«Una delle più importanti sfide che deve affrontare la pubblica amministrazione è quella dell’attrattività. Non possiamo illuderci del fatto che la pubblica amministrazione italiana sia qualcosa di diverso rispetto a tutte le altre organizzazioni. Oggi i giovani hanno voglia di entrare in un’organizzazione che dia loro formazione, che dia loro possibilità di crescita, che dia loro un corretto equilibrio tra l’impegno professionale e la vita personale. Tutte queste cose che concorrono a definire l’attrattività di un’organizzazione sono cose sulle quali noi dobbiamo lavorare». A dirlo è il ministro per la Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo al forum Ansa.
Il fondatore di Block non fa in tempo a eliminare il 40% dei dipendenti che la società di telecomunicazioni taglia 1.200 posti, da sostituire con l’Intelligenza artificiale. Giorgia Meloni: «Quando la politica capirà sarà troppo tardi».
L’uomo zombie (sul divano con il reddito di cittadinanza sul conto corrente) era il sogno di Beppe Grillo. L’uomo senza coscienza, annullato dall’Intelligenza artificiale, è il costante incubo di papa Leone XIV. L’uomo sostituito dall’algoritmo è lo spunto più interessante dell’intervista del presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, a Bloomberg.
Da qualunque angolo la si osservi, la rivoluzione digitale portata al suo estremo dissimula la trappola della marginalizzazione dell’essere umano. Un problema che sorge nella Londra della prima rivoluzione industriale, passa attraverso le fabbriche disumanizzate di Metropolis, precipita nelle aberrazioni ideologiche marxiste, sembra risolto con l’equilibrio fra diritti e doveri nella seconda parte del secolo breve. Ma rispunta, carsico, al culmine del terziario avanzato con la resa dei conti attuale: cervello umano o microchip?
Per il premier Meloni «il rischio è che milioni di persone siano espulse dal mercato del lavoro, e non perché sostituite dalle macchine nel lavoro fisico che servì ad aiutare l’uomo ad elevarsi. Ma perché sostituite nel lavoro intellettuale, quello dei professionisti». Quello di oggi e di domani, con un corto circuito imminente nella società dei consumi senza più il denaro in tasca per consumare. Ci avviciniamo alla resa dei conti. Ed è ancora una volta la realtà a sorpassare le teorie da convegno. Dario Amodei, ceo di Anthropic (creatore dei modelli Claude, secondo lui non disumanizzanti), aveva lanciato un ulteriore allarme: nei prossimi cinque anni «i sistemi avanzati di intelligenza artificiale potrebbero interrompere o eliminare fino al 50% dei posti di lavoro entry level nel mondo forense, con un impatto significativo sulla professione degli avvocati». Se è bene che gli studenti di Giurisprudenza facciano un pensierino alle prospettive a breve termine, ancora più significativa è la notizia che arriva dal Belgio: l’operatore di telecomunicazioni Proximus ha annunciato che procederà a tagli di personale nell’ambito di una strategia di riduzione dei costi guidata dall’intelligenza artificiale. Proximus taglierà 1.200 posti di lavoro entro il 2030 a causa di misure legate all’Ia, pari al 15% della sua forza lavoro. L’ad Stijn Bijnens ha annunciato che «l’azienda mira a ridurre i costi della forza lavoro esterna di 25 milioni entro il 2028, nell’ambito di un più ampio programma di efficienza da 180 milioni di euro, trainato principalmente dal risparmio sul personale».
È il cuore del problema, via gli uomini e pure in fretta. Prima i collaboratori esterni, poi i consulenti, infine una quota di dipendenti. Una strategia che presuppone l’implementazione dell’algoritmo al potere, ritenuta una strada obbligata per continuare a distribuire dividendi agli azionisti, impegnati a moltiplicare i patrimoni e a giocare a golf. Proximus ha infatti annunciato nello stesso contesto di essere pronta a investire 1,25 miliardi in infrastrutture. L’annuncio ha avuto due prevedibili reazioni: il taglio dei dividendi oggi per tornare a scendere nei prossimi anni e il crollo in Borsa (-20%), ritenuto dagli esperti «emotivo», nella certezza che il gruppo - una volta chiusa la stagione degli esuberi - tornerà all’età dell’oro grazie all’Ia.
