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Darren Jones (Ansa)
Il Regno Unito pagherà un affitto per le isole con le basi. Scontento da Washington.
La spirale di tensioni scatenata dal dossier Groenlandia si è estesa anche alle isole Chagos, dando vita a un botta e risposta tra la Casa Bianca e Downing Street.
Il presidente americano, Donald Trump, ha infatti criticato duramente l’accordo siglato dal Regno Unito per trasferire la sovranità dell’arcipelago dell’Oceano Indiano, inclusa la base militare americana di Diego Garcia, alle Mauritius. Anzi, la decisione di Londra, definita come un atto di «grande stupidità» e «debolezza», è uno dei motivi per cui vuole assumere il controllo della Groenlandia. «Sorprendentemente il nostro «brillante» alleato Nato, il Regno Unito, sta pianificando di cedere l’isola di Diego Garcia, sede di una vitale base militare statunitense, alle Mauritius senza alcun motivo» ha scritto su Truth il tycoon. Si tratta di una base costruita nel 1971 dagli Stati Uniti e dal Regno Unito per contrastare l’influenza sovietica. La struttura è poi stata utilizzata per lanciare attacchi contro al Qaeda in Afghanistan nel 2001 e più recentemente, nel 2024 e nel 2025, è stata fondamentale per i bombardamenti nello Yemen contro gli huthi, così come per l’invio degli aiuti umanitari a Gaza. Trump, che lo scorso anno aveva dato la sua benedizione all’accordo, ha poi sollevato la minaccia delle mire cinesi e russe nell’area: «Non c’è dubbio che la Cina e la Russia abbiano notato questo atto di totale debolezza».
A difendere il patto sulle isole Chagos è stato il chief secretary dell’ufficio del premier, Darren Jones: «Diego Garcia è una piccola isola che faceva parte dell’impero britannico e la sua sovranità era stata messa in discussione dal governo russo. Abbiamo assicurato quell’isola come base militare per i prossimi 100 anni». Non ha però ricordato quanti soldi dovrà spendere il governo britannico per mantenere in funzione la base militare. Infatti, il patto prevede che su Diego Garcia il Regno Unito abbia un contratto di locazione iniziale di 99 anni con un costo medio annuo di 101 milioni di sterline per il primo periodo. E il costo totale potrebbe raggiungere almeno 3,4 miliardi di sterline. Un portavoce britannico ha poi aggiunto: «Abbiamo agito perché la base di Diego Garcia era minacciata dopo che alcune sentenze giudiziarie avevano compromesso la nostra posizione». A esprimersi in merito era stata nel 2019 la Corte internazionale di giustizia: aveva stabilito che la decolonizzazione delle Mauritius, che hanno sempre reclamato la sovranità sulle isole Chagos, non era stata pienamente compiuta al momento dell’indipendenza nel 1968. E quindi il Regno Unito era «obbligato a porre fine alla sua amministrazione dell’arcipelago il più rapidamente possibile».
Le affermazioni di Trump toccano un nervo scoperto all’interno dei confini britannici visto che l’accordo è stato ampiamente criticato dall’opposizione. Il leader del partito conservatore, Kemi Badenoch, ha dichiarato: «Pagare per cedere le isole Chagos non è solo un atto di stupidità, ma di completo autosabotaggio. Il presidente Trump ha ragione». «È ora che Starmer metta al primo posto la sicurezza del nostro Paese e annulli il suo pessimo accordo» ha sottolineato il ministro ombra degli Esteri, Priti Patel. Sulla stessa linea, il leader di Reform Uk, Nigel Farage: «Grazie al cielo Trump ha posto il veto alla cessione delle isole Chagos». E ha aggiunto: «Gli americani si sono resi conto di essere stati ingannati. Era stato loro detto che il Regno Unito non aveva altra scelta se non quella di cedere le isole Chagos. Ciò non era affatto vero, e ora sono arrabbiati con noi».
