
Il costo della vita a Milano è maggiore del 10% rispetto a quello di Roma e Firenze, mentre rispetto a Palermo e Napoli la differenza supera il 50%. A dirlo è un recente studio dell’Osservatorio Conti Pubblici dell’Università Cattolica di Milano, firmato da Carlo Cottarelli. Numeri che spingono l’assessore allo Sviluppo economico di Regione Lombardia a lanciare un vero e proprio allarme: «Bisogna differenziare gli stipendi in base al territorio o si rischia un calo dei consumi generale e quindi meno produzione e meno Pil».
Assessore Guidesi, i contratti nazionali non bastano più per rispondere all’aumento dell’inflazione?
«Il primo passo è fare una segnalazione chiara, ed è il ruolo che sto cercando di svolgere come “ambasciatore del territorio”. Oggi si utilizzano strumenti e soluzioni omogenee su tutto il territorio nazionale, ma l’impatto dell’inflazione e il costo della vita non sono uguali ovunque. Questo rende quelle soluzioni, nei fatti, non eque. È una questione che deve diventare oggetto di un vero dibattito politico nazionale».
Il governo è intervenuto sul cuneo fiscale. Non è sufficiente?
«Sono molto d’accordo sull’intervento sul cuneo fiscale, è un passo nella giusta direzione. Ma dobbiamo essere onesti: la diminuzione del cuneo ha un impatto diverso sull’aumento del potere d’acquisto a seconda dei territori. Se il costo della vita è più alto, il beneficio reale per famiglie e lavoratori è minore. L’omologazione delle misure produce effetti molto diversi».
Può fare un esempio concreto?
«Il buono pasto, per esempio, ha un potere “disciplinare” e un valore reale molto diverso da zona a zona. In alcune aree copre un pasto, in altre solo una parte. È evidente che questi strumenti andrebbero calibrati tenendo conto delle differenze territoriali».
Quanto pesa ancora l’inflazione sull’economia reale?
«Siamo molto preoccupati. È vero che l’inflazione si è stabilizzata, ma il picco c’è stato e resta. Gli aumenti dei prezzi, a partire dai costi energetici, non sono scomparsi. Il costo della vita rimane elevato e temiamo una contrazione dei consumi nei prossimi mesi, con conseguenze dirette sull’economia».
Bisogna tornare alle vecchie gabbie salariali?
«Questo non sta a me deciderlo. Le soluzioni tecniche - che siano contratti territoriali, indicizzazioni o altri strumenti - devono emergere da un dibattito politico serio e responsabile. Io non propongo scorciatoie ideologiche, ma la presa d’atto di una realtà economica diversa da territorio a territorio».
La contrattazione di secondo livello nel privato non risponde già a questa esigenza?
«In parte funziona, ma non basta. È spesso legata alla singola azienda, alla sua capacità e sensibilità, e interviene su servizi o benefit specifici. Il tema del costo della vita, però, resta aperto. Per questo chiedo che la questione rientri nella discussione nazionale, non solo aziendale».
Ma le Regioni possono intervenire direttamente?
«No, non abbiamo la leva fiscale. Non possiamo affrontare da soli il tema del costo della vita più alto. Anche il welfare aziendale dipende dalla forza delle singole imprese, che fanno già molto e di cui siamo orgogliosi. O si consente alle Regioni di intervenire attraverso l’autonomia e il federalismo fiscale oppure se ne occupi lo Stato a livello nazionale».
Cosa rischia il Paese se non si interviene?
«Il rischio è una compressione dei consumi. E quando i consumi si fermano, ci sono conseguenze economiche dirette, anche sul Pil. La Lombardia contribuisce in modo determinante al Pil italiano: metterla nelle condizioni di continuare a farlo conviene a tutti».
Gli imprenditori cosa vi dicono?
«Che stanno già facendo la loro parte, ma i costi delle imprese sono cambiati radicalmente. Penso all’energia: prima poteva incidere per il 10% sul bilancio, oggi anche per il 40%. Continueranno a fare il possibile, ma serve un’azione pubblica e politica di accompagnamento».
Cercherà una sponda anche con le parti sociali?
«Porterò il tema al tavolo della competitività lombardo. Al di là delle appartenenze politiche, è evidente che scelte diverse producono risultati diversi. Qui non si tratta di bandiere, ma di realismo economico».
Pnrr e federalismo fiscale possono essere una risposta?
«Entro giugno ci sono scadenze importanti, anche sul Pnrr e sul federalismo fiscale. Se questi strumenti serviranno a dare risposte concrete ai territori, bene. Altrimenti è indispensabile che il Governo si occupi direttamente del tema. Non si può far finta che questa situazione non esista. Noi continueremo ad alimentare il dibattito, come un vero “sindacato del territorio”».