È la fotografia di una realtà in evoluzione rapidissima, che coinvolge quasi tutti i settori dei servizi. Block (ex Square) del guru in bermuda Jack Dorsey ha annunciato il licenziamento di circa 4.000 dipendenti (una parte significativa della sua forza lavoro) a inizio 2026, con l’obiettivo di diventare un’azienda «più piccola, più veloce e nativa dell’Ia», sfruttando i guadagni di produttività dell’algoritmo, che non ha pretese, rivendicazioni sindacali, ferie pagate. Amazon ha confermato tagli massicci (circa 30.000 posizioni corporate entro il 2026); Jeff Bezos chiama il piano «riduzione degli strati», manco si trattasse di una torta con meno ingredienti. La compagnia telefonica inglese Bt Group ha potato 55.000 posti di lavoro e ha annunciato con orgoglio «di volare in Borsa». Così anche Ibm e Duolingo. Il colosso assicurativo Accenture ha licenziato circa 11.000 dipendenti, citando il potenziale dell’Ia per automatizzare il lavoro. Meta ha mandato a casa centinaia di dipendenti in vari dipartimenti, inclusi curiosamente quelli legati alle infrastrutture Ia: neppure gli ingegneri servono più, l’importante è efficientare. L’esempio principale rimane la fintech svedese Klarna, che ha ridotto la sua forza lavoro del 40% tra il 2022 e il 2024 per investire nell’Ia. Con una conseguenza che resta una speranza: è stata costretta a riassumere personale in carne ed ossa «a causa di un calo della qualità dei servizi».
Mentre tutto ciò accade, la politica è ferma e i sindacati pensano alla Flotilla o all’allarme democratico. Lo ha sottolineato Giorgia Meloni, che già al G7 di due anni fa volle un focus dedicato: «La politica è troppo lenta ed è già costretta a inseguire la rapidità delle trasformazioni. Questo è il rischio più grande». Papa Leone è andato oltre: «La possibilità di accedere a vaste quantità di dati e di conoscenze non va confusa con la capacità di trarne significato e valore. Occorre una profonda inversione di rotta». Il problema è capire chi ha in mano il timone.
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- Nonostante 22 miliardi di perdite Jaki prende più di incentivi che di parte fissa. Nel 2025, 12 milioni all’ex ad Carlos Tavares.
- Maurizio Landini si è opposto all’intesa sui rider e ai rinnovi di infermieri e medici Pa: 3,5 miliardi per 730.000 lavoratori. La scusa è che si deve ottenere di più, così non si firma nulla.
Lo speciale contiene due articoli
Magia dell’automotive globale: da una parte la fabbrica che soffre, dall’altra l’attico che conta milioni. Nel 2025 Stellantis, il colosso dell’auto nato da fusioni faraoniche e qualche serata con Excel troppo lunga, ha offerto un’illustrazione perfetta di come si possano perdere 22,3 miliardi di euro e contemporaneamente non deludere il proprio management. Cassa con parecchi buchi, margini negativi, operai senza bonus e soci senza cedola. Eppure ai piani alti la festa non si interrompe, con stipendi e incentivi milionari.
All’attuale amministratore delegato, Antonio Filosa, insediatosi in estate, è arrivata una busta paga complessiva di 5,424 milioni. La cifra è così composta: 1,424 milioni di base fissa, 1,508 milioni di incentivi di lungo periodo, 374.194 euro di benefici aggiuntivi, 192.366 euro di contributi pensionistici. Ciliegina sulla torta, 1,924 milioni di «altri compensi». Va detto che Filosa non ha ricevuto premi straordinari: segno che anche ai piani alti il 2025 è stato giudicato un anno meno positivo del previsto. Ma l’assenza di bonus non cambia il messaggio simbolico: mentre operai e impiegati si vedono cancellare la quota variabile, l’amministratore delegato continua a far crescere il suo conto in banca.