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Manfred Weber (Ansa)
Muro all’Eurocamera dopo i nuovi dazi americani. Il presidente teme il verdetto della Corte Suprema. Il segretario Bessent all’Europa: «Isterici, fate un respiro».
L’Ue va allo scontro con Washington sulla Groenlandia. Oggi l’Europarlamento annuncerà la sospensione formale della ratifica dell’accordo commerciale che era stato raggiunto, lo scorso anno, da Donald Trump e Ursula von der Leyen. In particolare, al centro delle tensioni ci sono i dazi che il presidente americano ha minacciato nei confronti di alcuni Paesi europei contrari ai suoi propositi di acquisizione dell’isola più grande del mondo. «Il Ppe è favorevole all’accordo commerciale Ue-Usa, ma date le minacce di Donald Trump riguardo alla Groenlandia, l’approvazione non è possibile in questa fase», aveva dichiarato, alcuni giorni fa, il presidente del Ppe, Manfred Weber, per poi aggiungere: «I dazi dello 0% sui prodotti statunitensi devono essere sospesi». Secondo Politico, contrari alla ratifica sono anche i socialisti, i Verdi e Renew.
«Consideriamo il popolo degli Usa non solo nostro alleato, ma nostro amico», ha dichiarato ieri la Von der Leyen, parlando al Forum di Davos. «La nostra risposta sarà risoluta, unita e proporzionata», ha proseguito, definendo inoltre un «errore» i dazi aggiuntivi, annunciati da Trump sulla Groenlandia. «L’Ue e gli Usa hanno concordato un accordo commerciale lo scorso luglio. E in politica come negli affari, un accordo è un accordo. E quando gli amici si stringono la mano, deve pur significare qualcosa», ha continuato. «A mio avviso, il cambiamento epocale che stiamo attraversando oggi è un’opportunità, anzi una necessità, per costruire una nuova forma di indipendenza europea», ha anche affermato il capo della Commissione europea, mentre Emmanuel Macron ha invocato il ricorso agli strumenti anti coercizione.
A intervenire sui dazi legati alla Groenlandia è stato anche il segretario al Tesoro americano, Scott Bessent, che ha esortato gli europei a non effettuare ritorsioni commerciali contro Washington. «Direi che si tratta dello stesso tipo di isteria che abbiamo sentito il 2 aprile», ha detto, riferendosi alle tariffe, definite «reciproche», che Trump annunciò ad aprile. «Quello che esorto tutti qui a fare è sedersi, fare un respiro profondo e lasciare che le cose si sviluppino. La cosa peggiore che un Paese possa fare è avviare un’escalation contro gli Usa», ha continuato Bessent, che ha poi criticato l’Ue. «L’Europa compra petrolio russo, eppure, quattro anni dopo, continua a finanziare la guerra contro sé stessa». Bessent ha anche escluso che i governi europei venderanno i titoli del Tesoro statunitense in loro possesso. Dal canto suo, il segretario al Commercio americano, Howard Lutnick, ha affermato di ritenere che il Vecchio continente non straccerà l’accordo commerciale raggiunto l’anno scorso tra Ue e Usa, ma ha avvertito che Washington è pronta a reagire a eventuali ritorsioni europee. Dal canto suo, il rappresentante commerciale statunitense, Jamieson Greer, ha definito «imprudente» l’uso degli strumenti anti coercizione da parte dell’Ue.
Nel frattempo, sulla questione groenlandese si è espresso anche Volodymyr Zelensky, dicendosi «preoccupato» per l’eventualità che questo dossier distolga l’attenzione dei Paesi occidentali dalla crisi ucraina. «Sulla Groenlandia, vorrei sottolineare ancora una volta che rispettiamo, e personalmente nutro grande rispetto, per la Danimarca e rispettiamo la sua sovranità e integrità territoriale», ha detto. «Vorrei davvero che l’America ascoltasse l’Europa», ha continuato. Il presidente ucraino ha inoltre specificato che si recherà al Forum di Davos soltanto se i documenti sulle garanzie di sicurezza e sulla ricostruzione saranno pronti. Zelensky ha poi reso noto che l’Ucraina è stata invitata a entrare nel Board of Peace per Gaza, ma ha espresso dei dubbi a causa della possibile partecipazione di Russia e Bielorussia. Parliamo di quel Board of Peace che, ieri, il Qatar ha definito utile per la stabilità del Medio Oriente, mentre il Belgio lo ha accusato di voler sostituire l’Onu. Tutto questo, mentre ieri, a Davos, Steve Witkoff ha avuto dei colloqui «costrittivi» con Kirill Dmitriev.
