumulata nello stesso periodo.
Inoltre Landini farebbe bene a guardarsi intorno per scoprire cosa accade in Europa, soprattutto in Spagna, il cui mercato del lavoro egli spesso loda. Scoprirebbe così che – come riportato dal quotidiano Abc il 24 ottobre – «la pressione fiscale in Spagna è salita di quattro punti, dal 34% al 38% del Pil, superando la media Ocse, con entrate fiscali cresciute del 34% tra 2020 e 2023 per la mancata indicizzazione dell’Irpef».
In Spagna i salariati hanno preso gli aumenti con una mano e li hanno restituiti con l’altra, subendo così ben 4 punti interi di aumento di pressione fiscale, che in Italia invece abbiamo misurato nell’ordine di alcuni decimali.
Resta vero il fatto che, rispetto alla fine del 2019, i salari reali in Italia – pur dopo il recupero degli ultimi tre anni – siano ancora più bassi dal 2% al 4%.
E qui dovrebbe aprirsi il vero dibattito che purtroppo Landini elude e, al cui centro, campeggia la parola magica: produttività (del lavoro), cioè il valore aggiunto per occupato (o per ore lavorate). Il Sacro Graal di ogni dibattito. Tanto che il semplice nominarlo avrebbe effetti risolutivi sulla dinamica dei salari. Quasi come la famosa «amalgama» del presidente del Catania Angelo Massimino, che bastava comprarla per risolvere i problemi della squadra. Purtroppo, scherzi a parte, non funziona così.
Tema riproposto, proprio ieri sul quotidiano La Repubblica dal professor Guido Tabellini, secondo il quale «i salari sono fermi perché non cresce la produttività del lavoro». A sua volta stagnante a causa del «ritardo tecnologico, delle piccole dimensioni delle imprese, dei divari territoriali e dell’arretratezza del Mezzogiorno». La solita cassetta degli argomenti degli «offertisti», secondo i quali la produttività è simile a un pulsante On/Off. Basta girare su On e la cinghia di trasmissione dalla produttività ai salari reali si muove.
Una dinamica smentita dai dati che in Italia ha visto la crescita dei salari reali fermarsi ben prima (primi anni Ottanta, con un’altra piccola salita qualche anno dopo) di quella della produttività (metà anni Novanta). In altre parole, è storicamente provato che la crescita della produttività non ha causato e non causa la crescita dei salari, che troppo a lungo sono rimasti al palo. Al limite è condizione necessaria, ma non sufficiente. Invece, la produttività è principalmente un effetto, non una causa. Nelle imprese si investe e quindi si aumenta l’intensità di capitale e, fermo tutto il resto, anche la produttività, solo se e quando ci sono prospettive di domanda. E ci sono prospettive di domanda e di consumo quando ci sono salari e redditi da spendere. Una domanda che langue impedisce di pianificare ed eseguire investimenti e di raggiungere così una scala dimensionale che, da sola, è fattore di produttività. Da questo punto di vista, è condivisibile la proposta di Tabellini, per un uso più incisivo della contrattazione aziendale, rispetto al dominio dei contratti nazionali.
Nel ragionamento del professore, manca perciò il convitato di pietra: la sistematica compressione della domanda e dei salari, riconosciuta perfino da Mario Draghi come elemento costitutivo dell’eurozona, come causa della stagnazione della produttività. Un fatto che data proprio dalla seconda metà degli anni Novanta, con l’ingresso di fatto nell’euro, formalizzato poi nel 1999.
Ma siamo già su ben altro livello rispetto agli argomenti di Landini. Anche se sarebbe interessante che egli stesso spiegasse perché in quegli anni il prodotto e la produttività sono cresciuti ma i salari reali sono rimasti piatti, aprendo così una forbice nella distribuzione a favore della quota profitti e sfavore della quota salari. Altro che fiscal drag.
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Il segretario della Uil Pierpaolo Bombardieri (Ansa)
Dopo il divorzio da Landini, la Uil è pronta a firmare il rinnovo dei contratti 2022-2024 di Comuni e Regioni (400.000 lavoratori), e Istruzione (1,2 milioni). L’accordo porta aumenti da 140 euro al mese e apre all’intesa sul 2025-2027 che raddoppierebbe i rialzi.
Chi sta addentro alle vicende delle parti sociali indica una data spartiacque: il 25 settembre. Roma, inaugurazione della scuola di Alta formazione per i dirigenti sindacali creata dalla Uil. Presenti il numero uno della stessa rappresentanza dei lavoratori, Pierpaolo Bombardieri, il ministro della Pa, Paolo Zangrillo, e il capo dell’Aran (che rappresenta la Pa nelle trattative sui contratti), Antonio Naddeo.