Poi c’è John Elkann, presidente di Stellantis. Nel 2025 ha percepito 2,45 milioni, con 960.293 euro di base fissa, 396.848 euro di benefici aggiuntivi e poco più di un milione sotto forma di incentivi di lungo periodo. Non è che Elkann si sia fatto mancare nulla. Da notare: nessun bonus straordinario nemmeno per lui. Riduzione rispetto al 2024 (2,797 milioni), ma sempre più che sufficiente per ricordarci che la forbice tra chi conta e chi assembla auto resta dolorosamente evidente. E poi c’è l’ombra ingombrante di Carlos Tavares, il predecessore di Filosa. Nel 2025 ha incassato 11,928 milioni, quasi la metà rispetto ai 23,085 milioni del 2024. La maggior parte legata agli incentivi di lungo periodo, un regalo postumo per chi ha lasciato il gruppo dopo averlo spinto nel baratro scommettendo sulla svolta elettrica finanziata dai contributi pubblici. Per i lavoratori è un po’ come vedere il vicino di casa uscire dal ristorante con un conto da mille euro guardandolo dalla tavola calda di fronte: non è illegale, ma il senso di ingiustizia è immediato.
Il contrasto emerge con forza drammatica. Per preservare liquidità e fronteggiare le perdite che equivalgono alla manovra finanziaria 2026 di Giorgetti, Stellantis ha deciso di sospendere il dividendo 2026. I lavoratori non riceveranno la retribuzione variabile, perché non è stato raggiunto il livello minimo di redditività operativa europea. Tradotto in termini concreti: mesi di cassa integrazione, incertezze produttive e buste paga più magre del previsto.
Per il management, invece, il mondo continua a sorridere. Compensi milionari senza bonus straordinari, sì, ma pur sempre milioni. Nessuna violazione contabile, nessuno scandalo legale, tutto nei termini delle regole di mercato. Ma l’effetto simbolico? Detonante.
Se vi fermate un attimo a leggere questi numeri seduti al bar, accanto a chi lavora in fabbrica, capirete perché i dipendenti parlano di giustizia salariale parallela: da una parte c’è il sacrificio concreto, dall’altra premi milionari a fronte di perdite record.
Il vero nodo non è la legittimità dei compensi, ma la percezione pubblica. Quando un’azienda ammette di aver sopravvalutato la transizione elettrica, svalutando decine di miliardi per correggere la rotta, la distanza tra vertici e base diventa questione politica e sociale oltre che industriale. E così, mentre Stellantis promette rilancio sotto la guida di Filosa e con Elkann al timone, resta impressa un’immagine difficile da cancellare: operai senza bonus, soci senza dividendo e dirigenti ricchi. Una fotografia perfetta della stagione che si apre: non solo sfida industriale, ma anche test di credibilità.
Ironico, vero? La fabbrica che perde miliardi, gli operai che stringono la cinghia, i soci che salutano il dividendo sospeso e manager ricchi. È un’istantanea di come un gigante dell’automotive possa combinare disastri strategici con un senso della misura totalmente elastico. E se qualcuno chiamasse populismo la cronaca di questi numeri, beh... forse avrebbe ragione. Ma nella fabbrica, tra le buste paga magre e il caffè annacquato, la delusione e la paura del futuro sono evidenti. Ecco, il 2025 di Stellantis non è solo un bilancio, è una lezione magistrale di paradosso manageriale, condita di ironia involontaria e sarcasmo salariale.
Altro no Cgil all’aumento dei contratti
Nel pubblico impiego, quando la filiera istituzionale si allinea, i rinnovi contrattuali diventano una macchina veloce e, soprattutto, «quantificabile». Nonostante i no della Cgil che si è sempre opposta a qualsiasi rinnovo con la scusa che si doveva ottenere di più. Nella sanità lo si vede in queste settimane: il comitato di settore ha approvato in contemporanea, anche grazie al ministero per la pubblica amministrazione guidato da Paolo Zangrillo, gli atti di indirizzo per aprire le trattative 2025/27 sia per i medici sia per infermieri e comparto; in parallelo, la Corte dei conti ha certificato la pre-intesa del 18 novembre sul 2022/24 dei medici (con il «no» di Cgil e Fassid) e la firma definitiva è prevista in tempo per portare gli incrementi nelle buste paga di marzo. Il problema è che la stessa rapidità e voglia di un’intesa i sindacati non l’hanno trovata per i rider, i ciclofattorini che portano il cibo a casa e per cui la Cgil si è messa di traverso dopo che l’Ugl aveva proposto un contratto per tutelare i lavoratori.