Tornando alle tensioni tra Usa ed europei, è tutto da dimostrare che, al netto della compattezza di facciata, l’Ue sia davvero unita contro la Casa Bianca. Ieri mattina, Politico riferiva di crescenti tensioni tra Macron e Friedrich Merz. Il cancelliere tedesco non sarebbe infatti convinto della linea dura che l’Eliseo vuole portare avanti nei confronti di Washington. Inoltre, la Germania ha ringraziato gli Usa per l’invito a entrare nel Board of Peace, mentre Parigi ha rifiutato. Del resto, l’Ue non ha chissà quali leve per impensierire Trump. Dall’altra parte, a dicembre 2024, fu l’amministrazione Biden a lanciare l’allarme sulla crescente cooperazione tra Cina e Russia nell’Artico. Ebbene, non sembra che, negli ultimi anni, i membri europei della Nato si siano granché preoccupati di questa regione né della strategicità della Groenlandia. È anche in quest’ottica che, ieri, Trump, oltre a esprimere preoccupazione per l’imminente sentenza della Corte Suprema sui dazi, ha affermato: «Se non fossi intervenuto io, oggi non ci sarebbe la Nato! Sarebbe finita nel dimenticatoio della Storia».
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Emmanuel Macron (Ansa)
Donald svela il messaggio mellifluo ricevuto dall’omologo francese, che dileggia per il no al tavolo di pace per Gaza: «Tanto non lo voleva nessuno». Il ganassa dell’Eliseo si picca e torna a minacciare rappresaglie.
«Vieni avanti parigino». Donald Trump sembra Carlo Campanini nella famosa gag degli anni Settanta, felice di infierire su Emmanuel Macron, che immaginiamo con la bombetta calzata sulle orecchie come il mononeuronico Walter Chiari. Lampi da avanspettacolo che susciterebbero tenerezza se non avessero come teatro la geopolitica mondiale. Ma questa è la realtà, per fissarla basta dare conto degli ultimi scambi diplomatici fra i due, con il presidente americano impegnato a trattare quello francese come uno zerbino (nel suo immaginario ha preso il posto di Volodymyr Zelensky) e l’inquilino dell’Eliseo a meritare in pieno il ruolo, per via del mix di velleitaria supponenza pubblica e sudditanza da Fracchia che lo contraddistingue.
Il ring è sulle nevi vip di Davos, dove ieri si è esibito Macron e oggi tocca a Trump, in una staffetta al veleno che trasforma il World economic forum in un luna park. L’escalation fra i due è cominciata con il rifiuto del presidente francese di partecipare domani nella località svizzera alla cerimonia di firma del «Board of peace» per Gaza, la formalizzazione della strategia di ricostruzione, fortemente voluta da The Donald con annessa fiche da un miliardo di dollari da parte di chi aderisce. «Suscita interrogativi importanti e va oltre il mandato dell’Onu», è la spiegazione del No di Parigi.
Trump l’ha presa malissimo. Era già maldisposto per via della missione «Arctic Endurance» con truppe francesi (e tedesche) in Groenlandia, definita «una provocazione» dal Pentagono, e ha deciso di passare alla controffensiva a modo suo. Ha risposto con un ceffone al voltafaccia su Gaza: «Nessuno lo vuole perché lascerà l’incarico molto presto, quindi va bene così. Applicherò dazi del 200% sui suoi vini e champagne e lui si unirà al board, ma non è obbligato a farlo». Liquidato come un comprimario. Poi ha diffuso a tradimento lo screenshot di un messaggio privato inopportuno per Macron, che rivela la doppia morale di un politico al capolinea. Eccolo.