Un tavolo in formato bignami di quelli che periodicamente si tengono per il rinnovo degli accordi degli statali: 3,4 milioni di lavoratori. Molte intese sono state firmate, ma restano due categorie, Funzioni locali (cioè Regioni, Province, Città, Comuni e Camere di commercio) e Istruzione e ricerca bloccate dalla Cgil e dalla stessa Uil. Mal contanti: 400.000 e 1,2 milioni di dipendenti.
Per mesi Landini e lo stesso Bombardieri hanno assunto una posizione preconcetta: non si firma. Motivo? Loro parlano della necessità di ottenere aumenti in linea con l’altissima inflazione del periodo (17%), ma la verità è che la Cgil sta svolgendo una parte politica in commedia e la Uil le fa da ruota di scorta.
Ci sono però segnali di risveglio. Il malcontento nei territori sta aumentando e la mancanza di risultati ha portato Bombardieri ad ammorbidire la sua posizione. E in quell’occasione, l’inaugurazione della scuola di Alta formazione appunto, è emerso in modo plastico. «Nel pubblico impiego si respira un’aria nuova», evidenziava il segretario, «e da parte della Uil non c’è mai stato un no pregiudiziale ai rinnovi dei contratti ma gli aumenti previsti, sia pur di una cifra importante che mai c’era stata, non aiuta i nostri lavoratori, a recuperare il potere d’acquisto perduto e a vivere una vita dignitosa».
Passi in avanti, ma non decisivi. Oltre all’incontro in chiaro però sembra che i due, Bombardieri e Zangrillo, ne abbiano avuto anche uno più informale. Dove il «passo» si sarebbe trasformato in una falcata capace di avvicinare sensibilmente le due posizioni.
Falcata che rivelerà decisiva a breve. Anche perché nel frattempo la spaccatura tra Cgil e Uil è diventata palese. Bombardieri ha parlato di «pausa di riflessione», quella che di solito si prendono due innamorati per non dire e dirsi che si sono mollati.
E infatti il divorzio dovrebbe diventare pubblico il 3 novembre. Tra poco più di una settimana si terrà un nuovo incontro e in quell’occasione ci sono altissime probabilità che la Uil decida di far pesare in modo decisivo il 18,40% delle proprie deleghe (la Cgil vale il 34,86% e la Cisl il 28,65%) e firmare il rinnovo del contratto.
Per i 400.000 dipendenti delle Funzioni locali arriveranno aumenti medi di 141,90 euro lordi al mese per 13 mensilità, ma non solo. Perché una volta sigillato l’accordo sul 2022-2024 per i lavoratori di Regioni, Province, Città, Comuni e Camere di commercio si aprirà una corsia preferenziale verso il successivo rinnovo, quello 2025-2027 che dovrebbe raddoppiare (le stime parlano di altri 133 euro) gli incrementi delle retribuzioni visti sopra.
Una vittoria per il ministro Zangrillo che in questo periodo complicato è riuscito a evitare la logica del braccio di ferro con Landini e ha perseguito la traiettoria del dialogo e della pazienza. E un successo anche per la Cisl che si è posto sempre come il sindacato che ha provato a tenere insieme le istanze di governo e le esigenze dei lavoratori per non perdere l’occasione di aumenti del 6-7% e dei 20 miliardi già stanziati dall’esecutivo.
Chi ne esce con le ossa rotta è la Cgil. In primis perché la sue linea si è evidentemente rivelata perdente. E poi perché dimostra in tutta evidenza che a furia di seguire una linea politica e contraria a qualsiasi compromesso si finisce per restare isolati e di conseguenza per andare contro agli interessi di chi si dovrebbe rappresentare.
Anche perché a breve pure nell’altro comparto rimasto in sospeso, la situazione potrebbe sbloccarsi. Parliamo degli addetti di istruzione e ricerca: 1,2 milioni di lavoratori che aspettano incrementi medi di 145 euro lordi al mese, per 13 mensilità.
Bene, su questo tavolo, numeri alla mano, le posizioni di Cgil e Uil non sono decisive (raggiungono circa il 40% delle deleghe), ma ovviamente bloccano la trattativa e rendono fondamentale il ruolo delle sigle più piccole come Confsal, Gilda e Anief. A breve, in settimana ci sarà un altro vertice, anche sulla scuola la Uil dovrebbe convergere sulle posizioni del sì. E se passa il rinnovo 2022-2024 entro non molto si chiuderà (anche in questo caso il governo ha già stanziato le risorse) pure l’intesa per il triennio successivo, 2025-2027.
Insomma, a farla breve: il divorzio tra Uil e Cgil potrebbe sbloccare entro la fine dell’anno aumenti da circa 150 euro lordi al mese per 1,6 milioni di lavoratori. Aumenti che raddoppierebbero nel giro di pochi mesi. A dimostrazione del fatto che i lavoratori che mollano Landini e la Cgil al loro destino fanno un affare d’oro.
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