Nel caso della sanità i numeri contano. Con l’entrata in vigore del 2022/24 per la dirigenza medica arrivano circa 1,2 miliardi: l’aumento medio dichiarato è 491 euro al mese, con arretrati medi vicino ai 7.000 euro e punte per i ruoli apicali intorno ai 14.000. La massa finanziaria complessiva dei due contratti vale 3,54 miliardi a regime e riguarda 730.509 persone. I dirigenti medici sono 137.871: per loro lo stanziamento contrattuale a regime è 968,14 milioni annui, a cui si sommano 362 milioni annui per l’incremento dell’indennità di specificità medico-veterinaria. Nel comparto, infermieri e altri dipendenti sia a quota 592.638: i fondi contrattuali sono 1,537 miliardi complessivi, ma il pacchetto include 445 milioni annui per la specificità infermieristica (con 35 milioni già erogati nel 2022/24) e 193 milioni per rafforzare l’indennità di tutela del malato (in aggiunta ai 15 milioni annui dell’ultimo contratto).
Questa capacità di chiudere e riaprire tavoli è resa possibile anche da un confronto strutturato Regioni-sindacati e dall’idea di negoziare dentro il triennio, non oltre. Non significa che tutto sia risolto: proprio per tagliare i tempi, l’ultima tornata ha accantonato temi pesanti che ora rientrano dagli atti di indirizzo—assetti organizzativi, gestione di carichi improbi, conciliazione vita-lavoro, welfare contrattuale/aziendale, disciplina di pause e mensa, misure mirate per infermieri con più di 60 anni, genitori e contesti ad alto carico assistenziale.
Eppure, lo stesso sistema che (quando si vuole) produce aumenti medi mensili di centinaia di euro e arretrati a quattro cifre per chi sta in corsia, non riesce a dare una cornice contrattuale altrettanto solida a chi consegna il cibo a casa. È il paradosso: i sindacati firmano (quasi) tutto dove esistono perimetri chiari, controparti pubbliche e stanziamenti dedicati; ma nel food delivery i rider restano spesso fuori da una regolazione unitaria, tra status ambigui, piattaforme frammentate e gestione algoritmica di turni e redditi.
Se la contrattazione serve a trasformare risorse in diritti esigibili, allora la domanda è politica e industriale prima che sindacale: perché le tutele economiche e normative - minimi, contributi, sicurezza, indennità meteo, trasparenza su ranking e penalità - devono essere garantite in corsia e non in strada? Finché la risposta sarà che «dipende dalla piattaforma», un trattamento equo per i lavoratori della delivery non esisterà mai. E questa, in un’economia basata sempre più su piattaforme digitali, è un’anomalia destinata a creare sol malcontento.
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(Getty Images)
Serviva la Procura per scoprire che le strade son piene di fattorini sottopagati. Mentre sinistra, sindacato e Caritas predicano accoglienza, ma non vedono lo sfruttamento.
Mi sono sempre chiesto perché la sinistra, il sindacato e la Chiesa non abbiano mai sposato la causa dei migranti sfruttati. Parlano ogni giorno di accoglienza, ma poi, pur avendo quotidianamente sotto gli occhi il moderno schiavismo cui sono condannati molti stranieri che giungono in Italia, fanno finta di niente. Ma non le vedono la sera le migliaia di fattorini del cibo prêt-à-porter che rischiano la vita pedalando contromano senza fermarsi a stop e semafori?