«Caro amico, siamo perfettamente in linea rispetto alla Siria. Possiamo fare grandi cose sull’Iran. Non capisco quello che stai facendo sulla Groenlandia. Posso organizzare una riunione del G7 dopo Davos, a Parigi, giovedì pomeriggio (domani, ndr). Posso invitare gli ucraini, i danesi, i siriani e i russi a margine», scrive Macron nel tentativo di tornare al centro della diplomazia internazionale coinvolgendo Vladimir Putin che ufficialmente viene da lui rappresentato come Adolf Hitler. Con un invito finale da mellifluo cerchiobottista: «Ceniamo insieme a Parigi giovedì, prima che torni negli Stati Uniti. Firmato Emmanuel».
Autonominatosi nuovo amico del cuore del presidente americano, voleva fare passerella, accreditarsi ancora una volta come il leader della vecchia Europa, tentare di piazzare la sua sedia accanto a quella di Trump e Zelensky come accadde ai funerali di papa Francesco in San Pietro. Vizi privati e pubbliche virtù, soldati a Nuuk e inviti a cena all’Eliseo a base di homard alla Thermidor. La figura da imbucato speciale smascherato è imbarazzante. Il compagnone Emmanuel coglie il senso dello sputtanamento e dopo aver cancellato l’ipotesi di un G7 parigino a sorpresa «anche con i russi», nel pomeriggio si presenta sul palco di Davos con il volto della vendetta, solo parzialmente coperto da occhiali a specchio in puro stile «top gun ganassa» per via di un orzaiolo. E si sfoga.
«Stiamo raggiungendo una fase di instabilità e squilibrio, con oltre 50 guerre anche se mi dicono che alcune sono risolte… Ma l’Europa deve essere il cardine del multilateralismo. Preferiamo il rispetto ai bulli e lo Stato di diritto alla brutalità. Stiamo scivolando verso un mondo senza legge, dove il diritto internazionale viene calpestato e riemergono ambizioni imperiali. Il dispiegamento di soldati in Groenlandia significa che Francia ed Europa danno la massima importanza alla sovranità e all’indipendenza. Accettare una sorta di nuovo approccio coloniale non ha senso. E tutti i capi di Stato e di governo compiacenti con tale approccio si assumeranno una grande responsabilità». Macron veste l’abito da statista dimenticandosi - a proposito di sovranità - l’erosione continua di quella degli Stati da parte dell’Unione europea. E a proposito di neocolonialismo, di avere mandato le truppe prima in Mauritania, poi in Mali e adesso in Niger.
Il timore di avere sottocasa, oltre agli agricoltori infuriati per il Mercosur, anche i produttori di champagne, lo rende nervoso. Così continua a rosicare nella neve dei Grigioni: «Le minacce di nuovi dazi sono inaccettabili e inefficaci, soprattutto perché questi vengono usati come leva contro la sovranità territoriale. Non dobbiamo inseguire idee folli». Però è lui a buttare lì l’idea più folle, quella di attivare il pacchetto di misure anti coercizione, già evocato nel luglio scorso, per limitare l’accesso delle aziende e dei gruppi finanziari americani ai mercati europei (senza prevedere una devastante reciprocità). «La cosa assurda è che si potrebbe usare il meccanismo anti coercizione contro gli Stati Uniti e me ne rammarico profondamente. Dobbiamo mantenere tutti la calma».
Il piccolo Napoleone lo dice fremendo, con i Rayban appannati a nascondere gli occhi neri metaforici da Brigitte Donald. Lui non è per niente calmo, consapevole di essere con le spalle al muro. Prigioniero dell’Eliseo, con un governo appeso a un filo, rappresentante solo di sé stesso, senza amici a Washington. E senza nessuno da invitare domani sera a cena.
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