Eppure, in tanti anni di governo del centrosinistra, non è stata varata alcuna legge che impedisse lo sfruttamento dei cosiddetti «rider». Né è stato proclamato uno sciopero generale dalla Cgil di Maurizio Landini per bloccare i fattorini delle pizze. E la Caritas, sempre pronta a sposare la causa degli extracomunitari, ha forse predicato contro la nuova schiavitù del cibo a domicilio? No, loro sono per l’accoglienza senza se e senza ma. Però poi i ma li vediamo ogni giorno arrancare sotto il sole e la pioggia, lungo le strade delle nostre città.
Lo ammetto: non ho mai ordinato neppure una margherita tramite Glovo, Deliveroo o Just eat. Ho sempre guardato i borsoni lerci in cui viene riposto il cibo fumante con parecchio ribrezzo, pensando a quanti germi possano contenere (ma i Nas dove sono?). E ho sempre osservato con compassione gli extracomunitari che bivaccano fuori da pizzerie e fast food in attesa di un ordine. Non per snobismo, ma per realismo: i postini del food sono la conseguenza della comodità di chi aspira a mangiare senza toccare la cucina e senza uscire di casa. La sinistra si riempie spesso la bocca dicendo di voler difendere i più umili e ci fu un ministro che pianse sostenendo di aver abolito il caporalato, ma, come quell’altro ministro che annunciò l’abolizione della povertà, sotto la legge niente. Lo sfruttamento ha cambiato pelle e dalle campagne è arrivato in città. Due euro e mezzo a consegna, con un algoritmo che determina i tempi, trasformando i postini del cibo in cottimisti, ovvero moderni schiavi che percorrono le strade senza badare né alle condizioni atmosferiche né ai segnali stradali. Per loro il tempo è denaro: un esercito di poveri (secondo le stime sarebbero 60.000) che alimenta un business miliardario. Un’indagine della Confcommercio rivela che le sole consegne dei ristoranti valgono 2,5 miliardi l’anno e se si aggiungono quelle dei supermercati e dei negozi specializzati si sfiorano i 5. Di questa montagna di soldi però al fattorino finiscono in tasca gli spiccioli: 4 euro lordi, su uno scontrino medio di 30 euro, con un ricavo per pizzerie e fast food che arriva a 20 euro: il resto lo intasca la piattaforma. E il cliente? Tutto si gioca sul fatto che il consumatore non paga. Ordina, riceve, ma non gli viene applicata una tariffa per la consegna: quella è gratis. Il rovescio della medaglia è che per tenere in piedi l’Amazon del food bisogna sfruttare l’ultimo anello della catena di montaggio, ovvero chi porta a destinazione la pizza. Strano che i compagni, in giacca, cravatta o clergyman, nonostante siano sempre pronti a parlare di salario minimo, di diritti dei lavoratori, di tutela per i più deboli, non se ne siano accorti. Scioperi all’arrivo di ogni weekend per la Palestina, neppure uno per gli schiavi del sabato sera.
C’è voluta un’inchiesta della Procura di Milano per stabilire che i 40.000 rider di Glovo sono sfruttati. E un’altra inchiesta degli stessi pm per accorgersi che Deliveroo usava dei fattorini considerandoli non dipendenti, da retribuire con Tfr, malattia, ferie, ma lavoratori autonomi pagati a consegna: più ne fanno e più incassano. E se si ammalano, se pedalando sempre più in fretta per guadagnare di più finiscono sotto un’auto, sono fatti loro.
La realtà è che quando si parla di accoglienza facciamo finta di non vedere che gli accolti finiscono spesso per fare lavori sottopagati. Vivono ai margini delle nostre città. Qualcuno trova impiego nel mercato dello spaccio, altri, rimanendo nella legalità, consegnano cibo, altri ancora accettano salari più bassi e lavori pericolosi. Poi parliamo di aumento della povertà, senza dire però che i nuovi poveri li creiamo noi, ordinando la pizza: frutto avvelenato della nuova economia.
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(Getty Images)
Il disastro causato dalla corsa all’auto a batteria non lo pagano né i manager, né gli Agnelli. Landini non ha niente da dire?
Stellantis quest’anno non pagherà ai propri dipendenti il premio annuale. Lo ha annunciato l’amministratore delegato Antonio Filosa, precisando che nel 2025 il gruppo ha conseguito «risultati negativi sul fronte delle consegne, del fatturato, della redditività e del cash flow». In una parola, un disastro. Del resto, il numero uno del gruppo, subentrato a Carlos Tavares nel maggio dello scorso anno, non ha fatto che confermare quanto si sapeva e cioè che il colosso automobilistico nato dalla fusione fra Peugeot e Fiat va malissimo.
Basta infatti guardare come sta in casa nostra: in Italia, a settembre, il 60% dei dipendenti o era in cassa integrazione o lavorava con un contratto di solidarietà, cioè a orario e stipendio ridotto. E dalle fabbriche del gruppo sono uscite poco più di 200.000 vetture e solo 166.000 veicoli commerciali. In pratica, sono lontani i tempi in cui le catene di montaggio della Fiat sfornavano più di un milione di automobili. Oggi, da Mirafiori a Melfi, passando per Pomigliano e dai pochi altri stabilimenti che ancora resistono, le automobili escono con il contagocce. Così Stellantis ha deciso di dare un taglio, oltre che alle ore di lavoro, anche al premio per i dipendenti, che nonostante le difficoltà in precedenza era sempre stato confermato. L’annuncio di Filosa, a cui è stato affidato il difficilissimo compito di riportare in utile il colosso dell’auto (nel 2025 ha perso 22,3 miliardi di euro), vale però solo per l’Europa. Infatti, i lavoratori delle fabbriche di Stellantis in Africa, Medio Oriente e Sudamerica riceveranno regolarmente la gratifica prevista per il raggiungimento degli obiettivi.
Se un’azienda va male, tutti devono tirare la cinghia e perciò la prima cosa che accade è che si comincino a sforbiciare i bonus a causa del mancato raggiungimento degli obiettivi. Tuttavia viene spontanea una domanda: perché, se l’azienda da anni arranca, all’amministratore delegato uscente, quello che non ha conseguito i risultati attesi, ovvero il rilancio del gruppo, è stata liquidata una buonuscita da 35 milioni di euro? Carlos Tavares, già nel corso degli anni ha percepito uno stipendio tra i più alti del settore, pari a circa 350 volte quello medio di un suo dipendente. Dunque, perché ringraziarlo con un maxi assegno? C’è anche altro a destare perplessità. Da tempo si capiva che Stellantis aveva adottato una strategia pericolosa, che rischiava non solo di farla sbandare, ma anche di farla uscire di strada. Scommettere pesantemente sull’elettricità e sulla transizione green quando era evidente che il mercato non stava assecondando le direttive di Bruxelles era un chiaro errore, perché le difficoltà richiedevano maggior cautela. Invece, con Tavares, l’azienda ha tirato diritto, con il risultato che ora Filosa è stato costretto a rimangiarsi tutto. In sintesi, non soltanto si sono buttati miliardi dalla finestra, ma pure in Borsa si sono bruciati capitali enormi e il titolo è precipitato del 71% in due anni (il 49 in soli dodici mesi), scavando voragini nei portafogli degli investitori. Di chi è la colpa? Di Tavares, certo, perché ha sbagliato strategia. Ma forse anche di chi gli stava a fianco, ovvero del presidente, che mi risulta risponda al nome di John Elkann, e dei consiglieri di amministrazione che hanno assecondato il volere dell’amministratore delegato. E però, mentre si taglia il premio dei dipendenti, i vertici della società non si sono tagliati i compensi e così pure gli azionisti. Anzi. Negli anni passati, quando già si capiva che il piano di sviluppo faceva acqua, Stellantis ha distribuito 14 miliardi di dividendi, dei quali oltre due sono stati incassati da Exor, ossia dalla cassaforte della famiglia Agnelli. Ma ora il problema sarebbe il premio di produzione di operai e impiegati? Maurizio Landini lo sa? Sì, ora la Fiom sciopera, ma fino a ieri il leader era troppo occupato a protestare per la Palestina. E anche a inseguire un futuro da leader della sinistra. Per questo nelle sue interviste a Repubblica non parlava di Fiat.
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